Home made: una storia per raccontarle tutte

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di Nicola Venturini –

Avevo 2 anni quando mio nonno mi fece ascoltare i Carmina Burana di Carl Orff, fu amore a primo ascolto. Negli anni successivi passai in rassegna i dischi di papà: Beatles, Bob Dylan, Genesis, Dire Straits, li imparai tutti a memoria. Alla fine delle elementari arrivarono i primi album regalati dagli amici tipo Offspring, 883, Spice Girls, Five, poi il punk, il rap e l’hip pop fino alla vera e propria fase rock con AC/DC, Rolling Stones, Doors e compagnia cantante. Proprio in quel momento, a 14 anni e nel pieno della tempesta ormonale, in un afoso giorno d’estate un mio caro amico capita in casa mia con una Fender Stratocaster, la chitarra di Jimi Hendrix per capirci. Ero incantato, lui mi parte a suonare Sweet Home Alabama e immediatamente decido cosa fare nella vita. Esaspero così tanto i miei genitori che il giorno dopo mio padre mi compra una replica economica della Strato. Da lì per i successivi 15 anni suono ogni santo giorno, scrivo tantissima musica e metto in piedi diverse band. Ore e ore di prove chiusi dentro una piccola saletta a scambiarci questa grande energia sonora, a imparare a condividere uno spazio per un obiettivo comune, a litigare, a bere e a prenderci a pugni per un riff sbagliato o un ampli che non vuole proprio funzionare. Insomma, come tutti i musicisti che leggono sanno, una piccola scuola di vita.

Ciò che sto per dire quindi, anche se ovviamente in altri termini, vale per la rockstar in provetta come per il futuro SEO

Nel tempo però si sa, le ambizioni si allargano e le brame si intensificano. Ciò che sto per dire quindi, anche se ovviamente in altri termini, vale per la rockstar in provetta come per il futuro SEO di una grande azienda o per il prototipo dello scrittore di successo internazionale. Chiedo quindi un piccolissimo sforzo al lettore, quello di sostituire i termini e le situazioni che utilizzerò con quelli del suo ambito di competenza, e vediamo che succede.

Arriva il giorno in cui la saletta prove non basta più, lo studio dove si va a registrare le prime demo costa troppo oppure non lascia abbastanza tempo per fare tutti i necessari (o meglio sarebbe dire inutili) ritocchi ai pezzi. Insomma, si sbatte contro un muro, un muro che rappresenta un limite. Ci si rende conto che fare musica esattamente come si vorrebbe, non è cosa per tutti. Ci vuole tempo, talento, denaro e conoscenza degli strumenti di registrazione. Tralasciamo poi il soddisfacimento delle ambizioni mediatiche di ogni musicista, che sogna palchi chilometrici e stadi pieni di gente direttamente dal letto della sua cameretta, quando non sa ancora nemmeno cosa significhi la parola “promozione”.

Un paio di anni fa promossi, appunto, e presentai alcuni libri dello scrittore e critico musicale Luca Pollini intitolatiLa musica è cambiata” e “Woodstock non è mai finito” e ne approfittai così per parlare a lungo con lui. Come già avevo approfondito fin da adolescente nelle mie letture, Luca mi confermò che un tempo il limite della registrazione in studio era quasi invalicabile, per questo il livello medio delle band era altissimo. C’era la consapevolezza che una volta arrivati in studio, il che era già visto come un grande traguardo, non si poteva sbagliare di una virgola. Quando ascoltiamo album storici di 40-50 anni fa non pensiamo mai che probabilmente quei pezzi sono stati registrati in una o due take, stessa cosa per gli overdub e le voci soliste. C’era una tale pratica dei pezzi, una tale dedizione e capacità tecnica che la band in live suonava come nell’album. Il nastro costava e le bobine finivano velocemente, proprio come i soldi nel portafoglio. Quindi si faceva di necessità virtù, e si arrivava a rivoltare i pezzi in tutti i modi, a conoscerli come l’abc. Questo perché mancavano i mezzi base di registrazione, di ascolto e diffusione. Ma soprattutto mancavano i moderni strumenti di editing musicale, quelli che consentono alle band odierne di poter arrivare in studio senza saper quasi suonare, senza i pezzi finiti, con poche idee e pure confuse.

Ricordo a questo proposito quando facevo il roadie per una delle più note punk band della penisola, ancora in attività. Durante le lunghe ore in furgone o mentre si stava allestendo il palco mi sorbivo molto volentieri le vecchie storie targate anni 80’ e ’90 di questi quattro pazzi che però, tra eccessi di ogni tipo, si erano davvero dati da fare. Dai gelidi tour in Germania, ai sold out in nord Italia fino ad episodi esilaranti successi al sud e in particolare in Sardegna, dove avevano rischiato addirittura il linciaggio. Insomma, storie di vita che solo un musicista navigato ti può raccontare. La cosa che però mi colpiva sempre era l’amore con cui questi “artigiani” parlavano delle loro canzoni, dei loro album, la cura con cui li maneggiavano ricordando gli strani personaggi, spesso poi finiti male, che avevano fatto le grafiche, quel fonico che li aveva registrati a Berlino in quel determinato studio, e via dicendo. C’era una cura maniacale di tutto il prodotto musicale, un’identificazione totale con il frutto del proprio lavoro. È questa la soluzione che purtroppo con gli anni si è andata sempre più diluendo, nell’industria musicale e non solo.

Non voglio dire che la musica d’oggi sia annacquata, diciamo che è più come una pizza surgelata, uno spritz senza ghiaccio o una sigaretta girata male. Che alla fine te li godi ugualmente, ma lo senti che potrebbero essere migliori. La quantità di materiale presente con l’avvento di internet è esponenzialmente aumentata e quindi anche i talenti più remotamente nascosti tra le infinite linee del Google Maps sono potuti emergere. La qualità non è qui in discussione, è che il rapporto con il solvente è in netto calo. C’è troppa quantità e la qualità, nonostante rimanga alta, è sommersa da un mare di piattume.

Ma torniamo a quel limite che, ad un certo punto, si incontra nel percorso musicale, quell’impossibilità di gestire le cose per conto proprio. Forse un primo abbozzo di istinto imprenditoriale, una prima forma di maturità intellettuale. Ma più di tutto, una naturale voglia di indipendenza, un aumento dei gradi di libertà della propria funzione di musicista che vuole disfarsi di quella scorza di frustrazione, per volare più in alto. In quel momento della mia vita, decisi quindi di immergermi nel mondo dell’audio recording. Già davo una mano in uno studio di registrazione, il cui proprietario oltre che essere il chitarrista della band di cui ho parlato precedentemente, era un po’ una figura di riferimento per me. Faceva quello che io avrei sempre voluto fare, alle 8 arrivava in studio, metteva le cuffie e via. Bazzicai lì per un po’, registrai da lui le demo delle band con cui suonavo, feci tutte le domande possibili e immaginabili su microfoni, DAW, decibel, cavi, preamplificatori e chi più ne ha più ne metta. Smanettai con tutto quello che mi capitava a tiro, a quell’età è fondamentale. Con la sua proverbiale pazienza, aiutato anche da qualche lattina di birra, lui rispose a quasi tutti i miei infiniti quesiti. Passò ancora del tempo, iniziavo a smanettare con i primi software di registrazione sul mio pc, a fare le prime prove.  Come si sa, non è però tutto oro quel che luccica. Passare una giornata intera a registrare una band di ragazzini che non sanno tenere in mano uno strumento, editare un album della comunità locale di Hare Krishna con pezzi da due ore filate di mantra ripetuti fino allo sfinimento, rispondere alle mille chiamate di chitarristi e cantanti che vogliono che la loro traccia sia alzata perché non si sente abbastanza nel mix (il vero motivo è un altro…). Insomma, avete capito.

Così abbandonai il campo. Con i miei gusti che viravano in quel momento in maniera prepotente verso la musica elettronica, avendo accumulato le conoscenze necessarie di base mi orientai verso la produzione casalinga. Nel mercato del web, emergevano software come Ableton, Reason, QBase oltre ai più professionali ProTools e Logic Pro. Quegli anni, indicativamente dal 2005 al 2015, sono stati la vera Mecca per i musicisti di tutto il mondo che, come me, desideravano esprimersi senza limitazioni di budget e strutture varie. Iniziai a produrre, a campionare, a scaricare tonnellate di plugin e cercai anche di fare entrare nei miei progetti una vena di elettronica. In quest’ultima impresa ebbi scarsi risultati, purtroppo o per fortuna, almeno fino ad una certa età; in una sala prove prende sempre il sopravvento uno spirito di ribellione che dai vent’anni in poi in me si è tramutato in un gusto bestiale post-hardcore americano venato da Afterhours, Verdena e altri gruppi italiani all’epoca ancora considerati di nicchia. Croci, madonne, santini e volumi da paura davano più soddisfazione che lo smanettare alla tastiera di un computer. Girare le manopole di un bel Big Muff made in Russia, o cambiare le valvole alla propria testata Marshall, per un ragazzo dai sani principi mi auguro sarà sempre più soddisfacente che premere il tasto play del proprio CDJ e alzare il fader del mixer passando da un pezzo di David Guetta ad uno di Dj Tiesto. Ma qui sto andando troppo sul personale…

Feci tutte le mie esperienze, spesi migliaia di euro e misi in piedi anche un mini studio nella sala prove. Viaggiavo tra Verona e Vicenza dieci volte a settimana, la mia ragazza con cui allora convivevo ne era davvero felice… Appena finito il lavoro correvo a prendere il treno per andare a casa del mio batterista. Si suonava e si svolgevano tutte le necessarie attività per trovare ispirazione, fino a tarda sera. Sfinito mi buttavo sul divano e la mattina riprendevo il treno delle sei per aprire il negozio in cui lavoravo, a volte anche in condizioni apparentemente accettabili. Tutto questo è durato fino a che questa grandissima energia che mi animava è stata deviata verso altri lidi, non senza una certa difficoltà. Quindi, se ve lo state chiedendo: no, non ho fatto successo. Alla fine ho preso il meglio, il succo di questo percorso e ho abbandonato tutto. Le mie orecchie non reggono più la pressione sonora di una sala prove mentre si suona post-hardcore con il volume a 10 e le valvole che bollono. Il cattivone ribelle interiore va tenuto buono, non aizzato in continuazione. Altrimenti poi servono tutta una serie di accorgimenti chimico-alcolici per rimetterlo tranquillo. L’obiettivo va fissato in un altro modo, la passione aiuta fino ad un certo punto. Poi va incanalata verso un lido più tranquillo e meno fumoso.

Insomma, qual è la morale di questa strana storia? La risposta che mi sovviene d’istinto è il finale di quella celebre barzelletta di Proietti, quella che tanti anni fa dalle lontane pianure venete mi fece innamorare di Roma, ossia che “ar cavajere nero nun je devi cagà er …!”. Ma un articolo non può concludersi così.  Il messaggio che voglio condividere è che lo sdoganamento di queste fantastiche tecnologie, che sono passate dalle mani di pochi alle scrivanie delle nostre case, ci ha reso tutti produttori, fotografi, dj, imprenditori, influencer, coach, giornalisti e via dicendo. I nostri ego, fino a qualche decennio fa relegati spesso alla dimensione interiore, sono potuti esplodere in un mare di passione e condivisione. Con i tempi che corrono questo a mio parere è assolutamente necessario, una vera e propria manna dal cielo ma a costo che non ci si perda in questo mare magnum di sfoghi personali più o meno sensati. Il poter mettersi al proprio tavolo e registrare un album, un podcast o addirittura una trasmissione è letteralmente un sogno che diventa realtà. Ma, attenti al lupo. Il vecchio Tolkien, mitico autore del Signore Degli Anelli, scrisse in una sua poesia una coppia di righe che mi colpisce sempre per la sua semplicità: “All that is gold does not glitter, not all those who wander are lost…” ossia “Non tutto quel ch’è oro brilla, né colui che vaga è perduto…”. Beh, cerchiamo allora di non farci abbagliare da quell’oro luccicante e nel nostro vagare rimaniamo ben piantati a terra nell’utilizzo di queste nuove tecnologie che di giorno in giorno potrebbero portarci inconsapevolmente sempre più lontani da quello che siamo veramente, iperstimolando ed eccitando una parte di noi che va necessariamente conosciuta, ma che è meglio non stuzzicare troppo.

Veneto, ma italiano nel cuore. Dopo l’esperienza come curatore di magazine e libri, approfondisce il mondo dell’editoria digitale e del marketing. Appassionato musicista e avido lettore, ama la montagna e le lunghe camminate. Frase preferita: “chi no ga testa, ga gambe”.

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