Il post. Perché lamentarsi fa male? Ce lo spiega Riccardo Germani

//
8 mins read
Foto del profilo di Riccardo Germani

Riccardo Germani, Career Counseling ha pubblicato un post sul suo account LinkedIn dal titolo: “Lamentarsi fa male al cervello”.

La lamentela è un’abitudine assai diffusa; la mattinata inizia male, qualcosa va storto dal momento in cui scendiamo dal letto col “piede sbagliato”. Poi sfogliamo un quotidiano è quella sensazione amara aumenta, e a nulla servono i gattini che vediamo sui nostri account social postati da qualche amico più in vena di noi. Anche perchè il post successivo tratta di qualche notizia allarmante, o ci mostra qualcuno al mare in qualche zona esotica del mondo. E il nostro essere connessi “al negativo” ci porta a filtrare anche quell’acqua trasparente suggerendoci parole nella testa come “e io qui chiuso in ufficio!”. In questo modo la lamentela non è solo qualcosa di legato ad un evento specifico, ma diventa una inclinazione.

E’ vero, Tra le tragedie di cui leggiamo (e che non sempre riusciamo a spiegarci) e la precarietà che viviamo ogni giorno, il materiale su cui lamentarci non manca. Sono ragioni “oggettive” ci diciamo, come la mancanza di sicurezza e stabilità, che fanno intimamente parte di questa fase storica e che hanno ripercussioni su lavoro, vita privata, vita sociale. Così, tutto è una fonte di preoccupazione e noi, nel tentativo di buttare fuori l’oscurità, cominciamo a lamentarci.

Dal post di Riccardo Germani

“Conosciamo tutti quel tipo di persona. E a volte siamo noi stessi ad essere irritanti. Lamentarsi è uno “sport” molto diffuso. Ma è tra le attività più dannose per il nostro cervello.
Mentre chi si lamenta può sentirsi vagamente appagato nell’esporre le proprie rimostranze, chi ascolta una recriminazione altrui è sottoposto a una vera tortura.”

In effetti è difficile non cedere alla tentazione di lamentarsi. La necessità di alleggerire il peso, scambiandolo con qualcuno, ci porta a voler “svuotare il sacco”. Questo non necessariamente appare come un male, ma se il raccontare agli altri i nostri problemi diventa un alibi per giustificarsi, per evitare di affrontare verità scomode, può causare momentanei “black out”.

“E’ come se il cervello si spegnesse – racconta Germani – Così iniziamo a sentirci irritati e non riusciamo più ad ascoltare chi si sta lamentando. Ovviamente vale lo stesso quando siamo noi a lamentarci, e oltre a renderci sgradevoli, la lamentela ci danneggia in prima persona.

Come mai le lamentele sono così negative per il nostro cervello?

Ormai diversi studi (i più citati sono quelli del ricercatore Robert Sapolsky) hanno dimostrato che l’esposizione allo stress riduce l’attività dell’ippocampo, struttura neuronale cruciale per i processi cognitivi, la memoria e le abilità di problem-solving. L’esposizione prolungata alle lamentela (30 minuti), in questo senso, innalza i livelli di stress, che a sua volta può avere effetti deleteri sul cervello. Come se non bastasse, lamentarsi è un’abitudine contagiosa: i neuroni specchio – base delle nostre capacità empatiche – inducono il nostro cervello a ricalibrarsi su quella tonalità emotiva, trascinandoci ad assumere un atteggiamento negativo.”

L’autore e studioso della natura umana Steven Parton ha elencato tre motivi scientifici per i quali è pericoloso per il nostro cervello e per il nostro fisico lamentarsi in continuazione. Potremmo sintetizzare le sue conclusioni così:

Pensieri negativi generano nuovi pensieri negativi

“I neuroni del cervello umano sono connessi tra loro dalle sinapsi – argomenta Parton – separate dal cosiddetto spazio sinaptico. Ogni volta che si formula un pensiero una sinapsi si collega a un’altra, creando così un ponte attraverso il quale vengono trasportate le informazioni. Il cervello si modella in base a questa attività e la ripetizione di pensieri pessimisti porta le coppie di sinapsi che rappresentano inclinazioni negative a trovarsi più vicine tra loro. Nel momento in cui si formulano nuovi pensieri sarà più probabile che il più veloce a formarsi sarà quello che avrà una distanze minore da percorrere”.

In questo modo nel cervello si creano dei veri e propri canali preferenziali, delle autostrade che siamo abituati a percorrere. Mentre strade alternative diventano sempre più piccole e anche più difficili da rintracciare. Tra l’altro, continua Parton:

“Quando stiamo accanto a qualcuno che sta vivendo un’emozione forte (sia essa rabbia, felicità o tristezza) il nostro cervello sperimenta la stessa emozione, immaginando cosa l’altro stia attraversando. E ancora una volta entrano in azione le sinapsi del cervello”. 

Lamentarsi fa male… anche agli altri

Riccardo Germani ne parla nel suo post: “Ultimamente mi è capitato di notare questo fenomeno in vari contesti, da quello lavorativo al giro di amicizie più strette. La negatività e la lamentela hanno un potere devastante. Lo potete intuire sia quando vi lamentate che quando vi trovate ad ascoltare le recriminazioni altrui.

Lamentarsi è un po’ come fumare, non è necessario che sia tu a farlo per subirne i danni.

Ovviamente tutto questo ha delle ripercussioni a livello fisiologico, il primo tra i quali è l’indebolimento del sistema immunitario. Chi si lamenta spesso tende ad avere la a pressione sanguigna alta, il che aumenta il rischio di malattie cardiache, obesità e diabete. E poi, la tendenza al lamento interferisce sulle capacità di apprendimento e sulla memoria. Alla base di questi disturbi c’è un particolare neurotrasmettitore, il cortisolo, l’ormone dello stress.

Quindi che fare?

Germani ci restituisce 4 punti da cui partire: “per migliorare i propri livelli di benessere e le relazioni con gli altri è importante rendersi sempre più consapevoli di quanto ci lamentiamo e trovare alcune alternative per gestire la frustrazione (o aiutare gli altri a farlo).

Io vi suggerisco queste strategie:
1. La lamentela dovrebbe avere uno scopo chiaro e non essere fine a se stessa.
2. Essere specifici. Non allargare la polemica a tutti gli ambiti della vita e del passato. Rimanere focalizzati.
3. Non esagerare. Lamentarsi è legittimo, ma dovremmo concedere alla polemica uno spazio molto limitato;
4. Inserire nel discorso anche aspetti positivi, per rendere agli altri più facile il compito di ascoltarci.

Dai che ce la facciamo!”

Dunque, ciò che dobbiamo valutare è che la lamentela è diventata una parte così importante della nostra vita quotidiana che, inconsapevolmente, ne siamo divenuti assuefatti. La buona notizia è che, così come il cervello è stato programmato per “tornare a lamentarsi”, può essere abituato a tornare ad essere inventivo, creativo, coltivando la capacità di pensare alle cose in termini di soluzioni.

QUI l’approfondimento completo di Riccardo Germani.


Immagine di copertina by stockking

Articolo Precedente

"Moleste", il collettivo per la parità di genere nel fumetto

Articolo Successivo

''L'altra Hollywood - potere alle registe'': il lato oscuro del cinema americano

Ultime News