L’importanza di chiamarsi Link: a SEO love story

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di Nicola Venturini –

“Principessa Zelda, sei salva! ? E’ merito tuo, Link?”…

The Legend of Zelda: A Link to the Past (1986)

Così iniziava uno degli episodi della saga di videogames più amata e con la più larga fanbase al mondo, dopo Super Mario ovviamente.

L’ormai trentennale franchise “The Legend of Zelda”, dal nome della principessa che il nostro alter ego digitale Link deve salvare dalle grinfie del perfido Ganon, è infatti uno dei marchi di fabbrica della celebre azienda giapponese Nintendo. Con più di cento anni di storia e una rocambolesca quanto vincente linea di produzione, questa realtà rimane un raro esemplare del vecchio modello di business giapponese.

Il genio di Shigeru Miyamoto, attraverso i capitoli della saga è stato in grado di di tenere incollate allo schermo generazioni intere, per più di trent’anni. Ma come ci è riuscito?

Due sono i fattori da prendere in causa.

Primo fattore: l’expertise. Il signorino in questione è infatti nientepopodimeno che il creatore di Super Mario. Stiamo in pratica parlando del padre dei videogames, un uomo che ha cambiato il mondo. Non penso ci sia altro da aggiungere.

Secondo fattore : il linking, o per meglio dire… Link. E qui qualcosa da dire c’è.  

Saghe cinematografiche come Il Signore degli Anelli, Star Wars o le serie tv Twin Peaks, Black Mirror, Dark e via discorrendo, non nascono da uno storytelling lineare. Nascono come idee caotiche e spesso atemporali, contorte matasse da districare per essere rese fruibili al pubblico.

Per capirci, visto che siamo italiani, facciamo finta di avere davanti un piatto di spaghetti al pomodoro, taglia Sordi, per soddisfare anche gli stomaci più esigenti.  Bene, questo è all’incirca come si presenta una grande idea in stadio embrionale. Se poi ci aggiungiamo un pizzico di immaginazione, quel denso impasto di collegamenti potrebbe apparirci come qualcosa di molto simile al nostro cervello.

Partendo dal fatto, assolutamente non scontato, che siamo in grado di replicare all’esterno solo ciò che abbiamo già in qualche modo dentro di noi, allora va da sè che tutti i nostri comportamenti sono espressione di meccanismi molto profondi del nostro essere. La nostra tanto adorata identità, la persona che facciamo recitare ogni giorno con il nostro nome, è a livello superficiale nient’altro che una realtà generata da una serie di collegamenti interfacciati in una precisa combinazione. Sono questi legami a tenerci continuamente connessi con tutta la nostra vita, rimandandoci a nostro piacimento da una pagina della nostra storia all’altra. Suona familiare? La genialità di Miyamoto sta proprio qui, nel collegare i capitoli della sua saga il genietto giapponese è andato infatti a toccare profondamente il videogiocatore, entrando nella sua sfera individuale. In questo, a mio parere, ha probabilmente superato tutti, anche nel campo cinematografico. Lo ha fatto grazie a questo simpatico ragazzetto, che io in terza elementare credevo di essere diventato: Link.

Questo simpatico personaggio, è la chiave di volta di tutto il lavoro di Miyamoto, poiché con la sua plasmabilità si è prestato ad essere la memoria stessa che ha consentito il concatenarsi di tutti gli eventi del franchise. Prima ancora che tra i personaggi e gli episodi della saga, che spesso si ripetono in maniera molto simile e quasi ciclica, il collegamento è infatti incarnato dallo stesso Link.

In pratica, vedendola da players, il collegamento siamo noi.  

Trasmettere questo meccanismo di impersonificazione del giocatore con l’eroe del videogame è anche qui genio puro. Non è un’idea nuova, certo, ma è stata implementata in modo esemplare attraverso un banale trucchetto che poi molti altri franchise di videogames hanno utilizzato: il protagonista della saga, in trenta e passa anni, anche davanti alla sua tanto amata principessa, non sbiascica più di tre o quattro frasi. In pratica è come fosse trasparente, anonimo. Facendo questo l’autore ha rimosso l’identità dell’eroe perché fossimo noi a farlo parlare nella nostra mente, identificandoci in lui. Questa è la vera mossa che poi tanti hanno seguito.

Link, quindi il collegamento, non è più qualcosa di opzionale, ma il protagonista stesso dell’intera storia.  

In pratica, il collegamento è fuso con la storia, o per dirla in linguaggio digitale:

Il link è fuso con il content.

Lo so, letto ad oggi, a freddo, questo può sembrare banale. Ma la finezza d’ingegno necessaria ad arrivare a tale livello di minimalismo e semplicità, mantenendo la consistenza, è altissima. Il fatto che tutto questo “motore” sia poi stato calato all’interno di una storia che funziona perfettamente da quasi due generazioni, ci fa avere la cifra di Miyamoto. Per quanto la genialità italica sia fuori portata per tutti, su questo tipo di approccio non possiamo far altro che inchinarci davanti ai giapponesi. Certo, la letteratura c’era arrivata da mo’, ma non era ancora avvenuto il transfer nel mondo videoludico e cinematografico, operazione certosina che solo uno come l’attuale direttore di Nintendo poteva portare a termine con successo.

Dal 1986 ne è passata di acqua sotto ai ponti, e nessuno ai tempi del Famicom o del Super Nintendo avrebbe potuto immaginare nel dettaglio la rivoluzione digitale che stiamo vivendo ora. Eppure, siccome niente di nuovo è sotto il sole, tutto il lavoro fatto per rendere The Legend of Zelda quello che è oggi, rimane più che mai attuale.

Mettiamo allora la minuscola al nome del nostro eroe e iniziamo a parlare di link, o meglio, di linking.

Come qualunque SEO ben sa, il collegamento tra i contenuti è fondamentale per aumentare il traffico, la permanenza sul sito dell’utente e quindi l’indicizzazione Google. Stare poi dietro ai sempre più volatili algoritmi dei social networks, in particolare di Facebook, è un’arte davvero dura da apprendere. Il linking è uno strumento formidabile per aiutarci a non impazzire, favorendo il traffico più grazie alla qualità dei contenuti che al lavoro di ottimizzazione costante di link, metadati, immagini e compagnia bella.

Tra i tanti portali che utilizzano in maniera intensiva questa tecnica, maestra indiscussa è l’onnipresente Wikipedia. Quante volte infatti, dopo una banale ricerca di un termine o un nome, ci siamo ritrovati un’ora dopo con dieci pagine aperte sul browser? Tutto merito dell’internal linking , ciò che potremmo definire come una sorta di “colla digitale”.

I tipi di collegamento tra contenuti web sono però diversi, per capirci meglio vi elenco in breve i principali:

  • Internal linking – collegamento tra pagine interne allo stesso sito.
  • Surface linking – consiste nel trasferire il visitatore alla home page di un altro sito.
  • Deep linking – consiste nel rinviare alla pagina di un altro sito, ma diversa dalla home.
  • Framing – utilizza la struttura a frame di un sito e consiste nel far comparire, all’interno di una delle cornici (in genere la principale, quella dedicata ai contenuti), la pagina di un altro sito.

Ora non è certo mia intenzione affrontare tutto il settore del linking, visto che non ne avrei nemmeno le competenze. Ciò che voglio sottolineare però, soprattutto per gli addetti ai lavori, riguarda il primo punto. La poca importanza attribuita alla struttura di link interni allo stesso sito è infatti il problema cruciale di moltissimi portali web. Eppure, organizzare l’architettura dei contenuti di un sito è un elemento di indicizzazione fondamentale.

Il link building suggerisce il percorso da seguire ai motori di ricerca. Google tende a “emulare” il comportamento di un utente sul sito, dando quindi maggiore rilevanza ai contenuti meglio linkati (e quindi più visibili), che quindi il webmaster ha ritenuto più importanti rispetto ad altri. Inoltre indirizza gli utenti verso pagine di approfondimento o di conversione.

I link interni poi passano traffico (detto “link juice”) dalla pagina origine a quella di destinazione. Per questo motivo, al fine di dare autorevolezza alle pagine importanti è fondamentale che colui che si occupa della struttura del sito crei un percorso il più fluido possibile verso queste sezioni.   

Il link è quindi come una diga che viene aperta verso un percorso studiato dal webmaster che, attraverso altre dighe, porterà l’utente nel bacino desiderato. È la porta attraverso la quale passa il messaggio, e con esso il traffico.

Se vogliamo metterla alla Miyamoto, Link rappresenta la porta che contemporaneamente collega tutti gli universi della saga. Non è qualcosa di fisico, ma di atemporale. Mentre è Zelda il vero messaggio concreto, ciò che va veramente salvato della storia.

Ma quindi perché l’internal linking è più importante degli altri?  

Qui il SEO di Nintendo, attraverso la sua esperienza, ci dà la chiave del dungeon. Infatti studiando a fondo la saga, emerge che il collegamento, pur importante tra episodi diversi, lo è ancor di più all’interno dello stesso episodio perché solo così tale prodotto potrà essere apprezzato da chiunque, anche da coloro che non sono fan del franchise e ne usufruiscono una tantum.

La potenza dell’internal linking rispetto agli altri sta infatti nella sua apertura a tutto il pubblico, è uno strumento democratico al massimo perché fa si che l’utente venga catturato dalla trama complessiva del singolo contenuto, indipendentemente dall’esterno, permanendo così all’interno del sito anche se è la prima volta che lo vede.

Si potrebbe chiamare “effetto Zelda”.

L’utente entra tramite Link, e poi appena vede la bellezza sfolgorante di Zelda non può più fare a meno di uscire dal gioco.

Solo in questo modo si crea una solida fanbase, o per chi fa SEO meglio sarebbe dire utenza. Prima si costruisce una solida mappa con l’internal linking e solo allora si utilizzano gli altri. Inutile fare mille collegamenti a siti esterni, o ancor peggio a Wikipedia.

Per il lieto fine serve il maschio e serve la femmina: niente Link, niente Zelda…

… “Si, è stato Link ad aiutarmi a scappare dal labirinto!”

The Legend of Zelda: A Link to the Past (1986)

Fair Play Quotidiano, no?

Veneto, ma italiano nel cuore. Dopo l’esperienza come curatore di magazine e libri, approfondisce il mondo dell’editoria digitale e del marketing. Appassionato musicista e avido lettore, ama la montagna e le lunghe camminate. Frase preferita: “chi no ga testa, ga gambe”.

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