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Covid: due pazienti curati e guariti con anticorpi monoclonali allo Spallanzani di Roma

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di Giacomo Torresi –

Due pazienti malati di Covid19 sono stati curati con gli anticorpi monoclonali e sono già guariti all’Istituto nazionale Lazzaro Spallanzani di Roma.

Altri tre pazienti sono in terapia o in procinto di avviarla.

Questi farmaci, su cui si concentrano tante speranze, sono già una realtà all’ospedale romano, anche se attualmente l’uso, secondo quanto precisato da Emanuele Nicastri, direttore Malattie Infettive alta intensità di cura dello Spallanzani:

riguarda casi selezionati: si tratta di utilizzo compassionevole per singoli malati, con gravi immunodepressioni. Persone che hanno dei deficit di produzione di immunoglobuline.

Questi casi di immunodepressione possono essere causati da

farmaci, chemioterapici oppure contro malattie autoimmuni o neurologiche. Vi sono anche patologie in cui i pazienti possono avere una carenza di immunoglobuline. Per tutti questi pazienti, è molto difficile produrre anticorpi anche contro la Sars Cov 2. Per cui abbiamo persone che rimangono positive, con polmonite e anche con quadri impegnativi, a lungo. In questi casi, sulla base di pochissimi dati di letteratura, abbiamo utilizzato gli anticorpi monoclonali. Non stiamo parlando quindi di trial clinici registrativi per il loro uso

In sostanza, ribadisce Nicastri, “i pazienti che abbiamo trattato non possono produrre anticorpi da soli, allora noi gli infondiamo gli anticorpi monoclonali prodotti da una delle due case farmaceutiche disponibili, che ce li fornisce per uso compassionevole, fuori dall’indicazione, anche rispetto agli Stati Uniti. Negli Usa, infatti, è già previsto l’impiego ma in pazienti curati a casa o poco sintomatici, per prevenire la progressione in malattia grave“.

Un utilizzo del tutto differente, dunque, a quello previsto dall’indicazione per la quale si attendono anche in Italia.

Nei casi trattati, continua l’infettivologo, “gli anticorpi monoclonali hanno dato buoni risultati“.

Si tratta sicuramente “di un’arma in più. Noi dobbiamo arrivare ad avere molte capacità terapeutiche nei diversi livelli di assistenza: a domicilio, in ospedale, nei pazienti cronicamente infetti come nel nostro caso. Questa è la strada: avere molte opzioni terapeutiche a seconda dei livelli di assistenza“.

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