Enzo Ferrari non era mica un ingegnere (era uno smartworker)

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di Nicola Venturini –

Primavera di quattro anni fa, in redazione lavoravamo alla traduzione degli ultimi articoli della rivista lottando contro una deadline di stampa oramai impossibile da rispettare. Ad un certo punto dall’altra stanza arriva il mio ex direttore e senza proferire parola appiccica sul muro davanti a me un post-it con su scritto in caratteri capitali:

“ENZO FERRARI NON ERA MICA UN INGEGNERE”

Fu un attimo, banale quanto si vuole, ma il messaggio fu subito chiaro: tieni botta e anche se stai facendo una delle mille cose per le quali non hai studiato, non sei preparato e ti devi improvvisare, tu portala a termine. Almeno, io lo interpretai così, come un monito a non pensare troppo e accettare il lavoro che mi ero trovato da sbrigare sul tavolo quel giorno.

Imparai più in là col tempo che proprio questo è il tratto che caratterizza il lavoratore di talento, l’opposto dello stacanovista angosciato da mille scadenze. Il talento sta dalla parte di colui che accetta la sua mansione, che sa quando agire con la testa e quando reagire con l’istinto alla situazione che sta affrontando. L’unica via per potersi comportare in questo modo è avere una direzione precisa, un punto invisibile nascosto oltre il campo visivo, un fondamento al quale si è agganciati come pesci all’amo.

Tutto il contrario della mentalità lavorativa moderna, l’apoteosi della dispersione iper-specializzata, o della focalizzazione nella tuttologia del nulla. Paradossale, a dir poco.

Dopo una serata di zapping disperato online, quando avete venti finestre aperte nel vostro internet browser e le occhiaie di un basset hound, andate a vedere quanta potenza sta impiegando il vostro pc per tenere su tutta la baracca. Ecco, questa è pressappoco la situazione mentale delle persone d’oggi: stanche e disperse in mille futili ricerche. Migliaia di finestre aperte, alcune da anni se non decenni, in un computer che non viene mai chiuso del tutto.

Non avendo un fuoco, un punto unico su cui mantenerci concentrati anche nel caos totale del mondo che viviamo, disperdiamo le energie. In una vita a compartimenti stagni, la nostra iperattività ci tiene calmi, ciechi e buoni fino alla pensione, poi appena si molla la presa tutto perde di senso, la mente butta fuori ciò che non si è voluto vedere negli anni precedenti, e lì non tutti reggono la botta.

Ma da poco siamo entrati in una nuova era: “l’era dello smartworking”.

Non voglio affrontare qui la causa madre di questo cambiamento epocale, una divagazione sull’ingegneria sociale infatti mi costerebbe la vostra attenzione. Per una volta terrò la bocca chiusa. Voglio invece sottolineare gli aspetti positivi, perché il caso e il momento sbagliato, per me non esistono.

Con l’editoria in crisi e la sempre maggior diffusione delle tecnologie di editing, ho iniziato a fare smartworking in anticipo. Dal 2018 sono passato dal dormire in ufficio due notti a settimana a causa dell’enorme mole di lavoro, al lavorare da casa andando in sede solo due o tre giorni, fino ad arrivare a stare fisso a casa. Un cambiamento notevole, per chiunque.

Svolgere il proprio mestiere tra le mura domestiche, nello stesso ambiente in cui si dorme, si mangia, ci si rilassa, all’inizio è strano. Nella mente si crea una certa disforia, si iniziano a mischiare due o più attività che cozzano l’una con l’altra, ci si distrae con una facilità impressionante. Ma soprattutto, si è soli.

La solitudine è foriera di grandi cambiamenti nelle persone, ma se non la si sa vivere in maniera costruttiva può veramente portare a risultati nefasti sull’umore e di conseguenza anche sul fisico. A stare da solo per fortuna non ho mai avuto problemi, sono figlio unico e nonostante abbia un po’ di amici che da sempre mi sopportano,  rimango un lupo solitario. Ma l’inverno su al nord è lungo, anche per i lupi…

Il freddo, le brutte giornate, la sedentarietà, la chitarra e la maniglia della dispensa sempre a portata di mano, il lavoro sempre più spezzettato, le telefonate a qualunque ora, l’iniziare a lavorare in pigiama e ritrovarsi a fine giornata già pronti per tornare a letto, ecc. Una serie infinita di innocenti tentazioni che il classico posto di lavoro teneva ben alla larga dal mio campo visivo, ora erano tutte lì con me. Ad aggravare la situazione, da qualche tempo avevo smesso di fumare, bere e mangiare carne. E da qualche settimana ero pure single. Things were going down.

Quando si perde il controllo si inizia a dare la colpa a tutto ciò che di colpa non può averne, ci si crea un alibi. La verità però è che allo specchio ci siamo sempre noi, e questo improvviso silenzio che ci circonda alle sette di mattina di un freddo lunedì di fine novembre mentre aspettiamo le prime direttive della giornata, per alcuni può essere difficile da gestire.

Per fortuna, avendo infranto due dei comandamenti più importanti della Serenissima Repubblica, con l’estrema gentilezza e sensibilità che ci distingue, alcuni conterranei mi riportarono sulla giusta via. La raffinata espressione “neanca omo” che più volte mi sentii rivolgere, penso renda perfettamente l’idea.

Ripreso un minimo di colorito e di energie continuai il mio lavoro. Tutto sembrava andare per il meglio ma poco tempo dopo, nel bel mezzo del gelido inverno veneto, arrivato al massimo livello di sedentarietà possibile per un essere umano, accartocciato dentro una coperta alla scrivania con l’ennesima tazza di thè bollente a scaldarmi… ebbi un momento di sconforto. Troppe cose da gestire, a distanza, e per giunta di ambiti che non mi competevano. Non mi sentivo più a mio agio nello svolgere nessuna mansione, ero completamente identificato con alcune competenze che sapevo di avere e non mi sbloccavo da lì. Come congelato.

Fermai tutto, non credevo di poter più lavorare da casa. Lo avevo desiderato per mesi, e ora che lo potevo fare non ci riuscivo. Si dice che chi ha il pane non ha i denti, io ormai non sapevo nemmeno più quale fossi dei due.

Allora, nel momento più buio, ebbi la rivelazione. I cieli si aprirono e… scherzo.

Mi ritornò in mente quella scritta. “Enzo Ferrari non era mica un ingegnere”.

Nel mio cervello accadde qualcosa, capii profondamente il significato di quella frase. Era come se il signor Enzo, con il suo esempio di vita poliedrica e imprevedibile, mi stesse suggerendo qualcosa: non identificarti con niente, se vuoi puoi fare tutto, ma sopra a tutto fai quello che serve. Credo che allora la parola “smart” e quella “working” si siano accoppiate con foga nella mia testa. Tirato all’inverosimile verso un pozzo di solitudine e di asetticità superai un limite, quello della mia identità lavorativa. Avevo capito cos’era un vero smartworker.

Ad oggi sto ancora provando a diventarlo…

Fade out

Dissolvenza. Pochi secondi di silenzio, quelli che di solito segnano la fine della lettura di un articolo, e ci fanno per un attimo rimanere sospesi nel vuoto.

Un momento per uscire dal tempo e tornare al 12 maggio 1957.

Fade in

La Ferrari dello spagnolo De Portago esce di strada all’altezza di Cavriana, nel mantovano. È una strage: muoiono dieci persone, cinque sono bambini. Enzo Ferrari decide di abbandonare le corse. Si reca a Cesena per confidarsi con Don Clerici, quello che poteva essere il suo equivalente negli ambienti religiosi, il quale gli dice: «Tu, come ogni essere umano, hai ricevuto dall’alto i tuoi talenti e sei bravo a fare auto speciali. Scappare dalle responsabilità non è mai una soluzione, devi andare avanti…».

Pensare che un personaggio molto noto che a seconda delle mode e delle convenienze del momento è bollato come ateo fascista o comunista, conversi profondamente con un uomo di fede, può suonare strano. In realtà non è così. Nella mia esperienza sono spesso proprio questi uomini apparentemente ribelli e controversi, che nel bene o nel male vivono la vita intensamente e fino in fondo, che dopo grossi errori manifestano i comportamenti più sani. Così facendo diventano esempi, a volte per milioni di persone. Questa è la loro redenzione personale.

I gesuiti erano arrivati addirittura a paragonare Enzo Ferrari a Saturno, divoratore dei propri figli.

Il fatto che il signor Ferrari, contro ogni aspettativa, fosse un grandissimo ammiratore e amico di Giovanni Paolo II, ultimo vero pontifex come Dio comanda, la dice lunga sulla vera interiorità di un uomo camaleontico, dai mille volti, che nemmeno il figlio Piero è mai riuscito davvero a comprendere. Ateo, fascista, comunista? A mio modesto parere un uomo semplice che non aveva bisogno di sovrastrutture ideologiche e religiose. Uno che agiva come fosse guidato, uno che non era tanto da comprendere, quanto da ammirare.

Il vero smart worker all’italiana.

Henry Ford: “Spendo miliardi in pubblicità per le mie automobili e questo meccanico finisce sui giornali di tutto il mondo gratis”.

Enzo Ferrari: “Se Ford vuole finire sui giornali gratis, basta che si compri una Ferrari”.

Veneto, ma italiano nel cuore. Dopo l’esperienza come curatore di magazine e libri, approfondisce il mondo dell’editoria digitale e del marketing. Appassionato musicista e avido lettore, ama la montagna e le lunghe camminate. Frase preferita: “chi no ga testa, ga gambe”.

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