Smart-working: la situazione dopo il Green Pass

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Ecco come il covid ha cambiato la geografia del lavoro. Prima del Covid si lavorava in ufficio. Si lavorava in giro. Si lavorava ovunque ma non da casa. Solo lo 0,8% del totale degli occupati poteva farlo con un pc collegato a internet. A conti fatti meno di 200 mila teste. Oggi la situazione è molto diversa. Durante la pandemia lo smart-working è diventato la regola e anche dopo l’ultimo Dpcm che riporta tutti in ufficio, il Green Pass cambia ulteriormente le cose e distingue chi ha diritto a lavorare e chi è obbligato, suo malgrado, a rimanere a casa. Per alcuni le smart working è l’unica alternativa.

Non solo numeri

Come certificava l’Istat in un Report messo a punto insieme all’ufficio statistico europeo, Eurostat, la stragrande maggioranza, otto lavoratori su dieci, prestavano servizio nei locali e negli uffici messi a disposizione dall’azienda o dall’ente. C’è poi chi trovava sede presso clienti e fornitori. Ma compariva anche una quota non trascurabile, circa il 7%, che un luogo fisso di lavoro non lo aveva. Cosa che accadeva soprattutto tra gli stranieri e le persone con un titolo di studio più basso. Il paradigma del lavorare corrispondeva soprattutto con l’uscire e “darsi da fare”.

Poi le cose sono cambiate. I lockdown hanno tenuto tutti a casa portandoli a una corsa mirabolante alle varie applicazioni di video-conferenza. Poi ancora, tra zone rosse, arancioni e gialle, si è continuato a lavorare in remoto. Dal 15 ottobre 2021 le cose sono cambiate ancora, l’obbligo di Green Pass è stato esteso ai lavoratori per intero, per almeno il periodo che arriva al termine del Dpcm così abbiamo assistito al rientro in ufficio dei circa 800mila dipendenti pubblici che erano stati coinvolti dallo smart working generalizzato e, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, sono 5,3 milioni i lavoratori che continueranno a lavorare da remoto.

E’ un fatto: dal rientro qualcuno è stato escluso. «Tutti i dipendenti pubblici in presenza»., recitano le nuove regole, ma la realtà è che si è creato uno stallo che i fatti di Trieste – dove una città si è unita a chi protestava contro le ultime misure, tra lacrimogeni e idranti – hanno inasprito. La punta di un iceberg più o meno nascosto di lavoratori che sono costretti a casa dall’attuale decreto. La sanzione per chi è sprovvisto di Green Pass, infatti, è la sospensione dal lavoro e dallo stipendio.

I lavoratori senza green pass sono considerati, sin dal primo giorno, assenti ingiustificati, ma conservano il posto di lavoro, ma non lo stipendio. Altra fetta di smart-worker sono i lavoratori fragili e con disabilità della pubblica amministrazione e del settore privato che, per decreto legge dello scorso 23 luglio, hanno visto prorogato lo smart-working almeno fino al prossimo 31 ottobre 2021.

Flessibilità, tecnologia, responsabilità. Lo smart working è il futuro -  Politecnico di Milano School of Management

Rimanere a casa

Rimanere in casa nell’immaginario collettivo fino a solo pochi mesi fa era considerato il privilegio dei nullafacenti, dei mantenuti, dei fannulloni, degli ereditieri di fortune. Era uno 0,8%. Un numero che ormai si sta gonfiando giorno dopo giorno per i più svariati motivi. Chi non ha più un impiego e si sta reinventando con un nuovo lavoro online.

Nelle strade delle città maggiori intanto diminuisce il traffico mentre aumenta quello nei corridoi di casa. Ma non solo, lo smart worker può permettersi di uscire con un laptop e trasformare un bar o un parco nel suo ufficio e questo per molti diventerà il futuro, tra chi è stato costretto e chi lo sta scegliendo. Nei prossimi mesi, anni, vedremo sempre più giovani e meno giovani, probabilmente, con il proprio computer chiudere affari con colleghi, magari anche in un altro paese.

Cambia il paradigma

La pandemia ha cambiato paradigma e status quo.. Le stime di Istat indicavano una platea di potenziali smart-worker che avrebbe potuto arrivare fino a 8,2 milioni considerando anche l’adozione che si avrà sempre più della settimana corta. Prima del 2020 gli orari di inizio e fine attività erano rigidi, specie per donne, giovani e contratti a termine, ora le cosa negli altri Paese stanno cambiando e l’Italia timidamente comincerà ad adeguarsii.

Il lockdown ha contribuito al cambiamento di un intero modello su cui si basava la vita lavorativa di tutti noi, rendendo le cose più fluide ma anche più imprevedibili e per molte persone decisamente più difficile. Basti pensare a chi aveva partita IVA, ha avuto problemi a causa della pandemia, e che non può richiedere nessun tipo di aiuto come il reddito di cittadinanza. C’è in atto un’opera di riorganizzazione del lavoro che cambierà consuetudini, ma in Italia oggi è ancora tutto all’insegna della disparità.

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