Ogni giorno, migliaia di gesti banali spostano sabbia lontano dalle spiagge. I piedi dei bagnanti, gli asciugamani scossi a distanza dall’arenile, i giochi dei bambini infilati nelle borse, le sedie pieghevoli caricate in auto a fine giornata: sono azioni minime, ripetute milioni di volte ogni stagione balneare. Moltiplicato per decenni, questo prelievo quotidiano diventa un capitolo non trascurabile della crisi dell’erosione costiera, meno visibile delle mareggiate e delle alluvioni ma altrettanto concreto.
Il tema, del resto, non è nuovo nel dibattito ambientale. L’Italia e l’Europa fanno i conti da anni con arenili che arretrano, con i cambiamenti climatici che intensificano mareggiate ed eventi estremi, con coste che rischiano di perdere non solo bellezza ma funzione, dalla protezione degli abitati alla tenuta del turismo balneare.
Al netto di tutto questo, però, si continua a ragionare quasi sempre per grandi opere, barriere, interventi ingegneristici imponenti e costosi, spesso finanziati con fondi pubblici e discussi in convegni che raramente arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica. Si guarda raramente al problema dal basso, in quel momento banale e ripetuto in cui si lascia la spiaggia dopo una giornata al mare.
Un’idea che nasce dal basso: il brevetto Beach Sand Cleaning Station
Se la sabbia lascia la spiaggia un granello alla volta, perché non intervenire proprio in quel punto, prima che il materiale esca definitivamente dal suo ecosistema? È da questa prospettiva che nasce Beach Sand Cleaning Station. Un’idea diversa, tutta Italia e oggi coperta da brevetto, firmata da Antonello Bacco, Alessio Bacco e Lucia Lai.
Un interrogati che ribalta l’approccio consueto ai problemi ambientali, spostando l’attenzione dalle grandi infrastrutture ai comportamenti minimi, quelli che nessuno considera davvero un problema finché non li si osserva nel loro effetto cumulativo.
Il meccanismo immaginato dai tre ideatori non richiede acqua né interventi invasivi. Un sistema ad aria compressa, attivato in una nicchia dedicata, ripulisce piedi e gambe dei bagnanti con getti mirati, recuperando la sabbia e restituendola all’arenile invece di lasciarla disperdere in auto, in casa o negli stabilimenti.
Una versione parallela del dispositivo si occupa di ombrelloni, sedie, giochi e asciugamani, gli stessi oggetti che ogni estate trasportano sabbia lontano dalla spiaggia senza che nessuno ci faccia davvero caso, finendo per depositarla nei bagagliai, negli androni dei condomini, nelle hall degli alberghi.

Il costo nascosto dell’erosione quotidiana
C’è poi un secondo problema, meno raccontato ma altrettanto concreto, che la sabbia dispersa porta con sé. Case che si riempiono di residui sabbiosi, scarichi che si deteriorano, elettrodomestici sottoposti a un’usura silenziosa, strutture ricettive costrette a interventi di pulizia continui che pesano su tempi e costi di gestione.
Piccoli costi, distribuiti su milioni di famiglie e di attività, che raramente vengono messi in relazione con il tema più ampio della tutela costiera, ma che ne fanno parte a pieno titolo, come una sorta di tassa invisibile che paghiamo tutti senza saperlo.
Ciò che rende la proposta interessante, oltre il brevetto in sé, è la filosofia progettuale che la sostiene. Molte soluzioni destinate agli spazi pubblici, richiedono opere infrastrutturali importanti, con conseguenti costi di installazione, manutenzione e gestione. In questo caso, invece, il dispositivo nasce con una filosofia completamente diversa. Niente allacci alla rete elettrica ma pannelli solari integrati, niente impianti idrici, niente sistemi di scarico.

Una scelta che riduce l’impatto ambientale dell’installazione e, non meno importante, ne semplifica l’iter autorizzativo in un contesto, quello della gestione del demanio costiero e della tutela paesaggistica, dove ogni intervento strutturale comporta tempi e vincoli tutt’altro che semplici. Non è un dettaglio marginale, in un Paese dove spesso le migliori intenzioni ambientali si scontrano con la lentezza burocratica prima ancora che con le difficoltà tecniche.
Dalle spiagge agli alberghi, il turismo sostenibile come nuova frontiera
Il progetto guarda oggi a un pubblico che va oltre il singolo bagnante. Amministrazioni comunali, stabilimenti balneari, cooperative di gestione delle spiagge, campeggi, villaggi turistici e alberghi rappresentano gli interlocutori naturali di una tecnologia che promette di trasformare un piccolo gesto igienico in un elemento distintivo dell’offerta turistica, in un momento in cui la sostenibilità è sempre più un criterio di scelta per chi sceglie dove passare le vacanze. Non si tratta più soltanto di offrire un servizio comodo, ma di comunicare un’attenzione ambientale che il turista, sempre più informato ed esigente, sa riconoscere e apprezzare.
Dopo il deposito del brevetto, i fondatori sono ora alla ricerca di partner industriali con cui sviluppare produzione e distribuzione della tecnologia, guardando a settori diversi che vanno dalla pulizia industriale alle attrezzature per spiagge, dall’arredo urbano ai sistemi di trattamento dell’aria, fino alle soluzioni off-grid alimentate da energia solare.
Un perimetro ampio, che racconta quanto il progetto sia pensato per intercettare non un solo mercato ma un intero indotto, capace di coinvolgere filiere industriali oggi ancora distanti tra loro.
La vera sfida della tutela costiera
Resta una domanda di fondo, che vale la pena porsi al di là del singolo dispositivo. Quanto siamo disposti, come Paese e come sistema turistico, a occuparci dei problemi ambientali?
L’erosione costiera si racconta quasi sempre attraverso le immagini delle grandi mareggiate, raramente attraverso quelle di un asciugamano scosso a bordo strada. Eppure è proprio nei gesti minimi, ripetuti all’infinito, che si gioca spesso la partita più difficile da vincere, quella della prevenzione silenziosa. Perché la tutela del paesaggio costiero, prima ancora che nelle grandi opere, comincia forse davvero da un semplice granello di sabbia.











