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Maria Fossati progetta la SoftHand, l’arto bionico che rivoluziona il mondo delle protesi

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L’input ci arriva dalla immancabile Federica Segato, storyteller per eccellenza che racconta le storie delle donne straordinarie che hanno fatto, e fanno, la differenza nel mondo di oggi. Questa volta è il turno di Maria Fossati, designer dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che lavora nel team che realizza la protesi di cui lei stessa è fruitrice essendo priva dalla nascita dell’avambraccio sinistro.

Maria Fossati

“Per anni Maria indossa protesi scomode che non sente sue. Oggi sta lavorando alla creazione di una mano bionica che potrebbe ridare il tatto a chi non ce l’ha.

Maria Fossati nasce nel 1980. Dalla nascita è priva dell’avambraccio sinistro per una malattia congenita. E così è costretta per anni a portare delle protesi che non sente sue. Le protesi meccaniche sono pesanti e scomode e indossarle è un incubo. Dopo la laurea e il dottorato al Politecnico di Milano, Marina inizia a lavorare com designer.

In questo contesto scopre che l’Istituto Italiano di Tecnologia sta lavorando ad una nuova protesi agile, leggera e supertecnologica. Dopo averla provata, capisce quanto sia rivoluzionaria. La protesi è capace di avvolgere gli oggetti come una vera e propria mano. Il problema è però la parte estetica. E così Maria decide di unirsi al team, lavorando come designer alla creazione della protesi. Il risultato è una protesi funzionale, bella da vedere e da portare con orgoglio.

Oggi Maria, insieme a tutto il team, sta lavorando per migliorare la protesi, che in futuro potrebbe essere impiantata sul braccio, ridando così il tatto a chi l’ha perso o, come lei, non l’ha mai avuto.”

Il Corriere.it scrive su di lei: «La mia prima protesi l’ho avuta per gattonare. Il pediatra aveva tanto insistito e io mi sono ritrovata con una stampellina al posto della mano sinistra… Ha funzionato». Maria Fossati oggi ha 40 anni e dice che suo figlio Guglielmo, 6 anni, è cresciuto a pane e SoftHand, la mano robotica che lei stessa — designer di professione — ha disegnato. «Ogni tanto il piccolo fa quello che fanno gli ingegneri. Si avvicina e inizia: “mamma apri un po’… ora chiudi bene… ecco brava, apri tutto”. Mi fa ridere».

Di cosa parliamo in questo articolo

La Protesi

Soft Hand Pro 16800 Morning Future

Laurea e dottorato al Politecnico di Milano, oggi Maria Fossati ha come sfondo della sua vita Genova, perché lì vive e lavora, all’Istituto italiano di tecnologia (Iit).

Le sue giornate sono tutte per la SoftHand Pro, la protesi che per ora è un prototipo e che Iit sta sviluppando (grazie a un progetto europeo) in collaborazione con l’Università di Pisa. «È una mano fantastica — è entusiasta lei —. Ha le dita e il polso flessibile, trasmette un grandissimo senso di naturalezza e funzionalità. Io sto facendo da cavia. La studio, la modello, sperimento la presa, la mobilità, tutte quelle cose da ingegnere».

Alcune domande e risposte*

«La mia mano è una protesi sperimentale che usa principi delle neuroscienze e metodi della soft robotics. È molto robusta, ma anche eccezionalmente capace di adattarsi agli oggetti che afferra perché il suo funzionamento si basa sui principi della soft robotics, ovvero sull’importanza di una struttura non rigida, ma cedevole nelle interazioni con l’ambiente circostante. Infatti può realizzare con massima semplicità il 90% circa delle prese fatte dalla mano umana». Con la sua mano “bionica” Maria Fossati sa stringere quelle degli altri, temperare le matite e avvitare le lampadine. «All’Istituto Italiano di Tecnologia indosso una mano con finitura trasparente, che mostra la sua artificialità. Penso sia giusto così. Non crea problemi o disagio a nessuno». Le difficoltà nascono quando si esce da contesti aperti e ci si accorge che il mondo non sempre è pronto ad osservare una mano bionica. Per questo motivo credo sia fondamentale lavorare culturalmente sull’inclusività». Questa sensibilità ha spinto Maria Fossati ad appassionarsi anche ad attività di ricerca accademica su tematiche legate a design e disabilità, occupandosi anche di accessibilità e fruibilità di ambienti e servizi.

Cosa ha di extra-ordinario la protesi SoftHand Pro?
Prima di tutto, il fatto di essere una protesi in continua evoluzione, sempre aperta alle innovazioni più avanzate. Al momento più di 30 utenti in quattro centri di riabilitazione in tutto il mondo stanno utilizzando la protesi robotica per migliorarne l’usabilità, il design e l’idoneità, tra cui io stessa. Come racconta spesso Antonio Bicchi, direttore del laboratorio IIT Soft Robotics for Human Cooperation and Rehabilitation, il nostro è un lavoro di ricerca che non si ferma mai, guardando al miglioramento e alla possibilità di sondare diversi percorsi. Riusciamo in questo intento anche grazie ai feedback che ci vengono restituiti direttamente dalle persone che indossano la protesi SoftHand Pro nel mondo. Questo non è solo prezioso ma anche un’ispirazione per il nostro lavoro.

A novembre questa protesi le ha permesso di partecipare alle cyborg olimpiadi. Ce lo racconta?
Le cyborg olimpiadi sono un evento internazionale organizzato dal Politecnico Federale di Zurigo (ETH Zurich) in cui persone con disabilità fisiche, provenienti da 23 Paesi del mondo, si sfidano, in veste di piloti, in diverse discipline che riproducono mansioni di utilità quotidiana, avvalendosi degli ultimi ritrovati in ambito tecnologico come protesi robotiche, esoscheletri e sedie a rotelle di nuova generazione.


*Fonte: morningfuture.com

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