In arrivo 8 milioni di smart-worker

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Ecco come il covid ha cambiato la geografia del lavoro.

Prima del Covid si lavorava in ufficio. Si lavorava in giro. Si lavorava ovunque ma non da casa. Solo lo 0,8% del totale degli occupati poteva farlo con un pc collegato a internet. A conti fatti meno di 200 mila teste.

Questi erano i numeri in Italia nel 2019, come certifica l’Istat in un Report messo a punto insieme all’ufficio statistico europeo, Eurostat. La stragrande maggioranza, otto lavoratori su dieci, prestavano servizio nei locali e negli uffici messi a disposizione dall’azienda o dall’ente. C’è poi chi trovava sede presso clienti e fornitori. Ma compariva anche una quota non trascurabile, circa il 7%, che un luogo fisso di lavoro non lo aveva. Cosa che accadeva soprattutto tra gli stranieri e le persone con un titolo di studio più basso. Il paradigma del lavorare corrispondeva soprattutto con l’uscire e “darsi da fare”. Rimanere in casa nell’immaginario collettivo fino a solo pochi mesi fa era considerato il privilegio dei nullafacenti, dei mantenuti, dei fannulloni, degli ereditieri di fortune. E poi c’era quello 0,8. Un numero che ora si sta gonfiando giorno dopo giorno. Nelle strade delle città maggiori diminuisce il traffico e aumenta quello nei corridoi di casa. Ma non solo, lo smart worker può permettersi di uscire con un laptop e trasformare un bar o un parco nel suo ufficio. Vedremo sempre più giovani, probabilmente, con il proprio computer chiudere affari con colleghi magari in un altro paese, chissà, anche durante un pic-nic.

L’Istat osserva come il ricorso al lavoro agile durante l’emergenza non sia solo risultato “determinante per preservare i livelli occupazionali” ma anche per “limitare la mobilità quotidiana, soprattutto nelle aree urbane”. Un fattore che l’Istituto invita a non sottovalutare: “far lavorare a distanza anche solo i lavoratori che svolgono un’attività telelavorabile e impiegano più di un’ora per recarsi al lavoro, significherebbe diminuire di circa 800mila ore il tempo speso negli spostamenti e l’inquinamento a esso associato per ogni giorno di smart working”.


Ora a quanti, pochi, avevano la propria abitazione come postazione “principale”, si affiancava un’altra quota, seppure residuale, di lavoratori per cui la casa era il piano B o che comunque si erano trovati a sperimentare nel corso dell’anno, sempre del 2019 stiamo parlando, un’attività da remoto. Ma sommando tutto non si supera il numero di 1,3 milioni di lavoratori “in prova” tra le mura domestiche.


La pandemia ha cambiato paradigma e status quo.. Le stime di Istat indicano una platea di potenziali smart worker che può arrivare fino a 8,2 milioni. Diventano 7 se si esclude la categoria degli insegnanti.
Sempre prima del 2020 gli orari di inizio e fine attività erano rigidi, specie per donne, giovani e contratti a termine. Una percentuale più alta rispetto alla media Ue che è del 61%, il che determinava anche una netta distinzione nella giornata, tra tempo lavorativo e tempo personale. Il lockdown ha rivoluzionato questa evidenza, rendendo le cose più fluide ma anche più imprevedibili. C’è in atto un’opera di riorganizzazione del lavoro che cambierà consuetudini e modalità sempre più.

Foto di Karolina Grabowska da Pexels

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