Francesco Bejor: la voce di un “pirata” tra jazz, rock e opera lirica

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La canzone più bella dedicata a Marco Pantani, Dove osano i pirati, è oggi baciata da una nuova luce: parliamo del recente e fascinoso arrangiamento jazz che gli ha dedicato il suo cantautore, Francesco Bejor. Una poesia in musica – perché di vero lirismo si tratta – nata di getto nel lontano 2004 (il 15 Febbraio) all’indomani della prematura scomparsa del Pirata. “Quando ho realizzato che Marco Pantani non c’era più, mi sono chiuso in una stanza di casa, e ho scritto la canzone, piangendo. Nel testo ho inserito una frase in dialetto romagnolo, “Fam passé che so’ Pantani”: me la suggerì mia madre, alla quale va il merito del 50% su questa canzone (sorride, ndr). E’ stato il mio terzo singolo, con il quale ho vinto il Premio della Critica per il Miglior Testo al Festival di San Marino.

La targa vinta al Festival di San Marino

Sette singoli e un cd all’attivo (tutti editi dalla casa discografica Galletti Boston), Francesco Bejor si è formato sui palchi della musica rock con i Rebecca, il gruppo di cui è stato il frontman dal 2006 al 2012 (band con la quale ha suonato anche al concertone del Primo Maggio a Roma).

“Mi definisco un cantautore puro, alla Guccini. Se fosse dipeso da me, avrei vissuto seduto su una sedia a suonare una chitarra; non vestito con l’eskimo, ma probabilmente accompagnato da una chitarra sgangherata quanto me! Ciò che è accaduto realmente, però, è che mi sono formato con i Rebecca, una rock band. Ai primi concerti mi sentivo buffo quando salivo sul palco. Guardavo gli Iron Maiden o Steven Tyler, cercavo dei punti di riferimento, poi ho trovato il mio stile. Dopo che è finita l’esperienza con i Rebecca ho conosciuto la band che ha suonato al mio matrimonio, Ulisse e la sirena (nome scelto dal chitarrista per onorare un’omonima canzone di Francesco Bejor, ndr); suonammo insieme tre brani il giorno della cerimonia, fu divertentissimo, e mi ha preso con sé. Da lì abbiamo condiviso tre intensi anni insieme.”

Francesco Bejor

Come è iniziato tutto, ovvero la tua passione per la musica e la scelta di diventare un cantautore?

“Ho cominciato a scrivere nel ‘92 a 22 anni, e ho partecipato ai primi concorsi scrivendo per altri; poi, nel ’99, ho deciso di mettermi alla prova uscendo dalla provincia e mi sono iscritto al CET – Centro Europeo di Toscolano, la scuola di Mogol in Umbria. Feci il Corso Autori e vinsi il primo premio a pari merito con una ragazza pugliese che ora collabora con artisti famosi. Il premio consisteva nella partecipazione gratuita a un corso per interpreti del CET. E’ stata una bellissima esperienza, che mi è servita per imparare a scrivere in metrica sulle musiche di altri, ma anche per conoscere delle persone splendide, con le quali ho vissuto questa specie di sogno tra i boschi dell’Umbria. Ricordo con particolare affetto Giulio Rapetti (in arte Mogol) e suo figlio Alfredo, e una persona che purtroppo non c’è più, Valerio Negrini, l’autore dei Pooh nonché il loro batterista (soprannominato “il quinto Pooh”, ndR) che rimase diverse notti con noi a bere un bicchiere di vino sul divano della bellissima sala da pranzo del CET, a parlare di musica. Nel 2002, tramite un incontro casuale, ho poi conosciuto un parente di Pape Gurioli (famoso pianista jazz, ndr) che mi chiese di scrivere un inno per la Romagna, perché allora era in gioco l’autonomia della Romagna dall’Emilia. Lo feci e scrissi Romagna da baciare, il mio primo singolo. Fu sempre questa persona a presentarmi poi una piccola casa discografica che lavorava nel mondo del liscio, la Edizioni musicali Galletti Boston di Faenza, con la quale ho intrapreso una longeva collaborazione. Con loro ho fatto altri cd e anche una canzone dedicata al poeta Dino Campana, Ladra poesia. Campana era amico di mio nonno, il quale mi raccontava sempre questo divertente aneddoto: Erano i primi del ‘900, e Dino Campana, dopo una delle sue notti brave, salì attraverso la grondaia nell’appartamento di mio nonno, in centro a Bologna. Presero insieme un caffè, chiacchierando di avventure e disavventure, e poi andò via. Mio nonno volle dedicargli un libro a questo grande poeta nonché amico fraterno, che è tutt’oggi conservato al Centro Studi Campaniani di Marradi, in provincia di Firenze.”

Francesco Bejor e i suoi musicisti

Raccontami di Pantani, che potremmo definire uno dei tuoi miti, e di come è nata questa grande empatia con lui, romagnolo d’origine come te

“Sai, io non sono mai stato il tipo di tifoso sfegatato, innamorato di uno sportivo e sempre pronto a difenderlo, ma negli anni ’80, da ragazzo, ebbi come una folgorazione guardando giocare Michael Jordan. Il secondo atleta che mi lasciò davvero senza parole fu Marco Pantani. Due storie diversissime tra loro: Jordan, che ha sofferto moltissimo per la morte del padre, è per me l’immagine del dio incarnato sulla Terra, bello, un vincente nato, con un talento smisurato unito a una volontà di ferro. Nella vita ha realizzato sportivamente tutto ciò che era possibile. E dall’altra parte Pantani, piccolo di statura, non un “bello”, con quel sorriso splendente caratterizzato però da una tonalità amara, che ha avuto da subito piccole grandi sfortune – come la rottura di tibia e perone – ma nonostante questo ha continuato, con quell’aria a volte sofferente e mai soddisfatta. E nel ‘98 ha vinto il Giro d’Italia e il Giro di Francia, come solo Fausto Coppi ha saputo fare. L’anno successivo non fu la sfortuna a metterglisi contro bensì i nemici, le persone malvagie; e quindi io, pur non conoscendo questo ragazzo, sono diventato partecipe della sua vita, e quando ha cominciato la sua caduta vertiginosa mi sono sentito come se fossi caduto anche io. Questo mi ha spinto a scrivere la canzone che gli ho dedicato, il senso di empatia che ho provato verso di lui. Mi sono fatto fare anche un tatuaggio sul petto. A fianco di Pantani, ho fatto disegnare Fausto Coppi e Gino Bartali, con una frase che dice: UNA LACRIMA IL VISO BAGNA, PER TE CHE HAI FATTO GRANDE L’ITALIA E LA ROMAGNA.”

Il tatuaggio dedicato a Pantani

Lo scorso anno hai realizzato anche un bellissimo videoclip della tua Ave Maria, un brano che fonde influenze rock con l’opera lirica

“Sì, l’Ave Maria è stata pubblicata nel 2017 sempre dalla Galletti Boston, e lo scorso anno, alla fine del lockdown, ho girato il videoclip. Qualcuno mi ha detto che l’ha trovata offensiva, ma ovviamente non ne ha capito il significato. Io, sempre nella penombra e vestito in stile rock, e la cantante lirica rappresentiamo il Mondo, il limite umano, le cadute; nonostante i limiti, aneliamo a Maria, che è sempre nella luce. Le ultime scene non sono una sfida, un oltraggio, ma un’incitazione a togliersi la mascherina “dalla testa”, a ragionare da soli, con la nostra testa. Ed è anche una frecciatina alla Chiesa di Roma, perché nel 2020, per un virus che è stato sì molto grave ma di poco conto se lo confrontiamo alla peste del ‘500 e alla lebbra del ‘200, hanno deciso di chiudere le chiese, allontanando il popolo, laddove invece San Francesco andava in mezzo ai lebbrosi, e il Cardinal Borromeo si recava tra gli appestati. Quindi il finale della canzone è in parte polemico, ma in questo senso.”

Un concerto di Bejor e il suo gruppo

Cosa vedi nel prossimo futuro, tuo e della musica?

“Sto investendo su YouTube e su altre piattaforme, perché la frontiera del futuro è questa: si ricomincerà a suonare dal vivo, è ovvio, ma le occasioni andranno di pari passo a quanto si è conosciuti; quindi se non si pongono delle solide basi oggi, sarà difficile restare in attività. È sempre stato così, ma il covid ha accelerato questo processo. Per quanto riguarda i miei progetti, ho programma una canzoncina allegra che uscirà questa estate. Quindi posso solo dirvi: restate connessi!”

Un’altra immagine di Francesco Bejor

Contatti:

Francesco Bejor Official

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