Roma conserva teatri capaci di trasformare uno spettacolo in un viaggio oltre i confini, emotivi e fisici. È accaduto d’estate al TeatroBasilica, nel cuore del Rione Monti, ed è accaduto di nuovo lo scorso 6 novembre al Teatro Hamlet, al Pigneto, quando l’opera folk Oltre i confini – Continua a sognare è tornata in scena con la regia di Angela Ricci e il progetto artistico di Paolo Rasile, fondatore di Harp Guitar Travel.
L’atmosfera che lo spettacolo restituisce è coinvolgente: un racconto dove è il suono a guidare la parola e non viceversa, una musica capace di innestare nella sua potenza vibrazionale immagini, voce, danza e testi recitati. Tutto procede per quadri (una menzione alle immagini e video, meravigliosamente catturati e diretti dall’autore Suraj Singh, ndr.) con una fluidità che deve molto alla sensibile regia e coerenza drammaturgica di Angela Ricci, capace di sintetizzare talenti multidisciplinari con brani originali che fanno da trait d’union letterario. Ma, al di sopra di tutto, la musica, un vero e proprio live concert che sprigiona atmosfere sonore dalla rara potenza emotiva e immaginifica: tre chitarre (tutte harp guitar, con differenti corde e caratteristiche), rese vibranti dal tocco di Rasile, e le percussioni, magistralmente ritmate da Fabrizio Bigioni. La splendida voce di Marina Muser completa con eleganza il quadro musicale, suggellato nella sensuale corporeità della danzatrice acrobatica Arianna Pacillo.
Un’idea musicale che diventa teatro
Il progetto nasce da Paolo Rasile, chitarrista con tre album all’attivo, l’ultimo dei quali porta lo stesso titolo dello spettacolo. Il suo sogno era ambizioso: condurre la musica fuori dalla dimensione del concerto e portarla nel linguaggio del teatro.
«Il mio più grande desiderio era portare queste composizioni nelle sale teatrali, ma necessitavano di uno spazio narrativo. Dopo Reminiscenze – uno spettacolo incentrato sulla poesia, la mitologia greca e gli archetipi – lavorare con Angela è stato naturale. Lei ha dato struttura e senso scenico a quella che era una affascinante idea musicale» racconta Rasile. La scena accoglie tre chitarre arpa che catturano l’occhio. L’harp guitar è uno strumento di liuteria italiana con corde fluttuanti che vibrano liberamente sul corpo della cassa armonica. «Uno strumento che mi rappresenta appieno», spiega il musicista. «Tutte questa chitarre hanno una storia materiale, nascono nelle mani del liutaio, prendono corpo e anima. Portano con sé un’identità».

La regia: scrittura e immagini come scenografia emotiva
Angela Ricci interviene con una regia che diventa vera e propria tessitura, introducendo suoi testi originali e affidando parti della narrazione alla videoproiezione: frammenti di guerra a noi contemporanea, l’antichità classica con la figura di Cassandra, il viaggio geografico e quello interiore, la violenza di genere, l’amore per i figli e la loro non urlata libertà, condensati in un paesaggio d’acqua e due bambini che giocano sulla riva.
«In questi brevi testi c’è un concentrato di segnali per chi ascolta», spiega la Ricci. «Il quadro dedicato alla guerra parte da un mio scritto sul presente. Termino dicendo: “perché se guerra è dentro… guerra è fuori!”. Una riflessione semplice, ma inevitabile. Se non fossimo in conflitto con noi stessi, non sentiremmo il bisogno di generare guerre».
La guerra è evocata con un linguaggio essenziale: immagini che scorrono lentamente sullo schermo e una voce che non impone giudizi. Cassandra, figura antica, diventa un ponte: ieri e oggi, ripetizione e cecità.

Il quadro dedicato alla donna si muove nella stessa direzione. «Ho cercato di capovolgere la prospettiva. Non l’onore, ma la dignità. Superando l’idea della donna come simbolo, e abbracciando quella di essere umano», prosegue la regista. La scena non denuncia: invita a riflettere.
Il segmento napoletano introduce un altro tema: l’appartenenza. «Perché pe’ ognuno e nui è a terra mia!». Non un folklore, ma una riflessione sull’identità e sull’esperienza di chi è costretto a partire. Una risonanza contemporanea piena di raffinatezza e che non guarda alla retorica.
Infine, il quadro dei figli: una poesia sulla libertà, sul rispetto delle differenze e l’inevitabile confine tra amore e possesso. L’immagine di due bambini sulla riva è sufficiente per raccontare ciò che resta: un legame non per trattenere, ma per lasciar librare.
Maschere, gesti e l’essenza dello spettacolo
La regia lavora molto sul dettaglio, su ciò che non si nota al primo sguardo. Lo spettacolo si apre con figure mascherate: «Le maschere sono l’anima della musica», spiega Ricci. «La musica non ha volto. Ho immaginato che avesse un corpo e un’anima visibile. Le stesse maschere fanno un dono al pubblico, racchiuso in piccoli bigliettini con una frase: un piccolo gesto, ma importante. Sono questo tipo di passaggi a dare senso alla scena».
La regista sottolinea un aspetto poco evidente ma centrale: ciò che non si vede immediatamente è ciò che spesso costruisce l’essenza dello spettacolo.

Immagini che respirano
Su uno schermo scorrono le immagini di Suraj Singh, in continuo mutamento. Non illustrano solo ciò che succede, ma lo amplificano magnificamente.
«La proiezione diventa un’esperienza immersiva», racconta Rasile. «È un luogo sospeso dove realtà e immaginazione si confondono. Proprio come la musica: si muove senza confini, dal visibile all’invisibile».
Una sinergia che continua
Il lavoro di gruppo non è soltanto tecnico, ma umano. «C’è stata una bellissima sinergia tra me, Paolo e tutti gli artisti», aggiunge la regista. Alcuni interpreti non provenivano dal teatro, ma dalla danza e dal canto. «Abbiamo costruito una presenza scenica partendo dal corpo: gesto, respiro, ritmo».
Nel finale risuona Notte d’estate romana, testo di Marina Muser con musiche di Francesco Papaluca, Romano Scarfone e Roberto Chioccia: una Roma in notturna, trattata come una memoria collettiva.
Il percorso è in itinere. «È in preparazione uno spettacolo sui miti», anticipa la Ricci. «Scritto e diretto insieme a Paolo e al gruppo». Una nuova ricerca, un nuovo attraversamento.
Un’opera che lascia una vibrante eco
Con Oltre i confini il teatro si è trasformato da luogo fisico a luogo di passaggio: una rappresentazione del mondo che regala allo spettatore, senza giudizio, un nuovo modo per guardare ad esso, con l’impeto e la bellezza che solo un perfetto connubio tra le arti sa infondere.












