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“Aldo Moro. Una tragica smorfia”: otto anni di ricerca diventano libro e teatro

Un progetto multidisciplinare porta in scena e in libreria i misteri mai risolti del caso Moro, attraverso la simbologia del Lotto napoletano e una tombola giocata a casa del maestro d’Italia. Con l’intervista all’autore Manuele Ferretti.
Aprile 27, 2026
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«Non sono un saggista, né uno storico. Ma la storia di Moro mi ha da sempre appassionato talmente tanto che ho dovuto trovare un mio modo, una chiave, per raccontarla seguendo una nuova “verità” che i vari studi fatti mi hanno suggerito, come in un mosaico.»

Manuele Ferretti

C’è un materiale che si accumula per anni e poi, a un certo punto, esige una forma. Manuele Ferretti lo sa bene: a partire dal 2018 ha comprato libri su libri – circa due metri lineari di volumi – riempiendo quattro cassetti immaginari: la vita di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, i cinquantacinque giorni di prigionia, le inchieste e i loro buchi neri. Otto anni dopo, quel peso ha finalmente trovato una doppia forma.

Da un lato “Aldo Moro. Una tragica smorfia, il volume con prefazione di Ilaria Moroni dell’Archivio Flamigni, disponibile in libreria e online dai primi di maggio 2026, edito da Edizioni Progetto Cultura. Dall’altro uno spettacolo teatrale, uno dei primi in assoluto portati in scena su Moro, che andrà in scena il 15 – 16 – 17 maggio 2026. Due opere che condividono la stessa materia ma la plasmano in modo radicalmente diverso: il libro, più ampio e analitico, si rivolge a chi vuole porsi come ricercatore; lo spettacolo, ridotto a tre voci in scena, punta dritto alle emozioni e alla riflessione civile.

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Il filo conduttore: la smorfia napoletana

Il problema, all’inizio, era uno solo: come tenere insieme tutto quel materiale senza ridurlo a un elenco. La soluzione è arrivata da un piacere antico, quasi anacronistico: il gioco del Lotto. «E’ un gioco democratico», spiega Ferretti, «perché è l’unico in cui il banco può perdere; in tutti gli altri giochi, vince a priori». Ed è proprio la smorfia napoletana – il codice simbolico che associa numeri a figure, sogni, frammenti di realtà popolare – a diventare il filo che attraversa l’intera struttura. Ogni episodio della vita di Moro, ogni passaggio dei 55 giorni, ogni nodo delle inchieste viene collegato a un numero della smorfia, trasformando un codice popolare in una chiave di lettura storica.

I quattro “cassetti” in cui Ferretti ha organizzato il materiale – la vita di Moro, il 16 marzo 1978 con la strage di via Fani e il rapimento, i 55 giorni di prigionia, le inchieste e le indagini successive – vengono così riletti attraverso la simbologia dei numeri. Non è un espediente folkloristico: è un tentativo di dare forma accessibile a qualcosa che altrimenti resterebbe disperso tra migliaia di pagine di verbali, istruttorie e atti parlamentari.

Oggi in commissione Patrimonio 42

La tombola a casa di Alberto Manzi

Nello spettacolo, questa architettura si materializza in scena attraverso una partita a tombola. Il tavolo è quello di Alberto Manzi, il maestro d’Italia, volto storico di “Non è mai troppo tardi”, durante il Capodanno del 1978, pochi mesi dopo che via Fani diventasse una data impossibile da dimenticare. Si gioca, si pesca, si ricorda: ogni numero estratto apre uno squarcio di storia, e il confine tra la memoria privata e la cronaca si fa sempre più poroso.

La scelta di Manzi come fulcro narrativo non è casuale né puramente scenica: il legame tra i due uomini è storico e preciso. Fu Aldo Moro, quando ricopriva la carica di Ministro della Pubblica Istruzione, a proporre al direttore della RAI dell’epoca, Arata, la realizzazione di una trasmissione televisiva finalizzata a combattere l’analfabetismo in Italia. Per quella trasmissione venne selezionato Alberto Manzi, e “Non è mai troppo tardi” vide la luce.

Da quel momento in avanti, Manzi è storicamente conosciuto come “il maestro d’Italia”. Nel testo teatrale, è proprio il suo personaggio (interpretato dall’attore Mario Migliucci) a farsi narratore: durante quella partita a tombola del Capodanno 1978, racconta attraverso i numeri ciò che accadde.

La struttura dello spettacolo: due tempi e un’assenza ingombrante

Lo spettacolo è costruito come un dispositivo a due ambienti separati. Da una parte il Capodanno del 1978, con il tavolo da tombola a casa di Manzi: persone che aspettano la fine dell’anno, che giocano e ricordano. Dall’altra un archivio contemporaneo: ricercatori, giornalisti, magistrati, voci che leggono atti, notizie, frammenti di verità. In mezzo, un narratore (Ferretti stesso) che tiene insieme i due tempi senza mai davvero farli incontrare.

Aldo Moro, in tutto questo, è ovunque nel testo, in ogni dialogo, in ogni riga, eppure non appare mai fisicamente sulla scena. È una scelta precisa e carica di significato: la sua assenza diventa presenza. Lo spettatore è costretto a riempire quel vuoto, a tenere viva la figura dello statista attraverso le voci degli altri. «Non si conosce tutta la verità», dice Ferretti, «questo lavoro ha l’ambizione di orientare, non di rispondere, ma di fornire una bussola.»

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Le sincronicità che hanno compattato il trio

Ferretti sul palco non è solo. Accanto a lui ci sono Stela Vesho, nei panni della ricercatrice, e Mario Migliucci in quelli di Alberto Manzi. Ma la composizione del trio rivela qualcosa che va ben oltre la logica del casting: tutti e tre i protagonisti sono legati, in modi diversi, alla storia di Aldo Moro e questa sincronicità non può essere un caso; inoltre, avere sul palco persone legate personalmente a quegli eventi crea una connessione emotiva e storica profondissima.

«Non si può uscire da questo spettacolo indifferenti. L’intenzione è: provocare; che sia una reazione, un pensiero critico, un’emozione»

Manuele Ferretti

Un caso mai chiuso: le contraddizioni ancora aperte

Il caso Moro, nella visione di Ferretti, non è un archivio chiuso. Nonostante gli anni trascorsi, nonostante le confessioni dei brigatisti, restano moltissime contraddizioni e moltissimi “sportelli aperti” che andrebbero indagati dall’interno. «Si sa “tutto”», dice con una punta di ironia, «abbiamo catturato i brigatisti, hanno confessato. Ma restano moltissime contraddizioni». Non si tratta di teorie alternative: si tratta di mettere insieme i pezzi di un mosaico che, una volta accostati, mostrano un’immagine omogenea, compatibile con quella che può essere la verità.

Ferretti parla di una “mucillagine”: una sostanza che lega, che copre, che continua ad agire. Prima, durante e dopo. Strutture che si ritrovano nei passaggi più opachi della storia italiana – terrorismo, servizi segreti, logge, criminalità organizzata, depistaggi – e che nel caso Moro trovano una loro configurazione precisa. Nel 2028 cadrà il cinquantesimo anniversario della scomparsa. Le domande restano aperte.

Un teatro civile per le scuole e per il presente

L’obiettivo dichiarato del progetto è duplice: sensibilizzare il pubblico adulto e portare lo spettacolo nelle scuole secondarie superiori come vera e propria lezione di storia. «Molto spesso la storia parte troppo da lontano e non si arriva mai all’oggi», osserva Ferretti. «Gli studenti rimangono indifferenti». Il teatro civile, nella sua visione, non spiega: mette in relazione, apre squarci, restituisce la dimensione umana di fatti che la cronaca tende a pietrificare in icone.

Ferretti ha già il progetto di contattare i direttori didattici dei licei e degli istituti superiori per proporre questa forma di teatro a scuola: uno spettacolo che, partendo dai fatti del 1978, aiuti a capire il presente e a fornire una bussola interpretativa per non restare indifferenti alla storia. «Non è mai troppo tardi», come diceva Manzi, per cercare la verità.


Manuele Ferretti
Manuele Ferretti

L’intervista a Manuele Ferretti

Analizzando la genesi di questo ambizioso progetto che comprende un volume e uno spettacolo teatrale: quale dei due è venuto prima come ispirazione e idea, il libro o lo spettacolo?

«E’ nata prima l’idea del libro, del testo, perché avevo un’immensa curiosità. Ho fatto una tesi di laurea, in età già adulta, sul terrorismo in Italia dal Dopoguerra a oggi. Sono partito dal ’45 e poi, arrivato a Moro, ho cominciato a leggere, a leggere, a leggere, e mi sono detto “Qui non mi laureo più!”, perché mi ci stavo infilando troppo dentro. Ho comunque trattato Moro nella tesi, ma appena accennato. Poi ho cominciato a lavorarci sul serio: era il 2018. Mi sono messo ad acquistare testi, perché mano a mano che leggi un libro trovi sempre un testo di riferimento o qualcosa che ti interessa. Sono arrivato a circa “due metri lineari” di libri sul tema “Moro”. Ho organizzato tutto in quattro cassetti immaginari: la storia di Moro; il 16 marzo e il rapimento; i 55 giorni; le inchieste e le indagini. Mano a mano che leggevo, infilavo le cose curiose nel cassetto di competenza. Ne è venuto fuori un testo ampio. Poi, facendo teatro da quindici anni, ho pensato di trasformarlo anche in testo teatrale.»

Questo spettacolo su Aldo Moro è il primo in assoluto ad essere portato in scena in Italia?

«Che io sappia, non è mai stato fatto uno spettacolo teatrale vero e proprio su Moro. C’è stato un testo con Gifuni, basato sulla lettura delle lettere dalla prigionia. E un altro che riguardava sempre i 55 giorni. Ma debbo dire che, se non sarà il primo spettacolo teatrale in assoluto portato in scena su Moro, sarà al più il secondo.»

La figura di Aldo Moro è quanto mai attuale oggi. Nel 2028 ricorrerà il 50° anniversario della sua scomparsa…

«Esattamente. E il tema di Moro non è un testo chiuso. Nonostante tutto, nonostante gli anni trascorsi, ci sono ancora un bel po’ di cose da dover scoprire che invece si danno per scontate. Ormai si sa “tutto”, abbiamo catturato i brigatisti, hanno confessato, però restano moltissime contraddizioni e moltissimi sportelli aperti che andrebbero indagati dall’interno e sviscerati. Il mio testo, “Aldo Moro. Una tragica smorfia”, è nato proprio con questo obiettivo. Si sono aperti molti “sportelli” durante le mie ricerche: non perché abbia scoperto io personalmente qualcosa di inedito, ma perché nel mettere insieme i pezzi di mosaico che ho trovato mi si è palesata un’immagine omogenea, compatibile con quella che può essere la realtà… compatibile con quello che può essere la verità.»

Il testo teatrale ripercorre fedelmente ciò che c’è nel volume pubblicato?

«No, il libro è strutturato diversamente: è molto più ampio e interessa a chi vuol porsi come ricercatore. Lo spettacolo è ridotto a tre persone in scena. C’è un tavolo in cui si gioca a tombola a casa di Alberto Manzi, il maestro d’Italia famoso per “Non è mai troppo tardi”, perché aveva un rapporto molto stretto con Moro. Quando Moro era ministro dell’Istruzione, propose alla RAI di realizzare una trasmissione finalizzata a vincere l’analfabetismo in Italia: fu così che venne scelto Alberto Manzi, ma la trasmissione l’aveva pensata, ideata e sognata Moro. Nello spettacolo, la parte del tavolo della tombola è affidata al solo Alberto Manzi – interpretato da Mario Migliucci – che racconta quello che è successo durante quel Capodanno del 1978.»

Come nasce il legame tra la smorfia napoletana e la vicenda di Moro?

«Dovevo costruire un filo conduttore per tutto quel materiale. Ho pensato al gioco del Lotto, che è uno dei giochi democratici: è l’unico in cui il banco può perdere; in tutti gli altri giochi, vince a priori. La smorfia napoletana è stata la cosa naturale che mi è venuta per legare gli episodi della vita di Moro e i fatti accaduti. Non è un elemento folkloristico: diventa una chiave di lettura simbolica. Ogni numero è un pezzo di noi.»

Ci parli degli altri due attori che la affiancano sulla scena: Stela Vesho e Mario Migliucci

«Dunque, io sono il narratore; accanto a me c’è la ricercatrice interpretata da Stela Vesho, e Alberto Manzi, interpretato da Mario Migliucci. Abbiamo deciso insieme di portare in scena questo spettacolo di teatro sociale e civile. La cosa incredibile è una particolare sincronicità che si è creata tra noi tre.»

Cosa si aspetta dal libro e dallo spettacolo? Qual è il messaggio che vorrebbe arrivasse al lettore e allo spettatore?

«Per me il risultato è già enorme: essere riuscito a completare questo progetto è una cosa immensa. Mi aspetto che da questo spettacolo non si esca indifferenti, l’intenzione è quella di provocare. Quello che verrà fuori colpisce chi ha vissuto quel periodo sicuramente di più, ma anche per chi non lo ha vissuto si apre uno squarcio. L’intenzione è di proporre lo spettacolo all’interno della scuola secondaria superiore come lezione di storia: ho il progetto di contattare i direttori didattici di licei e istituti superiori. Secondo me, molto spesso la storia parte troppo da lontano e non si arriva mai all’oggi, e gli studenti rimangono indifferenti. “Non è mai troppo tardi”, come diceva Manzi, per cercare la verità.»


  • ALDO MORO. UNA TRAGICA SMORFIA
  • 15-16-17 maggio 2026
  • Piccolo Teatro Carlo Goldoni, Roma
  • Testo: Manuele Ferretti
  • Regia: Massimiliano Milesi
  • Cast: Manuele Ferretti, Mario Migliucci, Stela Vesho
  • Acting Coach: Antonella Antonelli

Virginia Rifilato

Giornalista del Quotidiano La Voce e Direttrice de Il Circolo del Golf, è collaboratrice di InsideMagazine dal 2020

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Laureata in Lettere con la specializzazione in Editoria e Giornalismo presso l'Università degli Studi Roma Tre, e diplomata anche presso la Scuola di Scrittura Omero, Virginia Rifilato è una giornalista di grande talento e esperienza, con una solida carriera nel campo del giornalismo e delle collaborazioni con importanti media nazionali come La Repubblica, come editor nell'industria cinematografica e televisiva per importanti canali satellitari e terrestri come Sky e Tim Vision, e collaboratrice di alcune emittenti radiofoniche di spicco, tra cui Radio 3 e Dimensione Suono Roma.

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All'interno del magazine InsideMagazine, Virginia ha il compito di curare le interviste di punta, offrendo ai lettori un'esperienza avvincente e coinvolgente. La sua passione per la scrittura e la sua capacità di raccontare storie affascinanti, oltre alla sua abilità nel creare domande incisive e nel catturare l'essenza delle personalità intervistate, la rende una risorsa di grande valore per la redazione.

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