Recovery fund e mercato del lavoro femminile in Italia

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di Ileana Barone –

In Italia in questi giorni si sta discutendo sulla priorità da dare agli incentivi del Recovery Fund. Il programma mette in campo per l’Italia 209 miliardi di euro, di cui 82 di aiuti per progettualità innovative e 127 di prestiti.

I progetti candidati sono stati circa 660 e tra questi quelli che riguardano equità e inclusione sono saltati subito all’occhio anche grazie a varie associazioni che chiedono di risolvere il difficile problema donne e lavoro.

In Italia il tasso di occupazione femminile è al 48,4% e al sud la situazione è anche peggiore: 7 donne su 10 non lavorano. Il gap non tiene in considerazione anche la cura e la gestione della famiglia e i servizi di assistenza che pesano sulle spalle delle donne e che sono aumentati durante il lockdown. Ben il 30,9% delle donne si è occupato di cura della casa, cura dei figli e sostegno ai malati, contro l’1,47% degli uomini (fonte Fondazione Libellula, organismo fondato da Zeta service).

Altri dati, forniti sempre dalla Fondazione Libellula, mostrano che il 20% delle donne durante la pandemia non ha lavorato o perché in cassa integrazione o perché l’attività è stata interrotta o per congedo parentale; mentre solo il 9,9% degli uomini non ha lavorato. Il carico mentale è tutto sulle spalle delle donne che si sono dovute occupare di casa e figli e che hanno provato un enorme senso di ansia, tristezza e paura per il futuro incerto.

Per ripartire e uscire dalla crisi c’è bisogno delle donne ed è per questo che alcune associazioni, tra le quali Il Giusto Mezzo, Le Contemporanee, GammaDonna, DateciVoce, La Rete per la Parità, Se Non ora quando-Libere, Dalla Stessa Parte, hanno scritto una lettera al Premier Giuseppe Conte affinché le risorse del Recovery Fund vengano utilizzate per risolvere questi problemi.

Nella lettera si chiede innanzitutto che vengano incentivate e rafforzate le infrastrutture sociali per la cura della prima infanzia, quindi nidi e tempo pieno, e quella della famiglia in generale che comprende anziani e persone non autosufficienti.

Altro punto della richiesta riguarda il rilancio dell’occupazione femminile. Affinché sia possibile una diminuzione del divario esistente le associazioni richiedono supporto fiscale per favorire l’ingresso delle donne sul mercato del lavoro, anche con incentivi all’autoimprenditorialità e supporto delle imprese. Se cresce il lavoro delle donne cresce anche il PIL.

Le associazioni chiedono inoltre che la spinta al cambiamento parta già dalle scuole con una riforma della formazione iniziale che sviluppi meglio la digitalizzazione e l’innovazione e un’offerta maggiormente strutturata sia per le studentesse che per gli studenti.

Terzo tema messo in discussione è quello del gender pay-gap: disparità salariale tra uomo e donna. Nel Global Gender Gap Report del 2020, sotto il profilo dell’eguale retribuzione, l’Italia risulta al 125° posto su 153 Paesi analizzati. La disparità salariale non è quindi solo un problema femminile poiché allontana il Paese da un uso delle risorse che porterebbe benefici per tutti.

L’appello del movimento ha raccolto ben 36mila firme. Tra esse troviamo il mondo accademico, dei media, delle istituzioni, del giornalismo: da Dacia Maraini a Cristina Comencini, al Alessandra Perrazzelli di Banca d’Italia a Linda Laura Sabbatini dell’Istat, solo per citarne alcune. Ci sono inoltre le vice Presidenti della Camera, Mara Carfagna e Maria Edera Spadoni, e del Senato Anna Rossomando, i parlamentari Lia Quartapelle, Tommaso Nannicini, Mariastella Gelmini, Valeria Fedeli, i vice presidenti di Regioni e sindaci come Elly Schlein e Giorgio Gori.

Quello che le associazioni vogliono è costruire un Paese che sia più equo, più giusto per donne e uomini. Un paese che possa fornire aiuti specialmente nei momenti di crisi come questo che stiamo vivendo.

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