Southworking e ritorno al Sud: la contro-migrazione dei professionisti

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Santina Giannone, Communication Strategy Consultant e Digital Skills Teacher, CEO&Founder di ReputationLab, scrive: “Dieci anni fa mi consigliavano di trasferirmi al Nord per lavorare nella comunicazione. La diagnosi era chiara: qui non hai nessuna speranza di farcela. “Chissà in una città del Nord chi potresti diventare” è le frase che mi sono sentita ripetere più spesso in questi anni.
Ogni volta una pugnalata. Come dire:

“Sei brava abbastanza, ma ci sono cose per cui è solo fortuna”

mi distruggeva l’epica classica di cui mi ero nutrita, per cui ognuno è artefice del proprio destino.

Santina Giannone — Dario Flaccovio Eventi

Oggi che non sono diventata nessuno, ma che ho fondato la mia agenzia di comunicazione, scritto il mio libro, contribuito a creare uno spazio di espressione nuovo, affiancato tante aziende nella crescita, esplorato il panorama della comunicazione nazionale e l’ho fatto da qui, dalla Sicilia, sento che la missione più bella è cambiare la narrativa, fare in modo che quelle frasi non uccidano i sogni che verranno.”

La sua storia è una di quelle non comuni, almeno fino a poco tempo fa. Poi qualcosa è cambiato o meglio, sta cambiando. Si tratta di un nuovo fenomeno “migratorio” che vede protagonisti quei lavoratori che dal nord tornano nelle loro case al sud.

Il libro scritto di Santina Giannone dal titolo emblematico “Comunicare Human to Human” (Flaccovio editore) è un suggerimento verso il nuovo modello di relazione lavorativa tra sud e nord che, facendo una generosa iperbole, è possibile catturare dalle parole dell’autrice:

“La comunicazione non può limitarsi alla persuasione ma deve usare lo strumento della relazione che è da coltivare in maniera ripetuta e costante”.

Il ritorno al sud per aprire un’azienda, scommettere su se stessi, sul proprio territorio, credendo che una nuova possibilità, è oggi possibile grazie anche alla tecnologia che ci permette, appunto, di comunicare meglio a distanza, di coltivare in maniera del tutto nuova lo strumento della relazione, mantenendo impieghi e carriere decentrando gli uffici. Ma guardiamo con una lente di ingrandimento al fenomeno di cui stiamo parlando.

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Di cosa parliamo in questo articolo

Southworking

Cervelli in fuga… al sud. Si scrive Southworking si legge letteralmente “addio al nord”. Così anche il mensile Elle introduce un argomento quanto mai attuale e che traspare dal post di Santina Giannone, oltre che da tutta la sua esperienza formativa e lavorativa: un forte desiderio di lavorare e produrre senza snaturarsi, ma portando valore alla propria terra, là dove trovano migliore humus le proprie radici.

“A fine 2019 un report svelava che l’operazione “Cervelli di ritorno”—- ultima strategia governativa per frenare la fuga di talenti dall’Italia – era solo parzialmente riuscita: la metà dei 14.000 rientrati dall’estero negli ultimi dodici mesi grazie agli incentivi fiscali era già ripartita, un fallimento alle spalle in patria, una nuova occasione altrove. Ma a marzo di quest’anno scatta il lockdown, e diventa updown, la pandemia ribalta le vie di fuga e un controesodo di emergenza riporta in Italia e soprattutto al sud le menti disperse, creando un’altra opportunità. Ed è anche la prima volta che non si prende a prestito dall’America la definizione di un fenomeno: southworking “lavorare dal sud” è neologismo tutto nostrano, creato dalla palermitana Elena Militello per battezzare questo movimento di ritorno, e di più: un progetto per restare.”

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Oggi, grazie al cambiamento velocissimo in atto, ne abbiamo parlato in queste ore, ancora, QUI, prende forma un nuovo fenomeno migratorio alla rovescia grazie alla nuova era dello smartworking dovuto alla pandemia. Lavoratori e studenti tornando al Sud riconquistano una parte di se stessi, ricongiungendosi ad amici e famiglie, a una rete di conoscenze che a loro volta possono nutrirsi di nuova linfa e non solo affettiva. Si tratta di riportare know how, esperienza e ricchezza professionale in quelle terre dove fino a poco tempo fa si credeva convintamente non potessero attecchire né prosperare.

Nei mesi paralleli ai lockdown ci stiamo rendendo conto che ciò che è iniziato come un ritorno forzato “a casa” promette nuove possibilità. La solita opportunità dietro la crisi. Facce di una stessa moneta. L’ipotesi di rimanere al sud nasce, come si sa, dalle possibilità offerte dal lavoro a distanza, che va a braccetto con l’obiettivo di ridurre i costi da parte delle aziende. Prime conseguenze per le grandi città del Nord, Milano in testa, in termini di indotto del lavoro: bar, immobiliare, affitti. Secondo gli esperti però genti e località del Centro-Sud hanno molto da fare per riuscire a sfruttare davvero questa occasione.

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La risalita dei cervelli

Come salmoni in piena stagione riproduttiva (il salmone nasce nei fiumi, vive in mare e ritorna nel luogo in cui è nato per riprodursi), anche i lavoratori del sud sarebbero però destinati a tornare sulla strada percorsa, verso nord, dopo la pandemia. Così dicono alcuni analisti. Il southworking è un’opportunità ma è anche una immensa sfida per il Mezzogiorno. Forse la sfida più grande mai sostenuta in tempi moderni. Quella di sfruttare il momento per costruire un territorio meritevole di mantenervi i propri “cervelli”. Chi ha lasciato le regioni del Centro e del Nord per tornare in Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, infatti, ha bisogno di servizi essenziali per restarci anche nei prossimi anni: dalla banda ultra larga alle scuole, dalla Sanità ai trasporti.

Poi esiste un contro-fenomeno del contro-fenomeno. Quello di economie basate su status quo improvvisamente abbattuti: “Milano era una città nella quale circolavano tre milioni di persone al giorno, il doppio dei suoi abitanti”, fa notare il segretario di Epam, Carlo Squeri. Un’assenza, quella dei fuori sede, che colpisce il settore della ristorazione non solo per quanto riguarda i mancati incassi, ma anche per l’offerta di lavoro, visto che lo studente che condivideva un appartamento in affitto era un target ideale a cui attingere per ristoranti, bar e locali notturni. Quello che sta capitando a Milano non è ovviamente isolato anche se in Italia è la città più colpita dal southworking.

Cosa succederà a crisi pandemica rientrata, non è certo. Quello che traspare da più parti è che una nuova breccia si è aperta che ha scosso le coscienze imprenditoriali di molti professionisti che ora scoprono la possibilità di contaminare i propri paesi di origine con la loro voglia di lavorare bene, ma anche di farlo meglio. E meglio significa anche poterlo fare a casa, magari in Sicilia come Santina, con una finestra aperta su un assolato futuro.

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