Un percorso creativo raffinato intreccia radici napoletane, ironia e citazioni iconiche che abbracciano Petrolini e Trilussa. Parliamo di Preferisco il ‘900, il nuovo recente spettacolo portato in scena da Angela Ricci al Teatro Auditorium Due Pini di Roma.
A fare da cornice stilistica e culturale dell’opera, innumerevoli manoscritti conservati per decenni: un’immagine quasi cinematografica che segna l’inizio di un lungo viaggio.

La tradizione del café chantant
Angela Ricci ha compiuto un gesto di autentica archeologia sentimentale e storica, che affonda le radici nella tradizione del café chantant e del varietà degli anni Venti. Il primo, come molti sanno, è una forma di spettacolo tipica della Parigi della Belle Époque, un periodo di grande benessere economico ed intellettuale in cui le persone cercavano soprattutto svago e spensieratezza.

In Italia il café chantant conobbe nella città di Napoli il suo massimo splendore e riconoscimento, nella sua natura di show che univa teatro, musica, balletto e macchiette, celebrando una vera e propria Belle Époque partenopea.
Preferisco il ‘900: le origini napoletane
Le origini napoletane sono in questo spettacolo l’anima stessa della drammaturgia, il linguaggio universale che tutto avvolge. Ricci recupera le battute dei suoi avi e le fa danzare in dialetto tra uno sketch e l’altro.
La struttura stessa dello show richiama il café chantant di inizio Novecento, e la ricerca musicale – tra classici come Era de Maggio di Salvatore Di Giacomo, ma anche la romanesca L’eco der core e gemme rarissime ritrovate negli archivi familiari – ha il sapore di un rituale casalingo prima ancora che di un’operazione culturale.

Le figure letterarie
Accanto a questa atmosfera popolana e calorosa, troviamo figure sacre del mito e della letteratura – Desdemona, Ginevra, Orlando – spogliate della loro aura solenne e proiettate nel crudo dibattito sociale odierno: Orlando si rivela stalker ante-litteram, i drammi di Desdemona e Ginevra diventano specchi amari del femminicidio.
E poi c’è Romeo sotto un balcone di periferia, sommerso dall’affaccio simultaneo di tre Giuliette indistinguibili – satira feroce sull’omologazione dell’architettura moderna, dove il freddo cemento uccide il sogno e l’unicità dell’incontro.

Il cuore filosofico dello spettacolo emerge nel richiamo alle guarattelle, la tradizione napoletana dei burattini. Grazie alla collaborazione con Marcello Piccioni – che ha musicato con l’organetto la poesia Li burattini di Trilussa – e a quella con Giancarlo Paccapelo per gli arrangiamenti, il suono arcaico dello strumento accompagna la metafora dell’uomo-marionetta.
Pulcinella diventa riflesso della nostra condizione precaria, e il burattinaio che scioglie i fili al termine della recita ci ricorda che dietro la finzione scenica si cela la vulnerabilità di chi cerca un senso nel grande teatro dell’esistenza.

Preferisco il ‘900: il Cast
Il sontuoso cast di interpreti restituisce a questo spettacolo la sua vera natura, un atto collettivo di memoria e resistenza culturale:
Paolo Foglia, Angela Di Brizio, Alice Coppola, Diana Ricci, Lorenzo Karol Silvestri, Timoleon Pappas, Silvia Cantone, Myriam Archibugi, Matilde Condrò, Valentina Rosaroni, Anna Piras, Irene De Paolis, Sabrina Scavo, Carla Di Donato, Massimo Tucci, Monica De Biasio, Anastasia Mecucci.
Alla chitarra, con musiche e arrangiamenti, Giancarlo Paccapelo. La voce è quella di Maria Laura Satta. La sigla di apertura “Novecento” è firmata da Marco Massimiliani al sax, mentre all’organetto interviene Marcello Piccioni, interprete di alcuni brani del maestro Ambrogio Sparagna.

Icone come Ettore Petrolini (celebrato attraverso il suo Nerone, ridotto e arricchito di canzoncine) e Trilussa convivono con la figura di Ria Rosa, cantante dei primi del Novecento presentata come “la femminista dell’epoca”, da cui il titolo stesso dello spettacolo prende il nome.
Preferisco il ‘900 è, in fondo, un manifesto sulla dignità della risata intelligente. Contro la volgarità gratuita che oggi sembra l’unica via per strappare un applauso, Ricci rivendica il valore del doppio senso come forma d’arte raffinata – quel patto silenzioso tra palco e platea, basato su ciò che si evoca anziché su ciò che si esplicita.
Un’eleganza perduta, che questo spettacolo ritrova e restituisce con la grazia di chi sa che ridere, davvero, è una cosa seria.
Foto: ©Matteo Piras, Stefano Condrò










