Un carpentiere al lavoro
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Riutilizzo e riparazione: perché l’economia circolare salverà Lavoro e Ambiente

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di Virginia Rifilato

Riduci, ricicla, riusa, ripara. Sono le quattro parole d’ordine dell’economia circolare, l’approccio indicato all’unanimità dall’Europa come “la” soluzione per creare valore senza continuare a saccheggiare le limitate risorse della natura già in esaurimento. Gli eventi drammatici degli ultimi anni (l’aggravarsi della crisi climatica, la pandemia, l’invasione dell’Ucraina) hanno fatto schizzare in alto i costi delle materie prime. C’è più che mai bisogno di economia circolare. Ma l’Unione Europea e l’Italia stanno accelerando in questa direzione? 

Ma a che punto è l’Italia in questo settore, quali sono le nostre abitudini commerciali e soprattutto quali le normative che rispondono a questa interrogazione?

L’assunto

Per far luce, partiamo da un assunto: nell’Unione europea si producono ogni anno più di 2.5 miliardi di tonnellate di rifiuti. Proprio l‘UE sta costantemente aggiornando la legislazione in materia per promuovere la transizione verso un’economia circolare, in alternativa al vigente modello economico lineare.

Già a marzo 2020 la Commissione europea aveva presentato un nuovo piano d’azione che includeva proposte sulla progettazione di prodotti più sostenibili, sulla riduzione dei rifiuti e sull’ampliamento dei poteri ai cittadini, ad esempio attraverso il ‘diritto alla riparazione‘.

Questo piano d’azione per l’economia circolare contiene una serie di misure volte a “trasformare il modo in cui i prodotti vengono fabbricati, consentendo ai consumatori di effettuare scelte sostenibili a beneficio personale e dell’ambiente”, come dichiarato da Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo.

Estendendo il ciclo di vita dei prodotti si contribuirebbe a ridurre i rifiuti al minimo.

Ma proprio i principi dell’economia circolare contrastano con il vigente tradizionale modello economico lineare, fondato sul tipico schema “estrarre, produrre, utilizzare e gettare”, come riportato sul sito ufficiale del Parlamento europeo.

Inoltre, nel rapporto 2022 sull’economia circolare, leggiamo: “le difficoltà economiche che viviamo non sono solo legate alla congiuntura: rappresentano anche l’indicatore di una tendenza di fondo, strutturale, da non sottovalutare in un contesto di sviluppo globalizzato caratterizzato da una domanda crescente di materiali disponibili in quantità fisicamente limitate sul nostro Pianeta. La dinamica degli eventi economici lo prova. Passato il momento più acuto della pandemia, l’economia globale ha provato a ripartire seguendo la vecchia logica lineare. Così il picco improvviso di richieste di materia ha innervosito i mercati, ha creato incertezza, ha spinto gli operatori a cercare di accumulare scorte.”

Agevolare il riuso

Agevolare il riuso e la riparazione significherebbe dare linfa a professionisti e piccole e medie imprese; dal falegname al centro di assistenza per smartphone, dal mercatino vintage alla sartoria.

Nel 2019, in periodo pre-covid per esempio, nonostante le varie criticità di carattere normativo, la compravendita dell’usato in Italia ha generato un giro d’affari pari a 24 miliardi di euro, l’1,3% del Pil. Grazie alle piattaforme digitali, questo valore è stato costantemente in crescita negli ultimi anni.

Nel 2020 il tasso di utilizzo circolare della materia nell’Unione Europea è stato pari al 12,8%: l’Italia è arrivata al 21,6%. Nel 2022 l’Italia rimane ancora un passo avanti rispetto ai suoi competitor europei: è al primo posto, assieme alla Francia, nella classifica delle 5 principali economie europee.

L’economia circolare, dunque, non è più un sogno da ferventi ambientalisti bensì un pilastro del Green Deal europeo, il piano di transizione verde per rendere l’Unione europea climaticamente neutra entro il 2050. Un progetto da mille miliardi di euro, su cui l’Europa ha incentrato il proprio mandato.

Perché questi princìpi vengano messi in pratica, però, serve una normativa mirata e precisa; normativa che, in Italia, sta arrivando in forte ritardo.

Il decreto legislativo di riferimento

Dello scorso anno è l’interrogazione avanzata dalla parlamentare del Movimento 5 Stelle Ilaria Fontana, che ha avuto il merito di portare all’attenzione dei decisori politici interventi normativi di facile attuazione, attraverso i quali si può “ottenere il massimo con il minimo sforzo” (legge basilare dell’economia).

E’ stata la stessa Fontana a ripercorrere la mancata attuazione del Dlgs 205/2010:

Con il decreto legislativo del 3 Dicembre 2010 infatti, l’Italia ha attuato la direttiva 2008/98/CE sui rifiuti. Il testo stabilisce una precisa gerarchia nella gestione dei rifiuti:

  • prevenzione;
  • preparazione per il riutilizzo;
  • riciclaggio;
  • recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia;
  • smaltimento. 

L’incenerimento o la discarica, dunque, sarebbero l’ultima spiaggia. Ma anche il riciclaggio, in realtà, non va considerato come l’opzione ottimale in assoluto: meglio ancora è evitare che un prodotto diventi rifiuto, anche facendo in modo che venga riparato e riutilizzato.

In teoria i decreti attuativi dovevano arrivare entro sei mesi. Sono passati dieci anni e ancora non ve ne è traccia.

Sono ancora assenti, infatti, procedure standard che definiscano l’iter con cui un oggetto obsoleto o guasto (un computer, un mobile, una bicicletta) possa essere smontato, riparato o trasformato in qualcos’altro, per poi essere rimesso sul mercato.

Le capacità tecniche per eseguire queste operazioni non mancano di certo, ma i vincoli burocratici che non le rendono convenienti in termini di tempo e denaro continuano a farla da padrone.

Un calzolaio prende le misure di una scarpa

Il progetto di legge presentato da Ilaria Fontana si muove in diverse direzioni:

  • Promuovere il riuso, cioè la “seconda vita” di un bene, usato ma ancora integro e funzionante, per la stessa finalità per cui era stato concepito.
  • Semplificare gli obblighi di legge sui centri specializzati nelle riparazioni. 
  • Introdurre sgravi fiscali per chi partecipa a programmi comunali legati alla riduzione dei rifiuti, oppure al riutilizzo e alla riparazione dei beni.
  • Destinare incentivi a chi ripara o ricondiziona i dispositivi.
  • Condividere le buone pratiche di riparazione.

L’Europa, in definitiva, ha indicato una direzione chiara e gli italiani si stanno dimostrando pronti a seguirla. Il guadagno sarebbe evidente, sia in termini ambientali sia in termini monetari, c’è solo da sperare che anche la politica si dimostri ricettiva e pragmatica.

Fonti:

curenaturali.it

sito ufficiale Parlamento Europeo

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