La premier Nicola Sturgeon primo ministro della Scozia e leader del Partito Nazionale Scozzese.

Reddito di base universale: Svizzera e Scozia di nuovo in prima linea

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Il Cantone di Zurigo potrebbe presto avviare un nuovo test di reddito di base incondizionato. Il Parlamento zurighese ha infatti approvato di misura un’iniziativa presentata da un privato. Il governo deve ora prendere una posizione.

Ne parla nel suo blog Beppe Grillo: “Sono passati quattro anni da quando l’elettorato svizzero ha respinto l’iniziativa per un reddito di base universale. Era il 2016 e il Covid-19 era completamente sconosciuto. Con la pandemia, l’idea di un reddito di base è tornata prepotentemente in tutto il mondo, poiché la crisi che stiamo vivendo ha mostrato chiaramente che il sistema sociale ha grandissimi difetti.”

Non solo la Svizzera, anche in Scozia il “momento sembra essere giunto” per il reddito di base universale,  lo ha affermato la premier Nicola Sturgeon primo ministro della Scozia e leader del Partito Nazionale Scozzese, che sta esortando Boris Johnson a introdurre un reddito di base universale nel Regno Unito in risposta alla crisi economica causata dalla pandemia di coronavirus. In caso contrario, di poter avere le competenze statali per introdurlo in Scozia.
Parlando sul coronavirus a Edimburgo, il primo ministro ha affermato che ci saranno “discussioni costruttive” con il governo britannico sulla questione.

In Svizzera, il comitato del progetto “Esperimento pilota scientifico sul reddito di base”  ha formulato un testo di iniziativa per la città di Zurigo. L’iniziativa individuale presentata in parlamento lunedì è stata sostenuta da 61 deputati, quando ne servivano 60. Una volta valutata dall’esecutivo, il testo tornerà in parlamento.

Come riporta il portale 20 minuten, l’iniziativa proviene da un cittadino del comune di Regensdorf e chiede che venga introdotto “un progetto pilota supportato scientificamente” per analizzare gli effetti di un reddito di base incondizionato sui cittadini, sullo stato e sull’economia. Potrebbe essere il primo passo verso l’estensione di questa misura a tutti i cittadini della città svizzera. L’importo sarà di 2.500 franchi mensili, quasi 2.200 euro per gli adulti e 625 franchi, circa 550 euro, per i bambini. Cifre che in Italia suonano molto alte ma che, in effetti, sono commisurate al costo della vita a Zurigo dove per una pizza si pagano in media 25 euro. 

Le cifre si discostano un poco da quelle scozzesi. Il reddito proposto qui consisterebbe in un pagamento annuale di 5.200 sterline per gli adulti e 2.600 sterline per i minori di 16 anni. Secondo i primi calcoli costerebbe al governo scozzese 20 miliardi di sterline che, calcoli alla mano, il governo locale pensa di poter sostenere.

Sergio Rossi, uno dei più assertivi sostenitori del reddito universale, docente di macroeconomia e economia monetaria a Friburgo, ha scritto in un articolo per Le Temps: “Il fatto che il 23,1 per cento dei votanti abbia espresso un consenso al principio del reddito di base dimostra che esiste già oggi un malessere diffuso causato dalle difficoltà finanziarie crescenti dello stato sociale rispetto ai cambiamenti dell’economia nazionale, del progresso tecnico e della globalizzazione che renderanno inevitabile l’adozione di questa misura nel corso dei prossimi vent’anni per i residenti svizzeri”.

Certo, il 23 percento non è ancora una base consolidata, ma è l’immagine di una rivoluzione culturale che sta spingendo dal basso e, contemporaneamente, dall’alto, per voce di molti economisti a livello mondiale che sostengono l’idea dell’universalità di un reddito di base per affrontare le criticità che il modello economico attuale sta sempre più mostrando e che nei prossimi dieci anni si acuirà ancora. Sempre più prodotti avranno sempre meno acquirenti per via di un cambiamento epocale legato soprattutto alla robotizzazione delle catene di montaggio: un modello che non potrà essere sostenibile ancora a lungo. Proprio per queste ragioni è stata coniata l’espressione “Quarta rivoluzione industriale” (o anche “Industria 4.0″: leggi su I’M: L’alba dell’industria tecnologica 4.0). Per Moshe Vardi, tra i più importanti computer scientists a livello internazionale, “l’umanità sta forse per affrontare la sua più grande sfida di sempre. (…) Abbiamo bisogno di essere all’altezza di questa situazione e affrontarla“. Grazie al progresso tecnologico e alla ricerca scientifica i robot infatti stanno diventando sempre più sofisticati e autonomi, capaci di svolgere mansioni e compiti con sempre maggiore facilità, anche a volte quelle attività più complicate una volta riservate agli essere umani. In America i dati suggeriscono che il 47% dei posti di lavoro sarà a rischio robotizzazione nei prossimi 10-20 anni.

“Reddito universale a ricchi e poveri: solo così saremo liberi di lavorare. E’ l’unica strada per uscire dalla trappola della dipendenza” spiega Philippe Van Parijs economista e filosofo belga. “Per ricostruire la fiducia e la speranza nel futuro delle nostre società e del nostro mondo dobbiamo sovvertire il sapere consolidato, liberarci dei nostri pregiudizi e abbracciare nuove idee. Una di queste, semplice ma cruciale, è quella di un reddito di base incondizionato: una somma di denaro pagata regolarmente a tutti, su base individuale, indipendentemente dalla condizione economica e senza contropartite lavorative”. Un pensiero rivoluzionario e dibattuto, lontano però dal reddito di cittadinanza introdotto dal Movimento 5 Stelle, spiega il professore belga. “Quello è un sostegno sociale, io parlo di reddito universale. Mi rendo conto che costerebbe di più, ma sarebbe una misura sicuramente più sostenibile. Trent’anni fa ero isolato, oggi sono tanti i pensatori allineati sul tema”.

Il concetto in realtà non è affatto recente. La prima volta che se ne è pralato probabilmente è stato nei primi anni del XVI secolo quando Thomas More immaginava nella sua Utopia (1516) un’isola dove a ciascun abitante fossero assicurati mezzi di sussistenza senza dover dipendere da un lavoro. L’idea viene poi ripresa dal marchese de Condorcet, all’epoca della Rivoluzione Francese. In tempi più recenti, a metà del secolo scorso, negli Usa, l’economista George D. H. Cole rielabora il concetto di dividendo sociale: “il patrimonio di un paese è il risultato congiunto degli sforzi e dell’inventiva e perizia ereditata nel tempo da generazioni e generazioni di un’intera società. Per questo motivo, tutti i cittadini dovrebbero condividere la rendita di questo patrimonio attraverso una sua ridistribuzione”. L’idea di ridistribuire il reddito viene sostenuta nel 1962, nel libro Capitalismo e Libertà, da Milton Friedman che qui definiva la sua idea di imposta negativa sul reddito. La NIT metteva in connessione due flussi di denaro di segno opposto tra Stato e contribuenti: chi era sotto la soglia riceveva un sussidio, chi era al di sopra pagava le tasse.

Marianne Thyssen, commissaria responsabile per l’occupazione della Commissione europea, ha dichiarato “il lavoro non protegge più dal rischio povertà. Questo dimostra che non si tratta solamente di creare posti di lavoro.” Guy Standing, professore di sociologia dello sviluppo alla School of African and Oriental Studies (Soas) e co-fondatore nel 1986 del Basic Income Earth Network (BIEN), intervistato su Business Insider UK, ha esposto le ragioni del reddito di base, affermando, tra le varie cose, che “la misura può fermare l’ondata dei movimenti populisti neofascisti” grazie al cambiamento sociale che comporterebbe.

Ora la crisi legata al coronavirus sta riportando in prima linea l’idea che, appunto, in Svizzera e in Scozia si sta trasformando in progetto concreto: “L’esperienza del virus e le sue conseguenze economiche mi hanno reso molto, molto più convinta dell’idea e che sia giunto il momento per attuarla“, ha dichiarato la Sturgeon a chiusura del suo intervento.

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