Intervista alla designer di gioielli Alessandra Calvani

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Quando un architetto si mette in testa di realizzare gioielli, potrebbero accadere due cose: che i gioielli diventino dei veri e propri oggetti di design, pronti ad “arredare” la nostra vita, o che diventino parte importante di noi, con la loro leggerezza formale, come un ornamento pronto ad accompagnarci ovunque. Nel caso di Alessandra Calvani le due eventualità si sono concretizzate entrambe. E non per pura casualità.

Le sue creazioni, al pari del nostro corpo, entrano in rapporto con lo spazio. Creare una struttura regolare di partenza, intesa come costruzione logica, è da sempre la base progettuale per tutte le sue collezioni di gioielli contemporanei. «Composizioni spaziali che entrano in relazione con il corpo. E proprio il corpo, è parte inscindibile dell’abitare. E’ in questo senso che considero i miei gioielli Oggetti di Design. Questo è il modo che ho scelto per fare la mia architettura.»

Donna frizzante, luminosa e di straordinaria accoglienza, Alessandra è dotata certamente di un grande estro creativo, ma la sua forza risiede soprattutto in un’altra caratteristica: quella dell’aver seguito e coordinato, da sempre, tutte le fasi del suo lavoro, dall’ideazione alla commercializzazione dei gioielli, imparando da altri quello che c’era da imparare, accettando anche i No, senza arrendersi mai.

La sede del suo brand è una chicca da intenditori. Appartiene di diritto a quella “Roma nascosta” che devi andare a scoprire, un piccolo sotto-mondo di quell’area urbana ricca di archeologia industriale che si snoda tra il quartiere Testaccio, il Gazometro e l’Ostiense. Siamo all’interno di una ex fonderia sorta nei primi anni del ‘900, la cui atmosfera trattiene in parte la vocazione delle origini. La persistente predominanza di ferro e mattoni tipici delle costruzioni industriali dell’epoca si sposa con lo spirito contemporaneo dell’attento recupero architettonico del complesso, che oggi ospita studi di architettura e di grafica, showroom di moda, un’agenzia di comunicazione e l’atelier di un artista.

Avendo a mente la sua formazione universitaria ad Architettura, penso subito ai materiali.

Quali sono quelli che utilizzi per realizzare i tuoi gioielli?

Non uso quasi mai materiali preziosi. Nell’ambito del “gioiello contemporaneo” la preziosità risiede nell’idea e nell’uso del materiale scelto. Mi piace moltissimo il plexiglass in tutte le sue declinazioni, utilizzato sin dagli anni ’60 per la realizzazione di accessori moda e complementi d’arredo. Oppure il laminato plastico, la formica per intenderci, utilizzato anch’esso in arredamento. Entrambi si prestano perfettamente alla lavorazione tramite taglio laser. Mi piacciono i materiali leggeri ed entrambi lo sono. Dunque la sfida è quella di trovare materiali decontestualizzati dal loro utilizzo tradizionale. Trovo geniale la lampada Falkland disegnata da Munari per Danese nel 1964. Per realizzarla, Munari coinvolse un’azienda che produceva calze in nylon per donna. Che genio!

Hai sempre lavorato in proprio?

«Il mio brand nasce nel 1997 e da sempre lavoro sola con una collaboratrice, la mia maker. Nel mio caso si tratta di “autoproduzione”. Seguo tutto il processo, dalla creazione, alla produzione e alla realizzazione e infine alla commercializzazione dei prodotti. Munari non parlava mai di metodologia e di regola come di un qualcosa che togliesse alla creatività, anzi. Nel momento in cui tu hai un’intuizione solo grazie ad una metodologia progettuale riesci a ottenere un prodotto reale. Questo ti dà modo di vedere il tuo lavoro a 360 gradi. Un workshop sul personal branding mi ha aiutato a capire come sono arrivata a determinate scelte, quali tratti della personalità ho messo in campo. Come tu sei, fai! Se rifletti sul tuo passato, sui tuoi desideri, ti accorgi di come tutto questo si riflette sul lavoro che fai e sulle tue scelte. Questa è la mia personale e ambiziosa metodologia progettuale.»

Da dove nasce un’idea?

«Chissà, non lo sai mai veramente. La creatività appartiene ad una sfera intima e sentimentale. La parola ‘creatività’ per me corrisponde a un momento di libertà e di non giudizio: non sono giudicante con me stessa, lascio scorrere nella mente un flusso infinito e disordinato di immagini, di colori, dai quali poi traggo degli elementi. Ed è bene non innamorarsi subito della prima idea. Questo mi ha insegnato Architettura. I miei professori di progettazione mi dicevano “Ok, questa è la prima idea. Tirane fuori altre”.»

Come nascono le tue creazioni?

«Nascono spesso dalla scoperta di alcuni materiali che mi incuriosiscono. Oppure dal disegno di una forma ricorrente nella mia testa. E ancora da una particolare lavorazione o soluzione tecnica scoperta in oggetti anche di uso quotidiano o nei laboratori dove faccio realizzare alcune lavorazioni.»

Hai mai lavorato come architetto?

«L’architetto non l’ho mai fatto in realtà. L’eredità più grande che mi ha lasciato Architettura è stata la mia tesi di laurea, non progettuale ma storica: una tesi sulla rappresentazione dell’architettura antica nei taccuini di viaggio degli architetti del Quattrocento in Italia. Leon Battista Alberti nei suoi trattati parla di proporzione e di sintagma per cui da una composizione, se togli un elemento, devi ridimensionare e ripensare tutto ciò che resta: la bellezza è nelle proporzioni

Come hai trovato i primi clienti, il tuo pubblico?

«E’ stato sin dall’inizio un grande lavoro di ricerca e di relazioni. Individuavo i negozi che mi piacevano. Ho seguito i consigli dell’amministratore delegato di una importante azienda di lampade. Lui mi diceva “Scegli sempre il meglio, fai sempre in tempo a scendere”. E dunque ho sempre scelto con molta attenzione i miei punti vendita. Un giorno, ricordo era il 1999, andai al Palazzo delle Esposizioni qui a Roma e lì vari designer avevano la loro teca espositiva all’interno della caffetteria. Così mi proposi ed esposi lì. Con il PdE è una collaborazione che dura anche oggi. Poi nel 2002 ho iniziato a partecipare a Fiere Internazionali di settore: Parigi, Monaco di Baviera, Amsterdam, New York. E’ così che ho acquisito negli anni un pubblico più internazionale, difficile da mantenere ultimamente dati i ben noti eventi mondiali. Non perdiamoci d’animo.»

So che hai un rapporto speciale con la fotografia.

«Mi piace fotografare i miei oggetti in fase di realizzazione. Fotografandoli mi accorgo meglio delle proporzioni, degli equilibri e di quello che non va. I gioielli sono per me degli “oggetti” autonomi e hanno un loro modo di stare al mondo. Fotografare durante l’elaborazione di un prototipo mi aiuta a distaccarmene, anche emotivamente. E’ come se ci fosse un terzo occhio che li guarda. Ma la fotografia è per me soprattutto fonte di ispirazione perché educa l’occhio all’osservazione. Nel 2009 ho partecipato al seminario internazionale sulla “progettazione del gioiello geometrico” con il  grande Giampaolo Babetto, orafo e artista di fama mondiale. Come prima lezione, Babetto ci portò in città a fotografare. Da quel momento, la fotografia fa parte del mio iter progettuale. In quell’occasione ho realizzato un anello in argento e pigmenti. Ero l’unica architetta del gruppo e l’unica a non possedere una formazione da orafa ma non è stato un problema, anzi. E’ stata un’esperienza indimenticabile di confronto e scambio con i miei compagni. Quell’anello è stato la sintesi di tutto questo.

Come ti vedi nel futuro, sulla base del percorso che hai fatto?

Facciamo così, lasciamo finire il 2020 e mi rifai questa domanda, che ne dici?!

Foto di Filippo Trojano e Alessandra Calvani

www.calvanidesign.it

https://www.instagram.com/calvani_design

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