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Draghi: Italia e Libia, una storia mai finita

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Di Nicola Venturini –

Libia, anzi ancor meglio Tripolitania, nomi questi che rievocano in ogni italiano memorie lontane e transgenerazionali. Negli ultimi giorni, dall’iniziativa di Mario Draghi, è ripreso in grande stile il lavoro italiano in Libia. Obiettivo? il ritorno della leadership italiana per la stabilità politica del Paese nordafricano, ma anche una serie di memorandum d’intesa con priorità a investimenti economici e a cooperazione sanitaria anti-Covid.

Aziende pubbliche e private tornano ad operare su larga scala grazie alle garanzie promesse dal nuovo governo di unità nazionale diretto dall’uomo d’affari misuratino Abdel Hamid Dabaiba, che a circa un mese dalla nomina non nasconde l’intenzione di fondare il processo di pacificazione interno proprio sulla ripresa economica e sul commercio con l’estero, incentrato sull’export di gas e petrolio.

Ma per capire le manovre messe in atto da Draghi, visti gli stretti rapporti che sono sempre intercorsi tra il nostro paese e quello tripolitano, ripassiamo un attimo di storia…

Breve storia della Libia

La parola Tripolitania deriva dal greco Τρίπολις cioè tre città: si trattava delle tre principali città di origine punica della costa occidentale della Libia, ovvero Oea, Sabratha (le cui rovine romane vedete in copertina), e Leptis Magna, le ultime due delle quali furono abbandonate in occasione del declino e della caduta dell’Impero romano d’Occidente, ciò che consentì alla prima di mutare il proprio nome in Tripoli. Nel VI secolo i Romani fecero della Tripolitania un’area molto prospera, che fu quindi incorporata nella provincia d’Africa e nella Regio Syrtica: una delle conseguenze principali di tale riorganizzazione fu l’abolizione del privilegio di coniazione autonoma, fino ad allora riconosciuto nella regione.

Fu poi la volta dei Turchi ottomani, che mantennero il controllo dell’area dal 1553 al 1911, anno dell’occupazione italiana della Libia in seguito alla Guerra Italo-Turca. Inizialmente, le autorità italiane promisero una certa autonomia alla regione, che, tuttavia, fu dapprima amministrata quale colonia a sé stante (dal 26 giugno 1927 al 3 dicembre 1934) e, poi, unita alla colonia della “Libia”.

Il primo ministro italiano Giovanni Giolitti iniziò la conquista della Tripolitania e della Cirenaica il 4 ottobre 1911, inviando a Tripoli contro l’Impero Ottomano 1732 marinai al comando del capitano Umberto Cagni. Dopo la Guerra italo Turca con il Regio Decreto del 3 dicembre 1934, tutti i territori dell’Africa settentrionale italiana furono riuniti nel Governatorato Generale della Libia. Il 9 di gennaio del 1939 la colonia della Libia fu incorporata nel territorio metropolitano del Regno d’Italia e conseguentemente considerata parte della Grande Italia, col nome di Quarta Sponda e tutti i loro abitanti ottennero la cittadinanza italiana.

Fine del colonialismo, nascita del debito

La Libia fu una colonia del Regno d’Italia nell’Africa settentrionale dal 1912 al 1947. A seguito della risoluzione ONU n. 388 del 15 dicembre 1950, l’Italia e il Regno Unito di Libia (monarchia dei Senussi) conclusero nel 1956 un trattato con il quale l’Italia acconsentiva al passaggio di proprietà di tutte le infrastrutture costruite dagli italiani in Libia e inoltre ripagava alla Libia i danni dell’occupazione, con un limitato indennizzo in sterline. I contributi previdenziali degli italo-libici venivano passati al governo di Tripoli, con l’impegno di onorarli.

Gheddafi

Le relazioni sono state particolarmente difficoltose nei primi venti anni della Repubblica Araba di Libia di Mu’ammar Gheddafi. I nodi centrali hanno riguardato i beni confiscati alle imprese e ai privati italiani nel 1970 e le richieste libiche di risarcimento per danni coloniali e di guerra. Un momento di forte tensione si è raggiunto nel 1986, a seguito dell’attacco americano a Tripoli e Bengasi e all’attacco missilistico libico contro Lampedusa. La situazione dei rapporti bilaterali è andata migliorando a partire dal Comunicato congiunto Dini-Mountasser del 1998, fino alla stipula del trattato di Bengasi di amicizia e cooperazione nel 2008. La Libia di Gheddafi è divenuta per l’Italia un alleato sulla sponda nordafricana e un fornitore di energia (gas e petrolio, proprio come oggi), fino alla guerra civile libica.

Il nodo Italia-Libia

Il nodo centrale del rapporto politico resta la pretesa libica di risarcimenti per i danni causati dagli italiani nel corso della colonizzazione e delle guerre combattute su suolo libico. La questione ha ispirato diverse discussioni: se l’attuale Libia (mai indipendente prima del 1951) era internazionalmente riconosciuta come parte del territorio italiano, i danni provocati dalle operazioni militari italiane degli anni venti e trenta, nonché della Seconda guerra mondiale sul fronte nordafricano, avrebbero colpito lo stesso territorio italiano e non quello di un altro Stato, inoltre nessuno Stato europeo ha mai pagato dei soldi per dei presunti danni derivati dal possesso coloniale di un altro territorio ora indipendente.

Il credito Italia-Libia

Si sente parlare ogni tanto dei crediti degli italiani in Libia, collegando questo problema con l’avvento di Gheddafi e con l’esproprio dei beni e la cacciata degli Italiani, avvenuta nel 1970. In realtà, vi sono diversi aspetti della vicenda. I “crediti delle aziende italiane in Libia” propriamente detti, risalgono ad attività economiche posteriori al 1970: i meno recenti risalgono all’inizio degli anni ottanta, i più recenti all’inizio degli anni 2000. La ragione dell‘insolvenza libica per questi imprenditori non sta nella volontà politica di danneggiare gli Italiani, ma deriva da vertenze di natura amministrativa o commerciale. La varietà dei casi, trattandosi di 105 aziende, sfugge a classificazioni.

La “strana” posizione italiana

L’Italia per voce del governo Berlusconi IV è stato uno dei primi stati a riconoscere l’esercito libero libico. Berlusconi ha dichiarato di non voler “disturbare” Gheddafi, dopo le prime repressioni delle proteste. In seguito ha definito “inaccettabili” gli attacchi militari sui dimostranti, dopo le prime centinaia di morti. Franco Frattini si è mostrato soprattutto preoccupato per le conseguenze sul fronte dell’immigrazione, e ha supportato l’idea di una riforma costituzionale della Libia ad opera dello stesso regime, arrivando ad affermare che l’Unione europea «non deve interferire» nei processi di transizione in corso nel mondo arabo cercando di «esportare» il proprio modello di democrazia.

Frattini è stato messo all’angolo al Consiglio Europeo Affari Esteri del 21 febbraio, unico Stato membro dell’UE ad opporsi alla condanna della repressione del regime libico. Frattini si è infine allineato sul documento di condanna dell’UE. La diplomazia italiana è stata criticata per una “schizofrenia” tra discorso ufficiale, conciliatorio con i vari regimi arabi, e i successivi allineamenti alle posizioni comuni UE[42]. A partire dal 26 febbraio 2011, in seguito alle continue violenze governative contro i dimostranti, vari esponenti governativi tra cui Ignazio La Russa e Franco Frattini hanno annunciato la sospensione de facto del trattato. Tale sospensione non è ancora in vigore.

Che succede oggi?

La partnership economica tra Italia e Libia è simboleggiata dalla costruzione dell’autostrada promessa da Silvio Berlusconi nel 2008, 1.700 chilometri dalla frontiera con l’Egitto a quella con la Tunisia, sul tracciato della vecchia Via Balbia, nata come ‘litoranea libica’ e inaugurata da Benito Mussolini nel 1937. Ripresa della costruzione dell’‘autostrada della pace’ ma anche riavvio di una serie di progetti infrastrutturali, a cominciare dall’aeroporto di Tripoli, dove ieri, non a caso, è sbarcata una delegazione dell’Enav, che sta lavorando anche alla ripresa dei voli diretti con l’Italia e con l’Europa.

Questo il quadro che ha caratterizzato ieri la visita a Tripoli della delegazione del Consorzio Aeneas, formato da cinque aziende private e guidato dal suo fondatore, Elio Franci, oltreché di quella dell’agenzia pubblica italiana per il servizio aereo Enav, diretta dall’amministratore delegato Paolo Simioni. «Non poteva andare meglio. Abbiamo rimesso in moto contratti già pronti, definito i pagamenti e organizzato i lavori che riprenderanno subito. Qui sono consapevoli dell’importanza che i nostri Paesi hanno uno per l’altro. Ma soprattutto c’è tanta voglia di fare, dopo la crisi causata dalla guerra», hanno dichiarato entrambi riprendendo il volo per Roma.

Oggi l’incontro di Mario Draghi con Dabaiba suggellerà gli aspetti più politici nella svolta che si vuole imprimere alle relazioni italo-libiche. Ma, intanto, proprio i contenuti economici ne costituiscono l’essenza più concreta. Il solo Consorzio vale contratti che ammontano a circa 80 milioni di euro per la messa in operatività dell’aeroporto internazionale di Tripoli, devastato in più riprese tra il 2014 e 2019 dagli scontri tra milizie, che dalla caduta del regime di Gheddafi dieci anni fa hanno squassato il Paese intero.

Nella missione di Draghi, accompagnato da Di Maio, c’è un pacchetto di investimenti sul quale Roma può puntare. “Riaprire al più presto a investitori e ditte italiane” è la richiesta giunta da Dabeiba. La presenza dell’Eni in Libia è strategica sia per Tripoli sia per Roma. lo era molto di più al tempo di Gheddafi, ma lo è ancora oggi, nonostante la presenza sempre aggressiva di Parigi o quella, più recente, di Ankara e di Mosca.

Una concorrenza che si estende a tutto il Mediterraneo Orientale e che coinvolge, nuovamente, anche gli Stati Uniti. È anche grazie al rinnovato interesse dell’amministrazione Usa che il ruolo italiano può puntare a conquistare nuovi spazi. E poi c’è il dossier migranti. Con l’intesa in Ue sulla redistribuzione degli arrivi che latita da mesi, per Roma, tocca anche fare da soli. Il governo potrebbe puntare a favorire lo stop ai flussi sin dal Fezzan, la regione desertica che occupa il Sud della Libia. Una regione dove, tradizionalmente, è la Francia ad esercitare la sua influenza diplomatica.

La fame del debito

Sicuramente in tutto questo c’è poco di casuale. Un uomo della statura politica e finanziaria di Draghi non va in Libia semplicemente per stringere degli accordi di pace. Qui il discorso è sempre lo stesso, e riguarda il debito degli stati e tutti i giochetti e le manipolazioni ad esso correlati. Con l’indebitamento nascono le guerre e con l’indebitamento le guerre finiscono, e gli strascichi sono sempre molto lunghi. Speriamo solo questa volta sia un do ut des, e non solo un’altra manovra coloniale per far entrare un po’ gas e petrolio nei viadotti italiani.

Photo: Unsplash

Fonti: Corriere, Quotidiano, Wikipedia


Questo articolo è in memoria di Gabriele Nobile.

Veneto. Ex curatore di magazine e libri, approfondisce ora il mondo dell’editoria digitale e del web marketing. Ama la montagna e le lunghe camminate. Frase preferita: “chi no ga testa, ga gambe”.

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