Elena Binni: quando la sartorialità si fonde con nuove forme d’espressione

Intervista alla stilista Elena Binni

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di Virginia Rifilato

È un crocevia di culture, artigianalità e forme d’arte Lo Spazio dell’Arte e Sartoria di Elena Binni. Un piccolo atelier sorto nel quartiere di Monteverde vecchio a Roma nel 2014, grazie alla tenacia e ai sogni di una ragazza che ha cercato dapprima in Inghilterra la sua forza e ispirazione, per poi decidere di tornare in patria per realizzare il suo sogno.

Tante piccole, grandi storie

Ci sono tante piccole grandi storie come quella di Elena che meritano di essere raccontate, perché rappresentano un’infusione di ottimismo e possibilità. Come dicono gli americani, “You can!”

Sartorialità e artisticità sono sempre state concepite da Elena Binni come due facce della stessa medaglia, e questa intuizione le ha consentito di creare proficue relazioni tra cittadini e artisti del quartiere, nonché editori. “Figlia della crisi” del 2008, come lei stessa si definisce, Elena è diventata stilista per vocazione:

“Ho studiato all’Università per volontà della mia famiglia (metà tedesca e metà umbra, ndr.) che mi voleva letterata e insegnante, ma in quel periodo la professione accademica era bloccata

Non c’erano buone prospettive nonostante il dottorato e quindi, per una serie di circostanze, ho avuto il coraggio di prendere in mano la mia vita per inseguire il mio sogno artistico in Inghilterra. Fin da piccola, infatti, ho sempre creato abiti e amato la pittura, ma crescendo la cultura materna è stata un po’ messa da parte a causa della parte paterna della famiglia, predominante. È stata mia madre, architetto e designer, poliedrica e viaggiatrice, ad insegnarmi a cucire quando ero piccola e questa passione ho potuto perfezionarla da grande in quella che è diventata la mia professione di stilista e sarta, frequentando, per un paio d’anni, anche l’Accademia di Alta Moda Koefia a Roma”.

E cosa è successo in Inghilterra?

“Ho studiato a Londra, all’Accademia d’Arte, che ero già adulta, dopo che in Italia avevo portato a termine i miei studi universitari fino al dottorato appunto. Potrei essere definita, in un certo senso, un “cervello in fuga”, che ha poi però colto l’opportunità della crisi del 2008 per inseguire un sogno.

All’insaputa della mia famiglia mi sono iscritta all’Accademia d’Arte in Inghilterra dove hanno ritenuto opportuno promuovermi, in breve tempo, al Master; sono molto meriticratici gli inglesi, quindi, anche se non avevo mai studiato arte applicata, valutando i miei titoli, dopo aver frequentato un anno propedeutico, ho potuto accedere direttamente al Master.

Sarò sempre grata all’Inghilterra che ha rappresentato per me la terra dell’ottimismo, dello “You can” americano e della meritocrazia. E a un certo punto, quando ho dovuto scegliere dove stare, ho capito che questo sogno che avevo potuto concepire in Inghilterra volevo realizzarlo in Italia, perché l’Italia per me è un paese meraviglioso, al di là delle pecche di cui sappiamo e ci lamentiamo. E così sono tornata, e quello che era un progetto che avevo presentato lì, ovvero creare un luogo che potesse coniugare una professione creativa, che fosse abbastanza redditizia per mantenermi, e l’arte, si è concretizzato ne Lo Spazio dell’Arte e Sartoria.

Come è nata la scelta di aprire l’atelier proprio a Monteverde vecchio?

Monteverde vecchio è un quartiere che continuo a scoprire giorno dopo giorno. Non è il mio quartiere di origine, infatti. Sono venuta a vivere qui con la mia famiglia negli anni Novanta, prima abitavo nel centro storico, vicino a via Giulia, dove ho frequentato anche il liceo. Negli anni ’80 il centro era abitato da classi sociali molto diverse fra loro, aristocratici e strati popolari.

Venuta a Monteverde mi sono trovata in un ambiente diverso, per certi versi più omogeneo, e ci ho messo un po’ ad integrarmi. Anche in questo processo di integrazione ha giocato un ruolo significativo la mia permanenza in Inghilterra, perché quando avviene un distacco le cose si vedono meglio. E ho cominciato a apprezzare questo quartiere, in tutta la sua bellezza ed eleganza. Per una serie di casi fortuiti, poi, ho aperto l’atelier proprio qui, dove si stava liberando un laboratorio di cornici.

Seguendo lo spirito inglese di fare il piu’ possibile da sé ho costruito io quasi del tutto questo spazio, ripulendolo e dipingendone le pareti, quindi ho partecipato a un Bando della Camera di Commercio per “101 giovani imprenditori”

L’esperienza inglese mi ha aiutato anche in questo, perché se non fossi tornata in Italia infusa dello spirito ottimista che caratterizza quella cultura non avrei così tranquillamente pensato di partecipare a un bando e, soprattutto, di vincerlo! Perché ero sicura che la mia fosse un’idea buona, un buon progetto. Ricordo ancora l’impatto fra il clima statico e fissamente burocratico, un po’ apatico, degli uffici della Camera di Commercio e il mio entusiasmo nella tranquillità di avere un progetto  ponderato, pronto da scrivere, a fronte delle proposte degli impiegati di farmi affiancare da qualche associazione per la sua redazione.

Ma io dissi “Perche’? Lo faccio io!” Quando presentai la domanda rimasero colpiti, avevo anche tanti titoli e sono, infine, riuscita ad aggiudicarmi il bando. Nel settembre 2014, così, ho aperto l’attività. Nella domanda avevo puntato l’attenzione su due fattori: sulla base della conoscenza del quartiere, e di una vera e propria indagine di mercato, era emerso che la sartoria era una reale esigenza della comunità; allo stesso tempo, sottolineando il sostrato creativo, artigianale, artistico di questa parte di Monteverde, per la presenza storica di laboratori artistici e botteghe artigiane, mi proponevo anche come centro culturale.

Nel 2013-’14 c’era ancora lo strascico della crisi economica. Era stato l’anno della protesta in Sardegna dei figli dei minatori del Sulcis, simbolo di tanti giovani senza una prospettiva professionale, senza la possibilità di restare nel proprio paese e soprattutto privati della dimensione del sogno, della speranza.

Ho concepito questo luogo, questo spazio, anche come un centro dove far confluire energie represse e dove poter sognare, creare, progettare insieme.

Si è concretizzato il tuo progetto di creare sinergie con gente del quartiere, ma anche con artisti stranieri?

Sì, si sono concretizzati vari progetti che hanno preso vita proprio qui negli spazi della sartoria. Prima della pandemia riuscivo ad organizzare uno o due eventi l’anno. Tra i più belli c’è stata la partecipazione alla Rome Art Week, sia nel 2016 che nel 2017, con la mostra “Riflessi d’Autunno” e l’evento “Inter-actions” in collaborazione con l’artista americano Luke Fuller, la pittrice Manuela Scannavini e l’attrice e fotografa Alice Valente Visco, o ancora la sfilata di moda per il progetto “CalzeAdArte” sempre in collaborazione con Manuela Scannavini, con la quale ho ideato, in qualità di stilista, alcuni prodotti a metà tra calza e leggings.

Infine, in questo passato Natale, ho avuto il piacere di una proficua collaborazione con il visual designer Derrick Jones, americano, e con Ortica Editrice, nella persona di uno dei suoi due fondatori, Igor Castaldo. Insieme abbiamo reinterpretato le vetrine e gli spazi dell’atelier in tema natalizio, proponendo idee regalo basate sull’economia circolare, incentrata sul riciclo dei materiali utilizzati: tessuti e camicie fuori stock o contenitori dismessi che prendono nuova vita e forma.

Questi e altri progetti sono nati grazie alla collaborazione con clienti che hanno velleità artistiche, se non proprio artisti, della zona. Clienti che sono stati attirati da questo posto e che hanno colto l’invito ad entrare in uno spazio dell’arte che è anche sartoria. Derrick stesso è capitato qui per caso!”

Qual è il prossimo progetto che vuoi realizzare?

Vorrei creare un progetto incentrato sulla parola, ricollegandomi all’esposizione di libri che abbiamo fatto questo Natale con il mio amico editore Igor Castaldo, anche lui “figlio della crisi” e capace di rimettere in discussione la sua vita negli stessi anni in cui l’ho fatto io. Igor doveva diventare avvocato sempre per volontà della famiglia, ma a un certo punto ha lasciato tutto e ha scelto di seguire la sua passione per i libri, aprendo una casa editrice.

Dapprima anche lui ha avuto varie difficoltà, ma ora parlano di Ortica editrice su Rai Radio 3 e ne scrivono su Il Sole 24 Ore. La sua linea editoriale è ardita, coerente e tosta! Sono due soci (lui e Ezio Catanzaro), e grazie alla loro tenacia si può parlare di Ortica oggi come di una realtà solida. La bellezza delle mie due recenti collaborazioni, quindi, con Derrick in qualità di allestitore e con Igor, in veste di editore, mi ha convinta a lanciarmi in questo nuovo progetto incentrato sul nesso tra testo e tessuto, parola e abito, racconto e abiti che narrano qualcosa, legandolo anche questa volta ad un periodo critico, quello che stiamo vivendo oggi: la crisi della parola, la sua labilità.

La parola ha perso terreno rispetto alla tecnologia, sempre più spinta: l’essenziale, il vero senso della vita e delle cose, la parola, vengono a perdersi se si dà troppo spazio ai social network, a whatsapp ecc. Vorrei, così, creare qualcosa che riporti l’attenzione sulla parola, su una sua riscoperta, creando una vetrina con delle parola che volteggiano, e abiti ispirati a letture o brani importanti.”

Hai in mente già qualche testo che utilizzerai, che ti ha colpito?

“Al momento sono stata ispirata da due testi di Ortica che ho letto, sono testi di filosofia Zen. “Il canto dell’Illuminazione” (di Yongija Xuanjue) e “Il nettare del sé”, una raccolta di testi induisti, due libri molto illuminanti, coerenti anche con la cultura cristiana che mi è propria. A Monteverde vecchio abitano molte persone di fede buddhista, ad esempio, nonché una fervente comunità ebraica. Questo miscuglio di culture lo trovo assolutamente arricchente e stimolante.

Lo Spazio dell’Arte e Sartoria è in qualche modo un luogo anche di scambio tra idee e culture, grazie al quale nascono progetti. Devo ringraziare tutta la comunità che esprime periodicamente il suo appoggio, persino attraverso doni, come alcuni manichini, ad esempio. Sento di aver messo radici nella comunità e di far parte quasi, si potrebbe dire in qualche modo, di una ‘famiglia’.

Qual è la cosa che ami di più del tuo lavoro in sartoria?

L’abito su misura. E tutte le commistioni tra letteratura e pittura. Se ci si pensa l’abito su misura è un racconto, nasce dal dialogo con il cliente. È un racconto, un’avventura a due in cui si possono mettere colori e, metaforicamente, parole. Non c’è niente di più bello…

Ho notato che non ti promuovi sui social…

No, infatti, perché inizialmente ho seguito l’insegnamento ricevuto in Accademia d’Arte in Inghilterra, e cioè che il passaparola è lo strumento di marketing più efficace. E così ho continuato, trovandomi benissimo, anche a motivo del volume di lavoro che posso sostenere da sola. Ed anche perché io i social network non li amo, anche se amo il progresso! Portano incomprensione, tanta energia sprecata. È meglio una telefonata. Qui torna l’importanza della parola, che è fondamentale.

Sei riuscita a mantenere un rapporto con l’estero, tra collaborazioni e sinergie?

Sono sempre in contatto con i miei colleghi di Accademia e artisti conosciuti a Londra, oltre al fatto che a Monteverde vecchio abitano molti stranieri, tra la vicinanza con la FAO e la presenza delle università americane, ad esempio. Ho molti clienti stranieri e periodicamente accolgo per degli stage di formazione-lavoro studenti di costume e moda dagli Stati Uniti e da vari paesi europei.

In particolare, quale retaggio ti è rimasto dall’Inghilterra?

La fiducia e l’ottimismo. E poi mi sento molto inglese nello stile. Il loro modo sempre educato e pratico allo stesso tempo mi piace. L’approccio che hanno alla vita e al lavoro si può definire con un’ espressione: “Non ti spaventare prima di fare una cosa. Just do it: falla e basta!”.

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