Elezioni a Roma, tra depistaggi e colpi di scena scopriamo il volto del candidato sindaco

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Una cosa è certa, metterci la faccia ed indicare un candidato valido e magari vincente sarà il prossimo passaggio per tutti gli schieramenti, sia a destra che a sinistra. Il dibattito è iniziato già da alcune settimane, le segreterie dei partiti iniziano a discutere su quello che sarà il loro candidato alle prossime amministrative di fine primavera che proclameranno il nuovo sindaco di Roma.

Una vera patata bollente nelle mani di SalviniMeloni e Zingaretti. Sono infatti loro i veri attori protagonisti di quella che dovrà essere una scelta condivisa con le rispettive aree politiche, in quanto indicare un nome forte, almeno in questa fase preliminare, sarà fondamentale per non bruciarne altri e non perdere ulteriore tempo.

La mossa, neanche troppo a sorpresa, della ricandidatura di Virginia Raggi, ha frenato quelle che potevano essere idee di nuovi candidati da parte del Movimento 5 Stelle, cambiando anche lo scenario politico ed il format che si era creato a livello nazionale, dove una coalizione forzata tra il Movimento ed il PD ha, di fatto, creato i presupposti per la nascita del governo giallorosso. Ma a Roma i mal di pancia e gli storici contrasti tra il PD e quello che rimane del Movimento 5 stelle capitolino, hanno rotto quell’equilibrio molto esile che si è creato a livello nazionale.

Questa nuova configurazione che vede la Raggi riprovarci per una nuova consiliatura ha spiazzato anche il centro destra che si aspettava una candidatura unica nel centro sinistra, puntando decisamente su quelli che potevano essere i contrasti in campagna elettorale, facendoli diventare  veri punti di forza.

Il modello e l’analisi del voto, dopo le recenti regionali, ha creato dei dubbi anche nel centro-destra, ma anche la certezza che il loro candidato dovrà essere molto forte per sconfiggere quello del centro-sinistra, specialmente se si arriverà, come è molto probabile, al ballottaggio. Sarà uno scontro a tre, con la Raggi unica candidata al momento ma anche l’unica ad avere pochissime chance di rielezione, non solo secondo i sondaggi, ma soprattutto per i numeri che si prospettano al voto nel primo turno.

Ma andiamo con ordine. Nel centro sinistra l’idea è di trovare un candidato forte e al tempo stesso ben inserito nel contesto cittadino.  Una personalità romana che dovrà coinvolgere tutte le liste civiche (utilissime quando si vota alle amministrative) e che farà da traino al candidato progressista. Al momento attuale, sono in pochi a mostrare questo tipo di caratteristiche, le uniche a poter soddisfare il palato fine del gruppo dirigente romano del PD, Bettini su tutti. Sembra un paradosso, ma almeno a livello locale e specialmente a Roma, in area pieddina contano molto le correnti e la loro forza d’impatto nel generare nomine. Testimonianza ne è l’esperienza di Ignazio Marino del 2013: un uomo apparentemente non sistemico e tra l’altro non romano, è durato fino a quando il PD si è messo di traverso; praticamente subito dopo l’inizio della consiliatura. Ottimo il nome di Gianrico Carofiglio, ex magistrato e scrittore che il PD conosce bene. Una personalità importante ma al tempo stesso ingombrante, cosa che non piace al PD Romano.

L’uomo è sicuramente un frontman preparato a qualsiasi confronto televisivo con i suoi futuri avversari, ma non ha al suo attivo esperienze amministrative e di leadership politica. E poi non è romano. Per governare Roma non serve solo un curriculum di tutto rispetto, ma anche una base importante di conoscenze in materia tecnico-amministrativo per poter portare avanti la difficile burocrazia della Capitale d’Italia.

Tecnicamente il nome giusto sarebbe quello di Carlo Calenda, testimonial perfetto ma anche un politico che, a differenza di Carofiglio, conosce le regole d’ingaggio avendo le basi e le conoscenze amministrative che mancano all’ex magistrato pugliese. Una figura meno accademica e più pratica quella di Calenda se paragonata a Carofiglio. Il leader di “Azione”, anche se molto giovane (47 anni), si muove infatti in politica già da molti anni essendo stato vice-ministro e poi ministro nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, ma al contempo è anche ben inserito nel mondo delle aziende vantando esperienze al top con alcune importanti company nazionali.

Calenda non piace alla dirigenza nazionale del PD e il suo nome potrebbe essere di rottura per lo schieramento progressista. Lo stesso Calenda, almeno nei suoi recenti interventi pubblici, non è mai stato tenero nei confronti del PD e dello stesso governo giallorosso, guidato da Conte. Questo potrebbe configurarsi come un elemento ostativo per una sua eventuale candidatura, ma le parti potrebbero mediare sui contenuti e sui programmi politici e quindi convergere per trovare un’intesa e lanciare un progetto comune, primarie del PD a parte.

L’ex ministro del MISE è molto spendibile anche in caso di ballottaggio. Piace molto anche ai moderati del centro-destra in quanto incarna, non solo l’uomo, ma anche la figura, una volta eletto sindaco, che avrà un solo partito: la sua città. Calenda avrà la capacità di rappresentarne i bisogni e gli interessi a tutti i livelli, facendo da ponte tra chi l’ha votato e chi no.

Se Atene piange, Sparta non ride, infatti anche il centro-destra sta vivendo momenti di forte indecisione nel compattarsi per trovare un candidato unico. A rigor di logica e dopo i fatti e le ultime tornate elettorali di settembre, il format vincente è risultato essere quello della Meloni nei confronti del suo alleato Salvini. Il centro-destra è solo all’inizio di un percorso virtuoso che porterà inevitabilmente a trovare un candidato solido. Spiazza la mossa della leader di Fratelli d’Italia, annunciata oggi, di impegnarsi in un vero e proprio “road tour” nei quartieri di Roma. Tra gli obiettivi dell’iniziativa, che toccherà tutti i Municipi della Capitale e i cui dettagli saranno resi noti nei prossimi giorni, «l’avvio di un momento di ascolto dei romani e dei territori per accendere i riflettori sulle principali criticità della Capitale dimenticate dall’amministrazione Raggi e la costruzione di un percorso partecipato per la scelta della squadra e la scrittura del programma».

La Meloni è quindi ufficialmente scesa in campo per il Campidoglio. Ha dichiarato di non volersi candidare a sindaco, ma si impegnerà a sostenere un “suo” candidato forte. Questo esclude di fatto un eventuale nome raccomandato dal suo leader di coalizione, quel Matteo Salvini che sa benissimo che la partita romana si gioca sugli umori ma soprattutto sulle scelte della Meloni, sia per la pertinenza territoriale che per il momento in UP della leader di FdI, la quale tra l’altro ha iniziato a muoversi senza aspettare che la coalizione abbia reso noto il nome del candidato sindaco unico di centro-destra. Ma sempre il nome manca: esattamente come sta capitando ai dirimpettai del centro-sinistra. In ambienti vicini alla Meloni il nome giusto potrebbe essere quello di Fabio Rampelli, politico di lungo corso che conosce bene la realtà romana avendo già ricoperto il ruolo di consigliere comunale ad inizio anni ’90. 

Una candidatura fortemente politica ma probabilmente poco mediatica in quanto Rampelli non suscita emozioni forti fuori dall’elettorato di Fdl. Rampelli, nello specifico, pagherebbe anche una certa vicinanza di pensiero all’ex Alemanno, che a Roma non viene ricordato certo come un sindaco modello.

Impossibile che il centro-destra possa unitariamente convergere su un candidato proposto da quello che rimane di Forza Italia, troppo debole il partito senza un Berlusconi pronto a “riscendere” in campo per l’ennesima volta.

La destra a Roma è storicamente molto forte, i sondaggi ci raccontano di come una coalizione moderata guidata da un uomo di carisma possa avere enormi possibilità di vittoria ed aggiudicarsi il Campidoglio, ma nessuno ha il jolly nascosto nella manica ed i nomi spendibili, anche a destra, non sono molti.

Di sicuro non lo è Massimo Giletti, un ottimo “front man” qualora la scelta fosse stata affidata a Salvini e alla lega, vista la vicinanza tra i due. La mossa, dichiaratamente provocatoria, non era altro che un modo per depistare e spostare il focus, da parte di Salvini stesso, per tastare il terreno o magari prendere tempo in attesa di quanto proporrà Giorgia Meloni: è lei che vuole, non solo metterci la faccia, ma decidere.

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