Storia di ordinario Covid

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Un dottore ebreo ed un paziente nazista –

Prima parte

Può capitare ad un dottore ebreo di dover prendersi cura, in terapia intensiva, di un contagiato da Covid simpatizzante nazista. Ed è capitato.

Taylor Nichols è un dottore che presta servizio in un ER (Emergency Room, in questo caso reale, non quella della fiction) in tempo di Coronavirus. Questa storia apre una finestra nel mondo di emozioni di dottori che non solo sopportano una mole di lavoro inumana, ma sono sottoposti allo stress di dover curare pazienti bellicosi che pensano che il Covid-19 sia una balla.

Il miglior modo di raccontarla è di riportare le parole dello stesso dottor Nichols, rese pubbliche in una serie di tweet, che reclamano di essere diffuse il più possibile in lungo e largo:

“E’ arrivato in ambulanza con problemi respiratori. Già collegato ad un CPAP (Continuous positive airways pressure) di un EMS (Emergency airways services). Respirava con difficoltà.

Sembrava infermo. Inquieto. Impaurito.

“Appena lo abbiamo trasferito su una barella e spogliato per fargli indossare la veste ospedaliera, tutti abbiamo notato il numero di un tatuaggio nazista.”

“Aveva un fisico solido. Anziano. Il suo uso di metanfetamine, nel corso degli anni, aveva avuto il suo effetto e i suoi denti erano tutti andati. La svastica stava sfacciata sul petto. Tatuaggi SS ed altri distintivi che prima erano coperti dalla maglietta adesso erano ovvi alla vista della stanza.”

“Non lasciarmi morire, doc.” Diceva senza fiato, mentre lo RT (Respiratory team) lo trasferiva dal CPAP del EMS alla nostra maschera e macchina. Lo rassicurai che tutti noi avremmo lavorato duro per curarlo e lo avremmo tenuto vivo al meglio delle nostre possibilità”    

“Tutti noi includeva un team di un dottore ebreo, un’infermiera nera, e un terapista respiratorio asiatico. Tutti noi avevamo visto i simboli di odio sul suo corpo in piena vista ed orgogliosamente annunciavano il suo credo. Tutti sapevamo quello che pensava di noi. Come valutava le nostre vite.”

“Eppure eravamo lì, lavorando compatti come un team per essere sicuri di dargli la migliore possibilità di sopravvivere. Tutti mentre indossavamo maschere, vesti protettive, scudi facciali, guanti. Il momento catturava perfettamente quello che attraversavamo come lavoratori sanitari in mezzo ad una pandemia in piena accelerazione.”

“Esistiamo in un ciclo di paura ed isolamento. Paura di ammalarci  in prima linea. Paura di portare il virus a casa ed esporre le nostre famiglie. Paura dello sviluppo nell’aumento di pazienti. Paura di perdere i nostri colleghi. Paura di non avere quello che serve per aver cura dei pazienti.”

“Ed isolamento perché non vogliamo essere responsabili di diffondere il virus, sapendo che siamo circondati da esso quotidianamente. Isolamento perché nessun altro può comprendere questa sensazione, questa paura, il peso di questo lavoro. Ma andiamo avanti.

“Sfortunatamente la società si è mostrata contraria ad ascoltare la scienza o i nostri avvertimenti. Abbiamo pregato di prendere questo seriamente, di stare a casa, indossare una maschera, di rompere la catena della trasmissione.”

“Invece, hanno chiamato la pandemia una balla, ci hanno chiamati bugiardi e corrotti (il riferimento è all’accusa di Trump riguardante medici che vendevano informazioni false sulla contabilità dei morti), ci dicevano di essere troppo politicizzati mentre ci preoccupavamo di pazienti che morivano e cercavamo di salvare vite. Hanno smesso di preoccuparsi per le nostre vite, le nostre famiglie, le nostre paure, hanno pensato solo a loro stessi.”

“Era già in elevato supporto respiratorio e sotto sforzo per respirare, così gli chiesi quale fosse il suo code status (il trattamento di emergenza in casi critici) e se volesse essere intubato, sapendo che tutto non sarebbe stato altro se non inevitabile, e prima che la hypoxia lo rendesse più confuso e gli impedisse di parlare.”

Continua. 

Follotitta vive tra New York e Miami, è architetto e appassionato di storia, architettura e politica. Una visione a 360° sul clima made in USA vista dagli occhi di un professionista "italiano in trasferta".

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