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Alessia Conforti, quando la riabilitazione diventa un incontro con l’essere umano

Agosto 28, 2026
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C’è un momento, nella vita professionale, in cui una scelta smette di essere semplicemente una scelta e diventa una direzione. Per Alessia Conforti quel momento arriva presto, molto prima che la riabilitazione neurocognitiva diventasse il centro della sua attività. A 17 anni, durante un’esperienza al Cottolengo di Padova guidata dai missionari della SMA, incontra persone con gravi disabilità, alcune delle quali non possono comunicare attraverso le parole. Eppure comunicano comunque attraverso lo sguardo, la presenza, la relazione.

È da quell’esperienza che nasce una domanda destinata ad accompagnarla: come diventare un ponte tra quelle persone e il mondo? La risposta arriva nella scelta di diventare fisioterapista. Ma la professione, per Conforti, non sarà mai soltanto una questione di tecnica.

Una nuova narrazione del corpo

Nel 1998, a 21 anni, mentre prepara la tesi di laurea in Fisioterapia, parte da Bari alla volta di Udine per assistere a un convegno dedicato allo stroke. È lì che incontra il professor Carlo Perfetti. Quell’incontro, racconta oggi, non rappresenta una deviazione dal percorso intrapreso, ma il momento in cui qualcosa che già esisteva dentro di lei trova finalmente un nome.

“Nelle sue parole trovai finalmente una visione della riabilitazione che sentivo mia: non un insieme di esercizi ripetitivi e protocolli uguali per tutti, ma un percorso in cui la persona era la protagonista del proprio recupero”, spiega Conforti. E quando Perfetti definisce la riabilitazione come “apprendimento in condizioni patologiche”, il riconoscimento è immediato.

“L’incontro con la riabilitazione neurocognitiva non ha cambiato la mia direzione, ma ha semplicemente dato un nome a ciò che cercavo da sempre”. È da questa prospettiva che prende forma anche “Kairós”, il libro nel quale Conforti raccoglie una parte della propria esperienza professionale e, insieme, una riflessione più ampia sul rapporto tra corpo, movimento, malattia e persona.

Oltre il corpo da “aggiustare”

[Il punto di partenza dell’approccio neurocognitivo è un cambio di prospettiva, dove il corpo non è una macchina da riparare e il paziente non è il destinatario passivo di una cura.

“La differenza più importante rispetto alle prassi tradizionali è che la Riabilitazione neurocognitiva di Carlo Perfetti non considera il recupero come qualcosa che il professionista fa alla persona, ma come qualcosa che emerge dalla persona stessa”, sottolinea.

È una distinzione che per Conforti cambia radicalmente il ruolo del fifioterapista. “Noi partiamo da una teoria, non da un metodo. Questo cambia tutto. Un metodo tende a essere applicato; una teoria, invece, ci aiuta a comprendere, formulare ipotesi e costruire un’interazione terapeutica unica per quella specifica persona”.

Al centro non c’è dunque una procedura da replicare, ma una relazione da costruire. E soprattutto una competenza che, secondo la fisioterapista, non appartiene al professionista, ma alla persona stessa. “Vorrei precisare un aspetto per me essenziale: la competenza non appartiene esclusivamente né al professionista né alla persona in trattamento. Emerge nello spazio relazionale che si crea tra loro. È una qualità intrinseca dell’interazione terapeutica: quando quell’incontro diventa autentico, condiviso e orientato alla conoscenza, crea le condizioni perché possano emergere nuove possibilità di apprendimento, modificazione e cambiamento”.

In questo senso, la competenza non risiede in uno dei due soggetti: emerge dall’incontro e diventa possibilità concreta di apprendimento e cambiamento. La competenza è già presente nell’essere umano, ma la sua emergenza nel trattamento è una proprietà dell’incontro terapeutico. Il compito di chi riabilita diventa allora creare le condizioni perché quella competenza possa riemergere.

È qui che la riabilitazione assume una dimensione che va oltre la funzione fisica. Recuperare un movimento significa anche recuperare una possibilità, riappropriarsi di una parte della propria esperienza, tornare a percepirsi capaci di apprendere e trasformarsi.

Il corpo non è un nemico

Uno dei nodi centrali del pensiero di Conforti riguarda proprio il rapporto con il corpo. In particolare quando la malattia, il dolore o una disabilità modificano profondamente l’immagine che una persona ha di sé.

“Io credo che il corpo non diventi mai davvero un nemico. È il modo in cui guardiamo la malattia e il limite che può portarci a viverlo come tale”, osserva. Il limite, nella sua prospettiva, non deve essere negato né romanticizzato. Deve essere attraversato. Perché può diventare anche il punto dal quale comincia un nuovo percorso. “Nella mia esperienza clinica, il limite non è soltanto ciò che interrompe un cammino. Può diventare anche il luogo da cui il cambiamento comincia”.

È una concezione che trova un sostegno importante anche nel principio della neuroplasticità. Il cervello, spiega Conforti, cambia quando incontra un problema che non sa ancora risolvere. È proprio nella difficoltà, quindi, che può aprirsi uno spazio per un nuovo apprendimento.

Per questo, quando una persona entra nel suo studio, Conforti dice di non guardare anzitutto la malattia, ma ciò che quella persona conserva: la possibilità di apprendere, modificarsi, trasformarsi.

“La diagnosi descrive una condizione. Non definisce mai chi sei. Definisce il momento in cui il tuo viaggio cambia direzione, ma non la sua destinazione”.

L’autenticità passa dal corpo

Il rapporto con il corpo diventa così anche una questione di autenticità. Ma essere autentici, per Conforti, non significa semplicemente stare bene con il proprio corpo o riconoscersi nell’immagine che più ci piace. Significa, piuttosto, avere il coraggio di incontrarsi per intero.

“Essere autentico con il tuo corpo non significa sentirti sempre bene, essere sempre forte o riconoscerti soltanto nelle parti di te che ti piacciono. Significa avere il coraggio di incontrarti per intero”.

Una riflessione che mette in discussione anche il modo contemporaneo di guardarsi. Per Alessia, l’immagine ideale di sé, costruita attraverso aspettative, modelli e giudizi esterni, rischia di diventare una gabbia. Ci abituiamo a riconoscere come “nostre” soltanto le parti che consideriamo capaci, sicure, performanti.

Ma l’autenticità, secondo Conforti, nasce altrove: dalla capacità di riconoscere ciò che siamo nel presente, comprese fragilità, paure e limiti. “Non puoi cambiare ciò che continui a giudicare. Ogni giudizio crea una distanza da te stesso, e ogni distanza ti allontana dalla possibilità di cambiare”.

Il corpo diventa allora un interlocutore, non un ostacolo. Parla attraverso il movimento, il dolore, la fatica, la tensione, la leggerezza. E proprio il sintomo, nella sua lettura, può rappresentare “il tentativo più autentico del corpo di ricostruire un incontro che abbiamo interrotto”.

Una questione di ascolto

Da qui nasce anche una riflessione sul rapporto che oggi abbiamo con il corpo e con gli altri. Conforti non ritiene che l’essere umano abbia perso naturalmente la capacità di ascoltarsi. Piuttosto, pensa che abbia imparato a mettere quell’ascolto in secondo piano.

“L’essere umano nasce profondamente corporeo. Nasce nel contatto, nella relazione, nel movimento”. Il problema arriva quando l’attenzione viene continuamente alimentata da prestazione, velocità, confronto e giudizio.

Il risultato è un progressivo allontanamento dalla propria esperienza. “È ciò che accade ogni volta che il giudizio prende il posto dell’ascolto: ci allontaniamo da noi stessi e, insieme, dal nostro corpo”. E il corpo, anche quando non viene ascoltato, continua a comunicare. “Il corpo non smette di comunicare: cambia linguaggio”.

Una prospettiva che, nel libro, assume un valore quasi universale: ritrovare il rapporto con il proprio corpo significa anche creare le condizioni per incontrare realmente l’altro. “Ogni incontro autentico con l’altro nasce sempre dall’incontro con noi stessi”.

Il Kairós: quando il cambiamento diventa possibile

È in questa cornice che il titolo del libro acquista il suo significato più profondo. Nella cultura greca, Kairós indica il tempo opportuno, il momento propizio. Non il tempo che scorre inesorabile, ma l’istante nel quale qualcosa diventa possibile.

Conforti lo riconosce anche nella pratica clinica. Non necessariamente quando arriva il risultato atteso, ma nell’attimo precedente: quando cambia lo sguardo, il respiro, la postura, quando una persona percepisce improvvisamente che esiste una possibilità.

“Per me il Kairós è proprio questo. Non il momento in cui il cambiamento si compie, ma quello in cui diventa possibile”.

È un istante difficile da misurare con gli strumenti tradizionali della riabilitazione, ma che il terapeuta può imparare a riconoscere. Un momento nel quale ciò che sembrava impossibile comincia a essere immaginabile.

“È l’istante in cui la persona smette di cercare una risposta fuori di sé e riconosce, dentro di sé, la direzione da seguire. Il movimento arriverà subito dopo. Ma il cambiamento, in realtà, è già avvenuto”.

Guardare la persona, non la diagnosi

Forse è proprio questo il filo che unisce l’intero percorso di Alessia Conforti: la scelta di non ridurre mai una persona alla propria condizione.

Alla domanda su quale caso clinico abbia maggiormente trasformato il suo modo di guardare il paziente, la risposta è significativa: nessuno in particolare. Perché, spiega, ha sempre fatto fatica a utilizzare persino espressioni come “caso clinico” o “paziente”.

“Io incontro persone, non casi”. Il suo sguardo, racconta, non è cambiato nel tempo. Ha piuttosto trovato una conferma e un linguaggio nella Teoria Neurocognitiva della Riabilitazione. È uno sguardo che affonda le radici anche nelle esperienze della sua adolescenza, quando si avvicinava spontaneamente a chi veniva definito “difficile”, “strano” o “diverso”.

«La fragilità non separa gli esseri umani: ci accomuna».

È forse questa la chiave per comprendere anche il senso di “Kairós”: non un manuale sulla riabilitazione, ma una riflessione sul modo in cui l’essere umano può continuare a trasformarsi anche quando la vita cambia direzione.

E alla fine, Conforti affida al lettore un messaggio semplice, ma radicale: “La diagnosi descrive una circostanza. Non definisce la tua identità”.

Perché il cambiamento, prima ancora di essere un movimento del corpo, può essere un movimento dello sguardo. “Vedere è il primo gesto d’amore che devi a te stesso. Perché il cambiamento nasce oltre il giudizio”.

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