La crisi in Afghanistan. La fine dell’inizio

//
12 mins read

di Follotitta – corrispondente dagli USA per I’M –

Vorrei, se mi sarà possibile, porre la crisi afghana in prospettiva. Non vedo altro modo per valutare un epilogo che si presenta più come l0inizio di una nuova crisi, che avrà ripercussioni sulle nostre vite in vari modi, nei prossimi decenni. Per arrivare all’attuale emergenza bisogna ricordare i 20 anni e la catena di errori che hanno portato ad essa. 

Obama declares beginning of end of Afghan war

I tanti, troppi errori

Il primo e basilare è stato lo stesso intervento militare ed occupazione di una nazione che aveva poco o niente a che fare con Al Qaeda. La casuale fu il rifugio di Osama Bin Laden nelle montagne al confine tra l’Afghanistan ed il Pakistan. L’Afghanistan confina anche, per un breve tratto, con la Cina. Cosa sarebbe potuto succedere se Bin Laden si fosse rifugiato da quelle parti ed avesse sconfinato in Cina? Dato che le ambizioni militariste non hanno limiti, vi sarebbe stato un intervento armato anche lì? Domande retoriche, ma neanche tanto.

Non voglio pensare che, con la scusa di Al Qaeda, alla base dell’intervento vi fosse un più folle e flebile motivo di revisionismo storico. Gli inglesi nell’800 erano stati rigettati dall’Afghanistan ben 3 volte, i russi ci avevano provato nel 900 e dopo 10 anni di inutile guerra, si erano dovuti ritirare avendo fallito qualunque cosa si fossero proposti. Ma adesso arriviamo noi americani e portiamo la democrazia in questa nazione di rabbiosi zeloti religiosi. E questa fu la seconda idea sbagliata: quella del “Nation Building”, cioè quella di poter imporre ad un popolo costumi e modi alieni alla propria cultura.

Le nazioni si costruiscono dal basso, attraverso la volontà dei propri cittadini; gli interventi stranieri possono destabilizzare un territorio, ammorbidire la resistenza di chi lo abita, ma alla fine la cultura ed il riconoscersi come una unica gente, avrà la meglio; come ha dimostrato lo sciogliersi, come neve al sole, di un esercito di 300mila uomini davanti all’avanzata dei talebani. Un esercito costruito e pagato per 20 anni, attingendo al Tesoro Americano, cioe’ alle tasse dei contribuenti. Per cosa?

Le nazioni si costruiscono dal basso, attraverso la volontà dei propri cittadini

E qui viene il terzo errore: bombardare un paese senza installazioni militari uccidendo in prevalenza la popolazione civile, senza alcuno scopo tattico, se si esclude il fattore terroristico. Ma combattere il terrorismo con gli stessi metodi dei terroristi è il quarto errore che ha portato ad incarcerare arbitrariamente e senza processo, a torturare per ottenere informazioni inattendibili, e a far sparire individui infischiandosene dell’habeas corpus. Metodi barbari che abolirono i diritti umani e qualsiasi convenzione internazionale e che hanno moltiplicato l’odio per occupanti e torturatori. Cioè un effetto contrario a quello che si sarebbe dovuto ottenere. Ma questo è quello che hanno fatto gli americani quando, dopo l’11 settembre vennero promulgate leggi speciali di controllo e prevenzione del terrorismo che furono trasformate in un completo distacco dal dettato costituzionale e dalla democrazia.

Il quinto errore è stata la pretesa di vincere militarmente una guerra che i talebani stavano vincendo culturalmente. E ad armi impari visto che gli americani si sono mantenuti, nel corso di 20 anni, non solo alieni, ma anche sprezzanti di costumi e credenze millenarie. Un corpo estraneo in un paese in cui i talebani rappresentavano la parte più fervente e nazionalista appoggiata dalla maggioranza degli afghani. Ed è per questo che hanno conquistato il paese in modo così rapido. Con il ritiro americano l’Afghanistan si era svuotato di ogni potere: quello militare americano che reggeva tutto il castello di carta, quello politico di un governo corrotto in fuga preventiva e quello di un esercito afghano fatto di ranghi senza ordini ed un comando disfatto dall’abbandono.

Il sesto errore è quello più clamoroso: persistere per 20 anni in una guerra senza vie d’uscita. Alla fine già Trump, all’inizio del 2020, aveva negoziato un accordo di ritiro, entro maggio del 2021, in cambio di una generica rinunzia da parte dei talebani di appoggiare gruppi terroristici anti americani. Un accordo debole che sin dall’inizio nessuno ha rispettato: Trump non ha spostato un solo militare mentre i talebani si sono preparati a vincere la guerra invadendo il paese mischiandosi alla popolazione civile.

La posizione di Biden

CONFERENZA STAMPA BIDEN SU AFGHANISTAN/ Video: "Mai voluto prolungare il  ritiro"

Tutto questo vede Biden, prima da Senatore, opposto all’intervento in Afghanistan, dopo da Vice Presidente, opposto alla linea del Pentagono di invio di ulteriori truppe e favorevole al ritiro.

Mentre da Presidente, già entro i primi 100 giorni di Presidenza, fedele alla sua promessa elettorale, ha annunziato il ritiro dei militari americani dall’Afghanistan per la data simbolo del’11 settembre. E qui è maturato il suo unico errore: non aver rinegoziato l’accordo trumpiano quando era più che prevedibile che si sarebbe rivelato contrario agli interessi americani. Tanto più che Trump, subito dopo quell’accordo aveva firmato un “executive order” in cui rendeva più difficile per gli afghani ottenere il visto di entrata negli Stati Uniti, bloccando per mesi i collaboratori afghani al loro destino.

Ma Biden era ansioso di terminare una guerra che aveva opposto sin dall’inizio; rinegoziare l’accordo sarebbe stato un salto nel buio riguardo al fattore tempo e, probabilmente, era stato fuorviato dai consiglieri del Pentagono su una maggiore tenuta del governo e dell’esercito afghano. Ma alla fine dei conti è riuscito a rimpatriare tutto il personale americano e a dare rifugio a più di 80mila afghani che avevano lavorato per il governo americano.

E a terminare una guerra duo decennale inutile e dannosa per gli interessi americani e alla stessa causa dell’anti terrorismo con parole chiare e trasparenti come acqua: “gli Stati Uniti non hanno e non hanno mai avuto alcun interesse strategico in Afghanistan”.

La posizione dei media

La mia prospettiva della crisi afghana finisce qui, ma vorrei porre in evidenza il diverso trattamento dei media fra il caos all’aeroporto di Kabul attribuito solo all’insipienza di Biden senza guardare ai motivi pregressi, e l’abbandono da parte di Trump dei curdi alle rappresaglie ed al massacro dei turchi, quando i primi erano stati fedeli alleati degli americani nella lotta contro l’Isis. Esso fu un atto di assoluta incompetenza geopolitica militare che ha permesso il risorgere dell’Isis nella regione, senza guardare alla inaudita insensibilità umanitaria. Eppure passò quasi inosservato dai media più seguiti ed ignorato dai media di destra. Mentre la crisi di Kabul, solo tanto rumore per nulla, è riecheggiata su tutti i media, anche al di fuori degli Stati Uniti; infatti Biden ha terminato una guerra con il consenso della maggioranza degli americani e, anche se in emergenza, è riuscito a rimpatriare tutto il personale americano in Afghanistan e ad accogliere, nel solo mese di agosto, più di 80mila afghani in pericolo di rappresaglia talebana.

A suo tempo Bush, dopo l’occupazione dell’ Afghanistan, travestito da “top gun”, proclamò “Missione Compiuta”, quando si era all’inizio di 20 anni di una guerra inutile e dannosa per tutti. Biden non ha proclamato niente, perché non vi era da dichiarare compiuta una missione, ma da porre fine al fallimento dell’interventismo americano.

Una nota a margine: c’e’ da chiedersi come mai questo interventismo, insieme con quello in Iraq, entrambi basati su motivi fasulli, fu così rapido, mentre l’intervento in Europa, nello scenario della 1ma e 2da guerra mondiale, tardò anni a materializzarsi? Eppure le mire imperialiste e destabilizzatrici di austro-ungarici e tedeschi erano più che evidenti ed un intervento rapido avrebbe accorciato di molto la sofferenza di popoli alleati.    

Puntualizzazione ex post

Se vogliamo parlare di guerre americane perse bisogna riferirsi a quelle contro il comunismo. In Corea, nel trattato di pace, gli americani sono stati costretti a cedere metà territorio; in Vietnam tutto il paese, e lì si è trattato per certo di una vera e propria fuga. Poi il comunismo è caduto per conto proprio, sotto l’enorme peso delle proprie incongruenze, ed è solo la propaganda di Reagan che l’ha fatto passare per una inesistente vittoria americana. Ma vittorie e sconfitte vanno e vengono a seconda di quanto si è capaci di falsificare i fatti.  

Il Primo maggio del Vietnam: dallo scoppio della guerra alla sconfitta  degli americani - Il Riformista

In questo caso non si è trattato di una fuga, ma di porre fine ad una guerra che non avrebbe mai dovuto essere stata posta in essere. Gli americani sarebbero potuti rimanere lì in eterno, aggiungere un 51mo stato all’unione e nessuno avrebbe avuto niente da ridire, tranne i contribuenti americani costretti a sopportare un aggravio di 5 miliardi al giorno. Si è trattato di un ritiro che nel mese di agosto è diventato disordinato per 2 motivi concomitanti: la strozzatura posta da Trump all’emigrazione afghana negli SU, e la fiducia mal riposta di Biden sull’assestamento del Pentagono su una maggiore tenuta del governo e dell’esercito afghano.

Così che a metà luglio Biden si è ritrovato con il governo fuggito in Qatar, l’esercito in disfatta ed i talebani che avevano occupato Kabul.

La fuga è stata quella afghana, a dimostrazione di quanto fosse flebile la loro opposizione ai talebani; gli americani si sono solo ritirati da un teatro di guerra senza alcun interesse per loro. Per quanto riguarda l’inizio di una crisi, essa promette di essere solo afghana, perchè gli americani, anche se in affanno, la crisi ventennale l’hanno chiusa e c’è voluto solo il coraggio di Biden. Adesso sta agli afghani prendere in mano il loro destino. 

      . 

Follotitta vive tra New York e Miami, è architetto e appassionato di storia, architettura e politica. Una visione a 360° sul clima made in USA vista dagli occhi di un professionista "italiano in trasferta".

Articolo Precedente

I 4 fattori di cambiamento nel mondo del lavoro nell'era pandemica

Articolo Successivo

Intervista a Carlo Alberto Romiti, l’“uomo ombra” di Matteo Berrettini

Ultime News