Mondo – Le Nazioni Unite lanciano l’allarme sulla fame nel mondo

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Le Nazioni Unite hanno recentemente affermato che la fame nel mondo potrà diventare una preoccupazione ancora più urgente nel prossimo futuro. I dati hanno registrato che 10 milioni in più di persone l’anno scorso hanno sofferto la piaga della fame cronica, ma quest’anno le conseguenze della pandemia potrebbero portare questo numero fino a 130 milioni.

La severa valutazione è esposta nell’ultima edizione di State of Food Security and Nutrition in the World, un rapporto annuale elaborato congiuntamente da FAO, UNICEF, OMS, WFP, IFAD e relativo alla stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo.

Per i poveri e i più vulnerabili la situazione è sempre stata difficile, e rischia ora di diventarlo ancora di più. La malnutrizione aumenterà in quei Paesi già provati dal fenomeno, quelli in cui ancora non vi è traccia di crescita economica, specialmente negli Stati che vivono prevalentemente di export di materie prime, come succede per molte nazioni dell’Asia e dell’Africa. Sebbene l’Asia rimanga la regione con il più alto numero di persone denutrite, se si guarda alla “prevalenza della sotto-alimentazione” (prevalence of undernourishment), è l’Africa la regione con i dati più allarmanti.

Il 2020 sarà quindi un anno critico che va gestito a livello politico con estrema cautela. Non si tratta solo di sconfiggere un virus particolarmente ostinato, ma anche tenere a bada le sue conseguenze a livello globale.

Quali sono i fattori su cui si può intervenire?

Tentare innanzitutto di equiparare i guadagni dei piccoli produttori alimentari a quelli dei grandi produttori che sono generalmente il doppio. Diminuire i prezzi dei prodotti alimentari. Reintegrare la pesca sostenibile, pratica non più diffusa nei Paesi in via di sviluppo. Ma anche la pesca eccessiva in alcune zone deve essere maggiormente controllata. Così come l’implementazione uniforme di strumenti internazionali per la pesca sostenibile. Un altro fattore discriminante è l’emergenza idrica, che riguarda tutti i continenti, specialmente l’Africa settentrionale, l’Asia occidentale e l’Asia centrale e meridionale. Così, anche la conversione di aree forestali in terreni agricoli crea siccità. Basti pensare che negli ultimi anni il mondo ha perso foreste per un’are paragonabile alle dimensioni del Madagascar. Fenomeno oramai decennale che investe, come noto, soprattutto le aree tropicali (America Latina, Africa sub-sahariana e Sud-est asiatico). In generale, l’aumento dei costi compromette l’accesso al cibo delle persone più esposte alla povertà.

Ora si attendono decisioni urgenti dettate dalle Nazioni Unite e che i vari Stati nel mondo saranno chiamate a raccogliere per fare in qualche modo fronte comune a un’emergenza nell’emergenza.

Una riflessione a margine: rimanere attenti a questo tipo di dati può rendere ognuno di noi più consapevole di cosa può fare nel proprio di mondo. Una spesa più sostenibile ad esempio, rivolta ai piccoli produttori locali e alle cooperative.  Un tipo di attenzione che motiverebbe l’amministrazione a migliorare la trasparenza delle informazioni sui prezzi, sulla filiera e sull’offerta e domanda degli alimenti di base, consentendo al mercato di operare in modo più virtuoso ed efficiente.

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