Roma e Venezia: sorelle lontane ma inseparabili

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Terroni e polentoni, certo, eppure mangiamo tutti la stessa pasta e parliamo tutti la stessa lingua, quella di mamma Italia. Con lo strano Natale che ci prepariamo a vivere, riesumiamo quel sottile filo rosso che ci accumuna come Italiani, e ricordiamo che prima la grande Roma e poi la sua sorellina Venezia (intese alla larga come centrosud e nord) sono state le due più grande potenze mondiali per almeno millecinquecento anni. Ogni nuovo fatto, ogni nuova merce, ogni nuovo movimento doveva passare sotto il loro occhio vigile, che poi purtroppo si è sempre più impigrito fino alla serpentina situazione di inerzia e accidiosa connivenza odierna. Non è un caso che la Chiesa abbia la sua sede a Roma, e il suo patriarcato a Venezia. A Roma ci è andato Pietro, ma ad Aquileia ci è “andato” Marco, e da lì il Leone Alato. A Roma ci è andato Enea, ma a Padova ci è andato Antenore. La Lupa sta a Roma ma sta anche in piazza ad Aquileia… insomma, le carte sono sempre state ben mischiate. Il vero legame sotterraneo che ci lega dalle Alpi alla punta dello stivale e le isole sta in questo, in qualcosa di molto profondo, direi viscerale, che condividiamo da secoli e secoli. Da veneto esule a Roma posso solo dire che qui mi sento come a casa mia, e non è certo un caso. Quindi oltre che consigliarvi di dare un occhio alla storia segreta ed esotica Venezia sul sito Veraclasse dell’amica Ivana Cenci vi invito a leggere la storia che segue, riportata ieri dal portale AmbienteBio

Tratto da Il Segreto di Venezia di Giuseppe Nacci

“Mille e Seicento anni fa, il 25 Marzo dell’Anno del Signore del 421, sotto il Trono di Ravenna, Capitale dell’Impero Romano d’Occidente, veniva consacrata la piccola Chiesa di San Giacometo, presso l’attuale Ponte di Rialto, decretando la Nascita ufficiale di Venezia… Il 25 Marzo 2021 saranno trascorsi esattamente Mille Seicento anni da quell’antichissimo Giorno di Festa…
Può forse capitare,
in una Sera d’Inverno,
di fermarsi sui margini di una Laguna salata, dove i Canneti nascondono ancora le Rovine di Mura abbattute e di misteriose Scritte…

Lettere in Greco antico,
incise sui Muri di quelle Rovine,
forse ad indicare il Nome di una Cittadella, posta laggiù,
nel profondo dei Canneti,
quasi il Nome perduto di un Luogo antico, dove i Secoli e i Millenni sembrano ancora incontrarsi,
scavalcando il Muro inviolabile del Tempo…

E Ti assale allora la strana sensazione di un Ricordo antico,
come di una Reminiscenza, dimenticata e sepolta nell’Oblio
che tutto sembra cancellare… Ma che invece Ti riporta alla Memoria il Ricordo lontano e disperato di Coloro che tentarono di ricostruire la loro Civiltà perduta…

E, questo, in un Mondo che non era più il Loro,
ormai distrutto dalle Guerre, dalle Invasioni, dalle Pestilenze, dalla Fame e dalle Carestie…

Dice la Storia che da quei Canneti passarono a decine di migliaia: uomini, donne e bambini, terrorizzati dalla Furia devastatrice dei Barbari.

Dalle sponde di quella Laguna, lungo strani e segreti Passaggi,
fra Isolotti di sabbia e lunghi Canneti, ancora oggi esistenti, passarono intere Popolazioni,
a Ondate successive,
fin dall’Anno del Signore del 401 per sfuggire ai Goti di Alarico,
e ancora nell’Anno del Signore del 452 davanti agli Unni di Attila
che avevano appena distrutto Aquileia, la terza città più grande dell’ITALIA.

Dalla via Postumia vennero a decine di migliaia coloro che erano scampati agli Eccidi e ai Massacri perpetrati dai Barbari a Mediolanum, Ticinum, Placentia, Cremona, Brixia, Mantua, Verona, Vicetia, Opitergium

Lungo l’Adige, su Zattere di fortuna, vennero da Bauzanum e Tridentum…Dalla via Annia vennero i Profughi di Patavium, Tarvisus, Sagittaria, Forum Iulii… Da traverso il mare vennero da Pola e dalle restanti parti dell’Istria e della Dalmazia…

In quella Laguna salata cercarono scampo anche gli abitanti di Ancona, Fortunae Fanum, Pesaurum, Ariminum, Caesena, Forum Livii, Bononia, Mutina, Regium Lepidum, Parma, Ravenna e di tanti altri luoghi che la Storia ha ormai sepolto e dimenticato nel Tempo, e di cui sono rimaste soltanto strane Storie di Orchi e di Draghi che mangiavano i Bimbi ancora vivi…

E in quei Canneti,
tra le acque basse e paludose, cercarono la salvezza altre decine di migliaia di uomini, donne e bambini nell’Anno del Signore del 568,
davanti ai Longobardi di Alboino che avevano già bruciato Tergeste, sterminando la sua intera Popolazione,
e per poi dilagare in tutta l’Italia,
che nella loro lingua chiamavano Eatule,
e dove avrebbero creato il loro Dominio nei due Secoli successivi, facendo di Ticinum, o di ciò che ne restava, la loro Capitale,
con il nuovo nome di Pavia.

Ma i Longobardi non furono gli ultimi Barbari, perché vennero ancora gli Avari e gli Ungari a devastare e a distruggere ciò che ancora non era stato vinto. E quei Fuggiaschi, che ad Ondate successive ancora si riversavano fra i Canneti di quella Laguna,
vi trovarono finalmente riparo dalla Furia devastatrice dei Barbari.

Si dice infatti che, dopo aver disceso il Padus (Po), il Mincio, l’Adige, il Brenta, il Bacchiglione, il Piave, il Tagliamento e l’Isonzo,
remando in piedi sulle loro lunghe Barche che chiamavano “Talamega” (Gondole), ed essere così arrivati ai confini di quelle Paludi e di quei Canneti, usassero allora cercare di nascosto, ai margini della grande Laguna salata, delle strane Indicazioni scritte in Greco, per trovare la cosiddetta “Casa Veneta”, dove la parola “Casa” in Greco classico-ellenistico si scriveva “Estia”.

Mentre la parola “Veneta”, in Greco-Romano del Tardo Impero si scriveva invece “Venete”, questo perché “Estia” era una Parola greca, e quindi sconosciuta ai Barbari che sapevano a malapena leggere il Latino, ed il suo significato più profondo era quello di “Luogo sacro e inviolabile”.

E tale “Casa dei Veneti” era situata in un luogo segreto della Laguna…

Vennero a decine di migliaia nelle loro lunghe barche nere, silenziosi e inermi:
le Donne,
coperte di nero,
portavano in Grembo,
sotto le Vesti,
la Carne putrida di Animali morti, quale loro ultimo mezzo di difesa se fossero cadute vive in mano ai Barbari, avendo già visto i loro Bimbi uccisi

Quelli che vennero da Nord fecero sosta lungo le pericolose Coste dell’Adriatico. Poi, da Grado e dalla Laguna di Marano si diressero verso Caorle, e poi da lì alle Isole di Ammiana e Costanziaca, oggi non più esistenti, giungendo a Torcello,
Burano,
Mazzorbo,
Alba (Sant’Erasmo)
e Murano

Coloro che vennero da Sud, lungo il grande fiume Padus, abbandonarono il Polesine e si diressero a Loreo e a Cavarzere.

Così raggiunsero Clodea (Chioggia), arrivando fino a Malamocco, alle Fogolane, a Sant’Ilario, e da qui alle isole di Popilia (Poveglia),e di Biniola (Vignale).

E su quei miserabili brandelli di Isolotti, in una Laguna salata e battuta dal Vento gelido del Nord-Est che i Greci chiamano ancora oggi “Borea”, seguendo le Indicazioni scritte lungo i Canali d’acqua e i Sentieri che attraversavano le Isole di Canne della Laguna, giunsero stanchi e affamati ad Olivolo, alle Gelmine, a Luprio e a Spinalunga…

E sull’isola di Rivolto trovarono infine la “Casa Veneta”,
il “Luogo sacro e inviolabile dei Veneti”.

E là, sull’isola di Rivolto, decisero di fondare la loro “Nova Aquileia”.

Nell’Anno del Signore del 421,
Essi posero la prima Pietra della loro prima Chiesa: quella di San Giacometo.

Trent’anni dopo, i Sopravvissuti di Aquileia posero al centro di essa Sei Colonne di marmo bruciato: Simbolo estremo della Civiltà romana che stava morendo in tutta l’Europa e che pochi Decenni più tardi, nell’Anno del Signore del 476, un piccolo Capo tribù degli Eruli, di nome Odoacre, avrebbe sepolto per sempre, facendo inviare, per disprezzo, le Insegne imperiali di Ravenna a Bisanzio:

Capitale di un Impero Romano d’Oriente che non aveva più nulla di romano tranne il Nome, e che adesso adorava il proprio Imperatore come un Dio

Ma Coloro che in seguito si sarebbero definiti gli “Ultimi dei Romani”, fecero di quelle Isole, ultimo lembo di Roma non ancora calpestato dai Barbari, l’estremo Baluardo di un Mondo che ancora si sarebbe amministrato, per altri Mille e Trecento anni,
con l’antica Legge del Diritto della Roma repubblicana di Cicerone,
e non di quella imperiale di Bisanzio.

E tutto questo ai margini di un Mondo che non era più il Loro,
ma che era diventato quello dell’Europa feudale dei Barbari invasori,
e che avrebbero oscurato per Mille anni la Storia dell’Occidente nei Secoli bui del Medio Evo che adesso nasceva…”

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L’autore

Giuseppe Nacci nasce a Trieste nel 1964. Laureatosi in Medicina e Chirurgia a Trieste nel 1991, si specializza successivamente in Medicina Nucleare presso l’Università di Milano. Nel 2000 pubblica il libro “La Terapia dei Tumori con Gadolinio 159 in Risonanza Magnetica Nucleare”, in vista di un possibile impiego dell’isotopo radioattivo in Adroterapia, e di cui ottiene il Brevetto di produzione per la molecola Gadolinio 159-Biotina (No. 01313103).

Dal 2013 riprende i suoi vecchi studi di Geologia, di Astronomia e di Greco antico, che aveva purtroppo trascurato dopo i tempi del Liceo e dell’Università, affrontando così il grande mistero di Atlantide, analizzato però dal punto di vista scientifico, e di cui è uscito nel 2018, sempre presso la “Editoriale Programma” di Treviso, il primo dei cinque libri previsti sull’argomento: L’Ultima Guerra di Atlantide, Vol. Primo: il Mondo Perduto, 364 pagg.

Nel Maggio 2020 ha pubblicato il libro Primo Maggio 2011, la lunga Notte (90 pagine), scaricabile gratuitamente da qui, e disponibile anche in versione inglese.

Veneto. Ex curatore di magazine e libri, approfondisce ora il mondo dell’editoria digitale e del web marketing. Ama la montagna e le lunghe camminate. Frase preferita: “chi no ga testa, ga gambe”.

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