I teatri italiani durante la pandemia: un triste spettacolo.

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di Ileana Barone –

Noi Italiani si sa, siamo amanti del bello. Apprezziamo il cibo, la musica e l’arte. Amiamo il cinema e gli spettacoli teatrali. E per questo, forse più di tutti gli altri, risentiamo parecchio della chiusura di cinema e ­teatri, nostri luoghi di aggregazione, dovuta alla pandemia.

Il settore che sta risentendo più di altri della crisi generata dal Covid19 è quello dell’arte. Completamente bloccati tutti gli spettacoli di danza, musica e teatro che hanno subito, e ancora subiscono, enormi perdite a causa dell’annullamento o della riduzione degli spettacoli.

Con la fine del lockdown si è tentato di tornare alla normalità e a luglio quasi tutti i grandi teatri avevano riaperto proponendo spettacoli all’aperto. Gli spettatori previsti nelle esibizioni però non possono essere più di 1000 nelle zone aperte, non più di 200 nelle sale al chiuso e con posti a sedere preassegnati mantenendo la distanza minima di un metro. Ciò ha comportato una perdita di circa un milione di spettatori e di 24 milioni di euro solo nei mesi di marzo, aprile e maggio.

L’ultimo DPCM non ha cambiato la situazione attuale ma anzi dà alle regioni il potere di adottare solo misure anti contagio più restrittive di quelle disposte dai DPCM del Governo e con l’arrivo della stagione autunnale non si sa ancora se la programmazione verrà presentata o meno.

La capienza ridotta per il pubblico, la necessità di avere pochi artisti sulla scena e distanziati, l’uso della mascherina sono tutti fattori che mettono in crisi chi fa arte e che deve scegliere tra chiudere o resistere.

Il problema riguarda inoltre anche tutte quelle persone che non salgono sul palco ma che permettono che la magia prenda forma. Tecnici, macchinisti, costumisti, truccatrici, assistenti di produzione sono gli assi portanti del settore e sono anche le persone maggiormente colpite dalla crisi. Sembra che nessuno si accorga di tutto il lavoro che viene svolto da questi ”fantasmi” e che nessuno se ne occupi.

Qualche giorno fa a Milano c’è stata la manifestazione dei 500 Bauli. I lavoratori dello spettacolo sono scesi in piazza Duomo per un flashmob con il quale hanno chiesto provvedimenti immediati per non lasciar morire il loro settore e per ricordare che non hanno introiti da febbraio.

A Roma la situazione non è migliore. È di qualche giorno fa la notizia che il celebre Salone Margherita, aperto nel 1898 a via Due Macelli e reso famoso dagli spettacoli del Bagaglino, ha chiuso i battenti a causa della crisi e delle pressioni della Banca d’Italia, proprietaria dell’immobile. Chiuderanno anche il Teatro dell’Angelo, situato nel quartiere Prati, il Sistina che lo ha annunciato un mese fa e il Teatro Valle che dopo l’occupazione non ha più riaperto. Insomma le norme Covid hanno dato il colpo di grazia ad un settore già abbandonato dallo Stato.

La soluzione per uscire da questa impasse è forse quella della flessibilità. I teatri devono reinventarsi, creare allestimenti delle opere con nuovi criteri, coinvolgere maggiormente i cittadini realizzando una nuova forma di aggregazione per gli spettatori nonostante gli obblighi di distanziamento. Perché la parte più bella del teatro è proprio il coinvolgimento e senza di esso il teatro muore.

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