Anche Microsoft vira sullo smart working, siamo sulla giusta strada?

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La notizia era nell’aria già da qualche giorno, quindi dopo Twitter, anche Microsoft abbraccia la strada dello smart working permanente sperimentato a ritmi accelerati e forzosamente durante la pandemia.

La società americana ha diffuso internamente linee guida che prevedono un lavoro “ibrido“. I dipendenti potranno accedere a un piano che prevede meno della metà di ore a distanza e mantenere la postazione fissa, oppure passare al telelavoro preservando dei ‘punti di appoggio‘ in ufficio

L’azienda dei software e delle soluzioni in cloud ha deciso di consentire ai propri dipendenti di lavorare da casa in modo permanente anche dopo la fine dell’emergenza Covid 19. La decisione è stata comunicata ai dipendenti tramite una mail interna di cui ha dato notizia il portale The Verge. Quest’ultimo ha parlato di linee guida diffuse al proprio personale nelle quali si definisce il concetto di hybrid workplace.

Come altre aziende, tra cui Facebook e Twitter, anche Microsoft ha deciso dunque di optare per il ‘lavoro ibrido’, una soluzione che prevede lo smart working per meno del 50% delle ore settimanali. L’azienda di Redmond ha tuttavia anche deciso che i manager potranno concedere ai dipendenti di lavorare interamente in remoto. Chi sceglierà di continuare a lavorare da casa, dovrà tuttavia rinunciare ad avere uno spazio dedicato proprio in ufficio per i giorni che trascorrerà in sede. Si potrà però ‘appoggiare’ a delle postazioni volanti.

Ci saranno funzioni che prevederanno comunque una presenza fisica, ma d’altra parte anche la possibilità di esser ricollocati a livello internazionale qualora il proprio ruolo lo consenta. Fin da subito, Microsoft aveva fatto forte ricorso al lavoro in remoto. L’ultima indicazione era di una intenzione di non riaprire gli uffici prima del prossimo gennaio.

Il tema dello smart working resta assai dibattuto: una ricerca richiamata proprio oggi nell’ambito del Digita Summit di EY ha rimarcato come la metà dei lavoratori (in Italia) che ha continuato a lavorare in maniera agile durante la pandemia si sia sentita in realtà a disagio con il telelavoro.

In effetti, è inevitabile che lo smart working finisca per dividere il mercato del lavoro in due segmenti: quello “fortunato”, che potrà permettersi di lavorare da casa o qualsiasi altra postazione, senza o con pochi controlli e risparmiando sui costi di mobilità e affitto; ed i lavoratori ordinari, che come oggi continueranno a recarsi in fabbrica o ufficio, facendo la vita di sempre. Del resto, non tutti potremo lavorare a distanza, perché per produrre un’auto serviranno sempre gli operai che manualmente espletino la loro mansione in catena di montaggio.

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Esiste anche il rischio di una minore circolazione delle idee. Lo smart working non equivale necessariamente a lavorare isolati. Si può svolgere la propria mansione in un luogo pubblico e connessi da remoto si può parlare con i colleghi in chat, audio e video. Ma siamo sicuri che sia la stessa cosa di stare in ufficio? Di certo, si trascorre una quantità notevolmente inferiore a chiacchierare, non si hanno momenti comuni extra-lavorativi in cui scambiarsi qualche battuta, come nel caso della pausa pranzo. Da un lato, ne risentirebbe positivamente la produttività, dall’altro finiremmo per cristallizzarci su nostre idee e sensazioni, sprecando l’opportunità di confrontarci con gli altri per arricchire il nostro pensiero. Le conseguenze non sarebbero semplicemente di tipo comportamentale, quanto prettamente economiche: la minore circolazione delle idee porterebbe a una minore inventiva e, quindi, a minori progetti di sviluppo e investimenti.

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