Il Dott. Paolo Flocco

Attività fisica: una “pillola” universale contro malattie, disturbi depressivi e ansia

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di Virginia Rifilato –

Il Dott. Paolo Flocco, Osteopata, Fisioterapista e fondatore del Metodo MAIT®

“Se le dicessi che esiste una pillola in grado di ridurre in maniera significativa il rischio di malattie cardiovascolari come infarti o ictus, che abbattesse il rischio di sviluppare i tumori più diffusi, e che fosse in grado di diminuire di più di un terzo il rischio di mortalità derivante da qualsiasi causa, ci crederebbe? 

E se le dicessi che questa pillola non ha nessun effetto collaterale? E che è gratis?

Mi prenderebbe per matto.

Invece questa magica medicina esiste, e si chiama attività fisica. Gli effetti di un’attività fisica strutturata e regolare, due aggettivi chiave nell’efficacia del trattamento, sono molteplici. Che funzioni in tutti i casi sopracitati è una certezza scientifica assoluta, dimostrata da migliaia di pubblicazioni, ma c’è di più. Come se la riduzione sostanziale del rischio di infarto, ictus, di quasi tutti i tumori più diffusi e del rischio morte in generale non fosse abbastanza, i benefici di questo approccio sono ancora altri.”

A confermarlo è il Dott. Paolo Flocco, Osteopata, Fisioterapista, fondatore del metodo MAIT® e Professore a contratto dell’Università La Sapienza di Roma, al quale abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza professionale “sul campo” nonché i risultati di alcuni importanti studi di cui è autore.

“Per rimanere nell’attualità, pochi giorni fa è stato pubblicato dal British Journal of Sports Medicine (BJSM) una ricerca svolta su quasi 50 mila malati di COVID-19, nella quale si evidenzia come una buona condizione fisica sia correlata con una bassa probabilità di sintomi severi. L’evidenza è talmente chiara che gli autori concludono con la raccomandazione alle agenzie nazionali di salute pubblica di promuovere l’attività fisica e introdurla come routine per contrastare l’epidemia. Alla faccia dell’idrossiclorochina!

Sappiamo che questo duro anno di pandemia ha influito negativamente anche sulla salute mentale della popolazione. Secondo quelli che sono i suoi studi e la sua esperienza, cosa può dirci in merito?

“Esattamente. Un’altra evidenza che salta agli occhi di tutti (o almeno dovrebbe) è che la crisi sanitaria, le varie restrizioni e la paura connessa hanno molto influito sulla salute mentale della popolazione, con un peggioramento netto della condizione psicologica. Il virus infetta non solo il corpo ma anche la mente: la paura del contagio e la crisi sociale in atto moltiplicano esponenzialmente il disagio psichico. Inoltre, il forte incremento dell’impoverimento e della disoccupazione sono elementi che agiscono letteralmente come moltiplicatori dei disturbi mentali. A dirlo sono i medici psichiatri al XXII congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia.

La situazione è molto seria: in uno studio condotto su circa 240mila pazienti guariti da COVID-19 e pubblicato sul Lancet, una delle riviste più importanti del mondo, si legge che a 6 mesi dalla guarigione l’incidenza di malattie neurologiche o psichiatriche sarebbe del 33%. Uno su tre. Un dato agghiacciante, specie se confrontato con i numeri del nostro Paese. Al 30 aprile 2021 in Italia le persone guarite da COVID-19 sono circa 3 milioni e 500 mila.

Non si tratta di essere allarmisti o pessimisti: l’onda lunga della pandemia arriverà, è inutile negare l’evidenza. È lo stesso principio di chi sente un brutto rumore provenire dal motore della propria auto, e per non sentirlo alza il volume della radio e continua a guidare. Un comportamento pericoloso, oltre che inutile.

Per fortuna la scienza ci dà anche una possibile soluzione. Anzi, ce ne dà diverse.

Ora, se io pensassi che in tasca ho una pillola che ha effetti fenomenali e nessuna controindicazione né effetti collaterali, proverei a prenderla.”

Ci sono quindi varie pubblicazioni illustri che negli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato queste teorie, ma se ne parla poco mi sembra.

“Di evidenze scientifiche di alto livello ce ne sono a dozzine. In Norvegia hanno preso circa 34mila persone sane e le hanno osservate per 11 anni. Si tratta dell’HUNT Cohort Study.

L’obiettivo era capire se l’esercizio fisico fornisse protezione contro lo sviluppo di depressione e ansia e, in caso affermativo, l’intensità e la quantità di esercizio necessaria per ottenere l’effetto protettivo.

Il risultato dell’analisi dei dati dimostra chiaramente come una attività fisica costante, anche se estremamente ridotta, sia in grado di proteggere dallo sviluppo futuro di queste problematiche.

Ma non solo come cura preventiva; l’esercizio fisico funziona anche come terapia.

Risulta quindi comprovata l’efficacia dell’attività fisica sulla depressione, e con quali risultati?

Secondo alcuni studi, tanto quanto gli psicofarmaci. Ma senza controindicazioni o effetti collaterali, e ad un costo per la società estremamente ridotto. Specialmente se si considera che i benefici dell’allenamento che un paziente farebbe per la salute mentale sarebbero globali, con una ricaduta positiva su tutto il suo organismo.

Senza contare che un trattamento basato sull’esercizio fisico non sarebbe incompatibile con gli altri, anzi. Per sua natura potrebbe essere benissimo affiancato agli interventi “tradizionali”, con lo scopo di diminuire i costi e alleggerire i trattamenti farmacologici.

Sembra quasi assurdo che con questi assunti l’attività fisica e sportiva non sia il caposaldo dell’istruzione e della sanità pubblica.

“L’attuale modello di sanità pubblica, per motivi che non sta a me giudicare, ha delle evidenti lacune. È un dato di fatto che non riesca a soddisfare tutti i bisogni dei cittadini. Allora perché non investire in prevenzione, dato che le risorse sono poche e la coperta è corta? Visto che non ci sono soldi sufficienti per aumentare le capacità di cura, perché allora non migliorare la salute globale dei cittadini, e in questo modo diminuire il numero degli assistiti?

Le risorse economiche rimarrebbero le stesse, ma verrebbero destinate con maggiore profitto ad un numero minore di pazienti. In termini di cost-effectiveness, un vocabolo molto caro agli amministratori, sarebbe una soluzione molto pratica. Migliorare la salute degli utenti significa diminuire il numero di malati che in futuro avranno bisogno di assistenza del Sistema Sanitario Nazionale.

Allora perché non farlo? Temo che il problema sia in questa locuzione: “in futuro”.

Questo approccio, infatti, non presenta incognite né effetti collaterali, ma solo benefici: il fatto è che richiede tempo, e che gli effetti si vedrebbero dopo anni. Mi chiedo se la politica non abbia perso la necessaria lungimiranza per attuare un intervento, i cui risultati potrebbero vedersi anche sotto un’altra amministrazione.”

Che appello vorrebbe fare ai cittadini, ai nostri governanti, e quale altro suggerimento potrebbe dare?

“Farei una domanda: Se uno avesse questa pillola che cura alcune malattie, protegge dal rischio di svilupparne altre, non ha effetti collaterali ed è gratis, e decidesse però di non darla a nessuno, lei non lo prenderebbe per matto?”

Fonti:

Sallis R, Young DR, Tartof SY, et al Physical inactivity is associated with a higher risk for severe COVID-19 outcomes: a study in 48 440 adult patients British Journal of Sports Medicine Published Online First: 13 April 2021. doi: 10.1136/bjsports-2021-104080

World Cancer Research Fund, American Institute for Cancer Research.  Food, Nutrition, Physical Activity, and the Prevention of Cancer: A Global Perspective. Washington, DC: American Institute for Cancer Research; 2007.

Arem H, Moore SC, Patel A, et al. Leisure Time Physical Activity and Mortality: A Detailed Pooled Analysis of the Dose-Response Relationship. JAMA Intern Med. 2015;175(6):959–967. doi:10.1001/jamainternmed.2015.0533

Harvey SB, Øverland S, Hatch SL, Wessely S, Mykletun A, Hotopf M. Exercise and the Prevention of Depression: Results of the HUNT Cohort Study. Am J Psychiatry. 2018;175(1):28-36. doi:10.1176/appi.ajp.2017.16111223

http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=91905

6-month neurological and psychiatric outcomes in 236 379 survivors of COVID-19: a retrospective cohort study using electronic health records. Taquet, Maxime et al. The Lancet Psychiatry, Volume 0, Issue 0

Insides

Abbiamo parlato con il Dott. Paolo Flocco di come la pratica regolare dell’attività fisica sia in grado non solo diminuire il rischio di sviluppare il Disturbo Depressivo Maggiore (DDM), ma di avere un effetto addirittura protettivo e curativo paragonabile a quello degli psicofarmaci. In modo totalmente gratuito e senza effetti collaterali.

Tale patologia, definita anche semplicemente come disturbo dell’umore, è un disturbo mentale fortemente diffuso in tutto il mondo e raggiunge un’incidenza che si attesta tra il 6% e il 18% a livello globale. Caratterizzato da episodi di depressione accompagnati da una bassa autostima e dalla perdita di interesse verso le attività normalmente ritenute interessanti o piacevoli, è riconosciuta come la prima causa di disabilità a livello mondiale e comporta costi notevoli sia dal punto di vista personale che sociale.

Oltre a influire significativamente sul benessere e sulla salute mentale, è stato più volte evidenziato come le persone affette da Disturbo Depressivo Maggiore abbiano uno stato di salute fisica più cagionevole, essendo frequentemente portatori di malattie cardiovascolari e diabete, e riportando una mortalità precoce di circa dieci anni rispetto al resto della popolazione.

Il trattamento di elezione per le persone con diagnosi di DDM consiste nella prescrizione congiunta di antidepressivi e psicoterapia, ma entrambe queste componenti non risultano efficaci per tutti i pazienti affetti dal Disturbo Depressivo Maggiore. Data l’entità dell’influenza negativa di questa patologia sia sul piano personale che su quello sociale, è oltremodo necessario identificare ulteriori fattori che possano portare a un miglioramento delle terapie attuali per questa condizione clinica.

Depressione: gli effetti dell’esercizio fisico e le pubblicazioni di riferimento

In una review pubblicata nel 2019 su PubMed i Ricercatori Brendon Stubbs e Felipe Barreto Schuch evidenziano come l’adozione di una pratica regolare di esercizio fisico possa contribuire alla diminuzione del rischio di sviluppare un quadro depressivo, nonché risultare un’utile strategia per il trattamento effettivo della depressione, riducendo l’intensità dei sintomi depressivi e migliorando la qualità di vita e la salute fisica dell’individuo affetto. In primo luogo, gli autori hanno analizzato i dati provenienti da 49 studi prospettici, per un totale di 266.939 partecipanti, relativi all’effetto dell’attività fisica sulla prevenzione dello sviluppo di un quadro depressivo. Nella metanalisi è stato messo in luce che, presi in considerazione fattori quali l’età, il sesso biologico e lo stato di fumatore, la pratica regolare di esercizio fisico aiutava a ridurre il rischio di sviluppare depressione del 17%. Tale effetto è stato confermato per tutte le fasce d’età dei partecipanti (bambini e adolescenti, adulti e anziani) e in tutti i continenti in cui gli studi sono stati condotti (Asia, Europa, America e Oceania). Schuch e Stubbs hanno inoltre analizzato studi che andavano a valutare l’efficacia dell’attività fisica come trattamento per un DDM già diagnosticato. In particolare, gli autori riportano una metanalisi da loro condotta nel 2016, la quale includeva 25 studi dal campione complessivo di 1487 persone affette da depressione, di cui 757 erano state assegnate casualmente ad una condizione di esercizio fisico mentre le altre 730 a una condizione di controllo. Al termine della metanalisi era stato evidenziato un effetto antidepressivo ampio e significativo favorito dall’esercizio fisico.

I meccanismi neurobiologici sottostanti gli effetti antidepressivi dell’esercizio fisico sono per la maggior parte sconosciuti, ma studi precedenti hanno ipotizzato diversi fattori compartecipanti quali infiammazione, stress ossidativo e rigenerazione neurale.

I livelli dei marker di infiammazione e stress ossidativo risulterebbero infatti maggiori negli individui affetti da depressione, ed è stato dimostrato che l’esercizio fisico è in grado di promuovere un aumento di enzimi antiossidanti e antinfiammatori. Inoltre, le persone con DDM riportano livelli inferiori di fattore neurotrofico cerebrale (Brain-derived neurotrophic factor, BDNF), un marker di plasticità e crescita neuronale, e l’esercizio fisico è risultato promuovere, nello specifico, la plasticità neuronale. L’esercizio fisico regolare è quindi in grado di ridurre i sintomi depressivi in persone affette da DDM ma, analogamente ad altri tipi di trattamento, l’attività fisica può non funzionare con lo stesso grado di efficacia per tutti i pazienti. Schuch e Stubbs riportano una serie di fattori moderatori associati a un maggiore grado di risposta positiva all’esercizio fisico in persone affette da depressione, quali un maggiore livello di BDNF, un migliore funzionamento globale dal punto di vista clinico, una maggiore autostima e soddisfazione di vita e la presenza di supporto sociale.

Elementi importanti per evitare il drop-out dal trattamento, che si attesta intorno al 18%, sono:

  • la presenza di motivazione autonoma all’esercizio fisico, considerato dalla persona piacevole o stimolante
  • la supervisione da parte di esperti in pratiche sportive, e il supporto sociale da parte di amici e familiari.

Risulta quindi fondamentale adattare la prescrizione di attività fisica per le persone affette da depressione tenendo in considerazione le preferenze individuali e le esperienze pregresse del singolo paziente, incoraggiandolo a svolgere tali pratiche in compagnia in modo da rendere l’esperienza il più piacevole e motivante possibile.

Fonte:

State of Mind (stateofmind.it)

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