In un’epoca in cui ansia, stress e stanchezza mentale sono diventati la nuova normalità, cresce il bisogno di chiavi di lettura capaci di andare oltre le semplificazioni. Il legame tra intestino e cervello è ormai al centro del dibattito scientifico, ma troppo spesso resta confinato a slogan o spiegazioni superficiali. In questa intervista, il dottor Roberto Settembre, neurochirurgo con una formazione che integra medicina tradizionale e discipline complementari, propone uno sguardo più ampio e rigoroso.
Partendo dalla sua esperienza clinica e dal lavoro di divulgazione raccolto nel libro “La Chiave del Benessere: Microbiota e Salute Mentale”, l’autore accompagna il lettore dentro l’asse intestino – cervello, spiegando come alimentazione, microbiota, stile di vita e sistema nervoso siano parti di un unico sistema in dialogo costante.

Un racconto che unisce neuroscienze, pratica medica e approccio integrato, senza contrapposizioni ideologiche e senza promesse miracolose, ma con l’obiettivo di rendere comprensibili meccanismi complessi e restituire alle persone strumenti concreti di consapevolezza.
Nella sua formazione ha unito la neurochirurgia a discipline olistiche come agopuntura e omeopatia. Quanto questa visione integrata ha influenzato l’approccio del libro?
Moltissimo. Come neurochirurgo “classico”, si tende a vedere il cervello attraverso la TAC, la risonanza, la sala operatoria. Poi, con l’agopuntura, l’omeopatia e altre discipline integrate, ho iniziato a vedere la persona non solo come “organo malato”, ma come sistema complesso, in cui mente, intestino, sistema immunitario e stile di vita si parlano continuamente.
Questo libro nasce proprio da questo cambio di visione: non è solo un testo sul microbiota, ma un tentativo di mettere in dialogo le neuroscienze, la clinica quotidiana e le cosiddette medicine complementari, rimanendo però sempre ancorato alle evidenze scientifiche.
In pratica ho cercato di fare quello che faccio con i pazienti: spiegare concetti complessi in modo chiaro, senza dogmi e senza contrapporre “medicina ufficiale” e “olistica”, ma integrandole quando ha senso, nell’interesse della persona.
L’idea che l’intestino sia un “secondo cervello” è ormai diffusa, ma spesso resta un concetto astratto. Come possiamo spiegare in modo concreto questa relazione a chi non ha una formazione medica?
La spiegherei così: nell’intestino abbiamo una rete incredibile di neuroni. Non è una metafora perché si tratta di un sistema nervoso vero e proprio, che dialoga in tempo reale con il cervello attraverso i nervi (in primis il nervo vago) e attraverso sostanze chimiche come ormoni e citochine.
Concretamente, quando sei stressato, l’intestino lo sente subito. Si altera la motilità, cambia la sensibilità, compaiono gonfiore, crampi, colite. Quando l’intestino è infiammato o in disbiosi, manda al cervello segnali “di allarme” che, nel tempo, possono influenzare umore, energia, qualità del sonno.
Quindi non è solo una frase suggestiva: “secondo cervello” significa che intestino e cervello lavorano in simbiosi, e se uno dei due va in sofferenza, l’altro prima o poi lo mostra.
In che modo il microbiota intestinale influisce non solo sul nostro umore, ma persino sui processi cognitivi e sulla memoria?
Il microbiota non è un accessorio ma un vero organo metabolico e immunologico. I batteri intestinali producono e modulano sostanze che arrivano al cervello o che influenzano il modo in cui il cervello funziona. Per esempio: partecipano alla produzione di alcuni neurotrasmettitori o dei loro precursori (come serotonina, GABA, dopamina); producono acidi grassi a catena corta che hanno un ruolo antinfiammatorio e protettivo; regolano la permeabilità intestinale e, indirettamente, quella della barriera emato-encefalica.
Se il microbiota è in equilibrio, l’ambiente di lavoro del cervello è più “pulito”: meno infiammazione di basso grado, meno rumore di fondo. Questo si traduce in maggiore chiarezza mentale, migliore capacità di concentrazione e memoria più efficiente.
Quando invece c’è disbiosi cronica, infiammazione e stress, spesso vediamo pazienti che riferiscono “mente annebbiata”, difficoltà a ricordare, stanchezza mentale. Non è solo stanchezza psicologica, è il corpo che sta davvero mandando segnali di sovraccarico.
Ci può fare un esempio pratico di come una scelta alimentare o uno stile di vita corretto possano incidere concretamente sul benessere psicologico di una persona?
Le faccio un esempio tipico che vedo spesso. Una persona arriva da me con ansia lieve-moderata, sonno disturbato, gonfiore post-prandiale e calo di energia nel pomeriggio. Non ha una grave sintomatologia, ma “non si sente mai bene”.
Interveniamo su poche cose, in modo concreto, come riduzione di zuccheri semplici e farine raffinate, aumento di fibre da verdure, legumi ben tollerati e cereali integrali (quando indicati), più cibi freschi, meno ultra processati, orari dei pasti più regolari, inserimento di camminata quotidiana e igiene del sonno di base.
Dopo qualche settimana, prima ancora di “guarire l’intestino”, spesso la persona riferisce di avere meno gonfiore, sonno più profondo, e soprattutto umore più stabile.
Non è magia, è fisiologia. Cambiando il “carburante” che diamo al microbiota, cambiamo i segnali biochimici che arrivano al cervello.
Viviamo in un’epoca segnata da ansia e stress cronico: quali sono i segnali precoci che il corpo ci manda e che dovremmo imparare ad ascoltare meglio?
Il corpo parla molto prima che arrivino le diagnosi. Alcuni segnali precoci che vedo spesso sono disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni, sonno non ristoratore), intestino che cambia abitudini come alternanza stipsi/diarrea, gonfiore costante e crampi, tensioni muscolari persistenti (spalle, collo, mandibola) e cefalee frequenti, calo di desiderio, di curiosità, di motivazione, stanchezza mentale già al mattino, come se la “batteria” non si ricaricasse.
Spesso liquidiamo tutto con “è solo stress”, come se fosse una cosa da poco. In realtà sono segni che il sistema nervoso e l’asse intestino–cervello stanno lavorando fuori equilibrio.
Imparare ad ascoltare questi segnali significa intervenire prima che l’ansia e lo stress diventino cronici e si strutturino in disturbi veri e propri.
Nel libro affronta anche il tema delle malattie neurodegenerative. Quanto la prevenzione può partire dall’intestino?
Non possiamo dire che “basta curare l’intestino e si evitano tutte le malattie neurodegenerative”. Sarebbe scorretto.
Quello che possiamo dire, in modo serio, è che l’infiammazione cronica di basso grado, la disbiosi intestinale e alcune abitudini alimentari scorrette creano un terreno che non aiuta il cervello a invecchiare bene.
Agire sull’intestino significa ridurre l’infiammazione sistemica, migliorare il metabolismo (glicemia, insulina, lipidi), proteggere la barriera emato-encefalica e supportare la produzione di molecole neuroprotettive.
In un’ottica di prevenzione, intestino e microbiota sono tasselli importanti di un puzzle più grande, che comprende movimento, sonno, stimolazione cognitiva, relazioni sociali e, quando necessario, terapia farmacologica.
Il messaggio del libro è: non possiamo controllare tutto, ma ci sono scelte quotidiane su intestino e stile di vita che spostano davvero l’ago della bilancia.
Parlando sempre del libro, ha scelto una narrazione accessibile, pur trattando meccanismi complessi. Quanto è stato importante per lei trovare un linguaggio capace di rendere queste conoscenze fruibili a tutti?
Per me è stato fondamentale. Se un concetto resta solo nei congressi o negli articoli scientifici, cambia poco la vita delle persone. Il mio obiettivo era portare contenuti seri, basati su evidenze, ma in una forma che un lettore non medico potesse leggere la sera, sul divano, senza doversi sentire “inadeguato”.
Questo ha richiesto un grande lavoro di traduzione: non solo linguistica, ma concettuale. Ho cercato metafore, esempi concreti, casi clinici tipici, mantenendo però il rigore. Il complimento più bello che mi aspetto non è “che libro complicato e scientifico”, ma “ho capito, mi è chiaro, adesso so cosa posso fare di diverso”.
Nel libro parla di “strumenti concreti per il benessere psicofisico”. Se dovesse indicarne uno o due che ogni persona potrebbe iniziare a sperimentare da subito, quali consiglierebbe?
Se ne devo scegliere solo due, scelgo questi.
Regolarità dei ritmi: andare a letto e svegliarsi più o meno alla stessa ora, mangiare in orari simili ogni giorno, evitare di “massacrare” il corpo con salti di pasti, notti in bianco e abbuffate serali. Il sistema nervoso e il microbiota amano la regolarità: è come dare al corpo una base stabile su cui lavorare.
Un pasto al giorno “amico del microbiota”: non serve rivoluzionare tutto in un giorno. Scegli un pasto (per molti è il pranzo) e rendilo il più semplice e pulito possibile: verdure abbondanti, una buona fonte di proteine, carboidrati complessi quando indicati, pochi zuccheri, pochi cibi industriali.
Se una persona inizia davvero a fare solo queste due cose, in modo costante, spesso dopo qualche settimana nota già differenze su energia, umore e sonno.
Quali sono le ricerche più promettenti sul legame tra intestino e cervello che la incuriosiscono di più oggi?
Mi incuriosiscono molto tre aree. In primis, l’impatto del microbiota sullo sviluppo cerebrale nelle prime fasi della vita, come la gravidanza, il parto, l’allattamento e la prima alimentazione influenzano sia l’intestino che il cervello del bambino.
La seconda riguarda il ruolo del microbiota nei disturbi d’ansia, depressivi e nelle sindromi da stress per capire meglio chi, come e quando può beneficiare di interventi mirati sul microbiota, affiancati alle terapie tradizionali.
Infine, la modulazione del microbiota nelle malattie neurodegenerative non solo come “cura miracolosa”, ma come parte di un programma di prevenzione e rallentamento del decadimento.
Mi interessa tutto ciò che non promette miracoli, ma offre passi concreti, verificabili, integrabili nella pratica clinica quotidiana.
Se dovesse immaginare il lettore dopo aver chiuso il suo libro, qual è la consapevolezza che spera rimanga impressa più di tutte?
Spero che il lettore chiuda il libro con una frase in mente: “Non sono solo vittima del mio cervello: ho margini di azione, ogni giorno.” Vorrei che capisse che ansia, umore, energia, sonno e capacità di concentrazione non dipendono solo da “carattere” o “sfortuna”, ma anche da scelte che facciamo su intestino, alimentazione, ritmi di vita e gestione dello stress.
Non possiamo controllare tutto, ma possiamo influenzare molto di più di quanto crediamo.
Se dopo aver letto il libro una persona decide di cambiare anche solo una piccola abitudine, ma in modo costante, allora il mio lavoro, come medico e come divulgatore, ha avuto senso.










