OLIKO JONES: “Io non ho ricordi… solo emozioni! Sì proprio! Come le chiamano quelli di là!”
JIM JAY JOHN: “Le invenzioni son emozioni, i distillati di un’idea, e se l’idea è un gran gioco folle l’emozion, sì, è più sincera!
La vita, si sgretola così facilmente…”
Il Ponte, Carla Di Donato
Lo spettacolo si apre sul ponte immaginario di una nave, con un vibrante racconto in musica scritto e interpretato dall’attrice e ballerina Carla Di Donato: un brano surreale che condensa in modo sinestetico l’intera drammaturgia.

La Nave al Tramonto, portato in scena al Teatro Planet da Angela Ricci, immerge lo spettatore sin dalle prime battute in questa atmosfera di salsedine e impermanenza, nel quale prendono forma i racconti delle tre protagoniste che hanno il volto di Carla Di Donato, Daniela Mancieri e Annalisa Peruzzi.
La nave come non-luogo
L’atmosfera immaginifica ha il suo centro sulla nave che dà il titolo all’opera, dove le donne hanno vissuto i momenti più intensi della loro vita: un luogo magico, privo di spazio-tempo, in cui tutto è stato possibile.
La musica, di chiara ambientazione jazz, è protagonista sul palco con i suoi interpreti, che danno respiro alla recitazione, tra canto e danza.
Racconti sul ponte
Sulla nave conosciamo Dorothy (Carla Di Donato), una esuberante ballerina jazz “sospesa” sul ponte. E’ proprio lei a trasporre l’intero tono registico in questa prima, toccante, scena: onirica, traballante, già a metà tra la vita e il trapasso.

Accanto a lei, Rosa la Gatta (Annalisa Peruzzi), una donna affascinante e misteriosa dai brillanti occhi verdi , incorniciati da una maschera nera e capaci di fendere la sala. E’ lei a raccontare con soave canto la propria vicenda amorosa – tra inganno, gioco e seduzione – finita inevitabilmente in tragedia.
Maribel (Daniela Mancieri) è una seducente presunta assassina dal grande carisma. Anch’essa, ospite della nave, evoca con garbo e ironia le proprie delittuose gesta.
Tre figure-tipo, all’estremo – ladra, danzatrice, assassina – eppure più vere e carnali delle signore di prima classe che condividono con loro lo stesso destino.

La regia di Angela Ricci tra musica, poesia e danza
La nave, come evidenzia la regia di Angela Ricci, è dichiaratamente una metafora della vita; ma questa drammaturga, come è sua abitudine, non ne fa un manifesto, bensì lascia percepire e affiorare il nucleo del racconto attraverso i corpi, le voci, la musica.
E qui sta uno dei tratti più riconoscibili della sua poetica: i musicisti, Luca Angeletti alla chitarra e Luca Magrini alle tastiere, non sono una semplice colonna sonora, ma interpretano anch’essi l’azione, dando struttura e corpo alla drammaturgia con la loro arte.
Franco Tinto, autore delle musiche, ha trasposto in note le poesie di cinque donne: Silvia Cozzi (presente in sala), Cinzia Erdas, Roberta Lipparini, Tiziana Mezzetti, Alessia Rocco.
La canzone finale, Senza rotta, scritta da Angeletti, chiude lo spettacolo con la grazia vibrante che ha animato tutto lo spettacolo: nessun approdo, ma nessuna resa.

La danza è l’altro caposaldo del teatro di Angela Ricci. Al pari della musica, è un linguaggio alternativo che completa la drammaturgia in modo sinestetico, raccontando fragilità, imprevedibilità, la bellezza precaria dell’essere vivi.
Note di regia
L’inabissamento finale, che a tratti le tre protagoniste ci rivelano, evoca quel sottotesto che anima tutto lo spettacolo: si perde tutto ciò che è materia, ma non l’amore e le emozioni, capaci di sopravvivere alla morte perché eterni.
Stiamo tutti nella stessa barca, tutti parte di un unico destino, sembra dirci la regista. Lo sa chi affonda, lo sa chi guarda.










