“Fluid working”, con Simone Terreni. Puntata numero zero

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“C’è un libro molto carino che si chiama Chi ha spostato il mio formaggio di Spencer Johnson, che racconta di due gnomi e due topolini, Nasofino e Trottolino. Questi ultimi rimangono per un attimo perplessi quando scoprono che il loro formaggio è sparito. Uno dei due si mette le scarpe da ginnastica e va a cercarne dell’altro, mentre il secondo topolino rimane lì a rimuginare sul formaggio perduto. Una storiella breve, densa di significati e insegnamenti, che fa comprendere ai lettori l’importanza e il valore del cambiamento, della flessibilità e dell’apertura al nuovo.”

Inizia così il motivante confronto con Simone Terreni, owner di VoipVoice ed esperto di smart working e tecnologie ad esso connesse.

L’idea di incontrarlo nasce proprio da un suo post su LinkedIn in cui Simone fa il punto su alcuni termini oggi sulla bocca di molti, spesso confusi tra loro.

Il post è questo: “Forse non è chiaro…

OFFICE WORKING: è il lavoro che viene svolto in ufficio presso la sede lavorativa. Cinque giorni su cinque, dalle 9 alle 17. Chiaro?

REMOTE WORKING: è il lavoro che potrebbe essere svolto in ufficio ma viene svolto completamente da remoto, lontano dalla sede operativa. Può essere fatto a casa, in Coworking, in treno, al bar, ma MAI in Ufficio. Cinque giorni su cinque. 

HOME WORKING: è come il Remote Working ma svolto SOLO in casa. 

SMART WORKING: è una forma di collaborazione continuativa e concordata tra un’Azienda strutturata e il Dipendente, che impiega una parte ridotta o consistente del proprio orario per svolgere attività al di fuori dalla sede lavorativa. Ad esempio tre giorni in ufficio e due da remoto. Oppure quattro giorni e una mattina in ufficio e un pomeriggio a casa. Chiaro?

Durante il lockdown non è stato fatto lo Smart Working ma è stato fatto Home Working emergenziale. Spesso fatto alla cavolo. 

Infine, lo Smart Working NON è applicabile a tutte le categorie ma solo a quelle che svolgono lavoro da ufficio. Commessi, operai, autisti, professionisti che hanno a che fare con il pubblico, ecc. non lo possono applicare. 

Chiaro?

Quindi che cos’è questo benedetto smart working? Il tanto dibattuto “lavoro intelligente”? Probabilmente è tutto ciò che gira intorno alla capacità di un professionista o di un’azienda di cogliere il messaggio nascosto in un cambiamento. “Noi pratichiamo lo smart working dal 2015, ma se ne sta parlando solo ora in modo efficace. Sembra che il mondo abbia scoperto tutt’a un tratto un modo nuovo di lavorare. Quando lo suggerivamo noi, ci guardavano con un certo sospetto, al quale seguiva l’affermazione “ma figuriamoci se ora ci mettiamo a lavorare da casa!”, mi rivela Simone Terreni. Che poi continua:

“Oggi scopriamo che lo smart working si può fare nei modi giusti e con la tecnologia giusta e con grande profitto, se lo facciamo bene. Quello che diventa importante è capire il campo di gioco in cui giochiamo.

Pensiamo che l’intelligenza di questo modello di lavoro si riduca a portare il computer a casa e, con il favore del completo libero arbitrio, andare a prendere i figli a scuola o seguire un corso di cucito, yoga e tip tap, proprio durante quelle ore in cui prima si lavorava in giacca e cravatta stretti tra quattro mura. Non è così. La parte smart sta più che altro nel riportare equilibrio nella vita del lavoratore. Una vita migliore, integrata e coerente coi propri ritmi che si traduce, poi, in una maggiore motivazione, in fedeltà all’azienda e al proprio team, in responsabilità. Nel gestire compiti, ruoli, obiettivi si diventa un professionista affidabile, al quale l’azienda può smettere di dare carote da alternare al bastone, e con cui può iniziare a dialogare a un altro livello.

Chi trova tutta una serie di cose negative nello smart working, probabilmente non l’ha capito, non l’ha applicato o non sa proprio cosa sia” ammette Simone. “Oggi più che altro si parla di “home working emergenziale”, ossia: ci hanno costretto a stare in casa e ci siamo ritrovati, nostro malgrado, a fare meeting su zoom con i bambini che si lanciano giocattoli alle nostre spalle. 

Con la nostra azienda abbiamo vinto anche un paio di premi su questo argomento, proprio perché avevamo implementato lo smart working già nel 2015 e poi, con l’arrivo della legge del 2017, l’abbiamo proprio integrato come pratica consueta grazie anche al supporto tecnologico che ce lo ha permesso: la fibra, il VoIp, i centralini cloud, l’Unified Communications, che sono tutte quelle piattaforme abilitanti. Un terzo dei nostri dipendenti già nel 2017 applicava lo smart working abitualmente. Questo non voleva dire che queste persone se ne stavano sempre a casa, ma che dedicavano una parte del loro orario o alcune giornate, in maniera flessibile, a un lavoro indipendente”

A pensarci bene io stesso sono un precursore dello smart working. Il mio lavoro decennale in Data Tv, dove costruivamo i contenuti redazionali di Sky, era per lo più svolto in modo flessibile. Ero uno dei pochi dell’ufficio che lavorava “da casa”, che per me significava prendere il mio fedele portatile e in mezzo alla settimana, magari in pieno inverno, andare a lavorare “vista mare”, o in un bar, ovunque e portare a termine i miei obiettivi. Conoscevo le scadenze, sapevo cosa fare e avevo gli strumenti per farlo. Forse proprio in questo consiste il cambio di paradigma a cui siamo chiamati oggi: uscire fuori dalla mentalità del lavoro in ufficio dalle 9 alle 17. Non si tratta di stare chiusi da qualche parte ed essere sempre presenti e a portata di mano, condividiamo con Simone, ma di portare a termine compiti e attività all’interno di un team creando sinergie possibili anche a distanza. Certo non tutti i lavori si prestano. “Se hai un centralino che squilla e devi interagire con i clienti, dalle 9 alle 17 per dare il tuo servizio, un supporto per il quale sei pagato, è importante farlo bene. Oggi la tecnologia ce lo permette. Ci permette, cioè, di lavorare sempre più per obiettivi, di dare deleghe impostando rapporti di collaborazione sulla fiducia, stabilendo dei check point in cui controllare che tutto stia filando in maniera corretta.

Il nuovo paradigma sta proprio nel costruire squadre intorno a una cultura della responsabilità, legate a tempistiche e scadenze precise e condivise. Sviluppare un tipo di lavoro più fluido. Il cambio di paradigma legato alla rivoluzione digitale alla quale stiamo assistendo è paragonabile al mondo remoto di Blockbuster e a quello che ha portato la rivoluzione di Netflix. Il primo ci costringeva a pagare per ogni singola videocassetta noleggiata, ad andarla a prendere di persona e riportarla al negozio in tempo, pena il pagamento di grosse penali. Il secondo oggi ci permette, allo stesso prezzo dell’affitto di una sola vecchia videocassetta, di usufruire in abbonamento mensile di una serie illimitata di contenuti. Una fruizione libera, indipendente, fluida alla quale tutto il mondo della televisione oggi si sta adeguando. E se non ti adegui, perdi il treno che porta dritti verso il futuro!

Con Simone Terreni la chiacchierata continua. Si parlerà di tecnologia, di welfare, di un nuovo sviluppo possibile, dei tre requisiti per uno smart working vincente. Ma per stimolare al meglio l’effetto Zeigarnik (termine tecnico per indicare il nostro naturale bisogno di completamento che occorre quando una puntata di un telefilm finisce sul più bello lasciando un alone di suspense, di tensione o di dubbio, e allora sentiamo l’irrefrenabile bisogno di cliccare il pulsante “Prossimo episodio”), continueremo a parlare di come impostare al meglio il nostro “lavoro fluido” nella prossima puntata di questa “serie”. 

Paul k. Fasciano, co-owner di InsideMagazine, formatore, autore e business coach, mette competenza, etica ed empatia al servizio di professionisti e aziende, orientandoli alle migliori strategie di comunicazione.

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