E’ il turno di Mario Draghi. Un anno e mezzo di tempo

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“Grazie Mario Draghi…

…per aver accettato di entrare nella melma che questa politica ha dimostrato. Solo un uomo con immenso senso dello Stato ed amore per il suo Paese avrebbe potuto accettare di mescolare il suo profilo ad un’accozzaglia di entità tanto eterogenea quanto dissennata ed incosciente. Buon lavoro Presidente, che il suo carisma provochi soggezione a tanta pochezza e che il suo “whatever it takes” rappresenti il faro per far luce in queste tenebre senza precedenti!”

Dall’altra parte: “Il peggio che poteva capitare al nostro Paese. Tutti i governi tecnici Ciampi, Dini, Monti.. hanno indebolito l’economia delle piccole e medie imprese, che sono l’ossatura del nostro Paese, e lo hanno svenduto alle multinazionali. Hanno finto rigore e nascondendosi dietro alle riforme hanno tolto diritti e portato miseria nelle famiglie. Credo sarà il vero colpo di grazia alla crisi attuale. Buona fortuna a tutti.”

Botta e risposta tra i tanti post che si distribuiscono sui social e che danno un benvenuto a doppia tinta a Draghi.

Mario Draghi nasce a Roma il 3 settembre 1947. Padre dirigente della Banca d’Italia, madre farmacista, ha perso entrambi i genitori quando aveva 15 anni e ha dovuto occuparsi dei fratelli. «Ricordo che a 16 anni al rientro da una vacanza con un amico, lui poteva fare quello che voleva, io invece trovai ad aspettarmi un cumulo di corrispondenza da sbrigare e di bollette da pagare» si legge nella sua biografia.

A Rimini 2020 ha detto: “Ai giovani bisogna dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza”.

La risposta arriva da Alessandro Di Battista: “I veri derivati di Draghi però sono altri: i titoli tossici sottoscritti tra il 1991 ed il 2001, quando fu Direttore generale del Tesoro. Il futuro dei giovani, di cui ora si riempie la bocca, è pregiudicato proprio dalle sue scelte

La carriera. Draghi ha conseguito la laurea in Economia con 110 e lode presso l’Università La Sapienza di Roma, nel 1970. Ha poi perfezionato i suoi studi presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology) ottenendo il PhD nel 1976. Era il 1983 quando divenne consigliere di Giovanni Goria, ministro del Tesoro nel Governo Craxi I. Tra il 1984 e il 1990 è Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dal  1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del tesoro, poi confermato dai Governi successivi, da Amato I a Berlusconi II.

Nel 2002 Draghi è stato nominato Vice Chairman e Managing Director di Goldman Sachs.  Nel 2005 diventa il nono governatore della Banca d’Italia. Dal 2011 al 2019 ha ricoperto la carica di Presidente della Banca centrale europea. E arriviamo alle ultime ore: Draghi sale al Quirinale convocato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e ne accetta “con riserva” l’incarico: la formazione di un governo tecnico-istituzionale in seguito alle dimissioni di Giuseppe Conte.

Il suo “whatever it takes”, il “costi quel che costi” per salvare l’euro, è passato alla storia. E ora MarioDraghi, ex presidente della BCE, si dichiara pronto ad affrontare la nuova sfida del Governo. “Ringrazio il presidente della Repubblica per la fiducia che mi ha voluto accordare. (…) Con grande rispetto mi rivolgerò innanzitutto al Parlamento, espressione della volontà popolare. Sono fiducioso che dal confronto con i partiti e i gruppi parlamentari e dal dialogo con le forze sociali emerga unità e con essa la capacità di dare una risposta responsabile e positiva all’appello del presidente della Repubblica”, ha detto il presidente incaricato parlando dopo l’incontro con il Capo dello Stato.

L’italiano “che ha salvato l’Europa” gode di un certo prestigio nel mondo del business, che gli è valso un lasciapassare ora per salvare anche l’Italia. La missione, per nulla scontata visto il periodo, è la composizione di una solida maggioranza parlamentare. Dopo il dibattito che si è aperto con le dimissioni del premier Conte, il suo nome ha cominciato subito a serpeggiare per i corridoi, non solo quelli del Parlamento, ma anche quelli degli uffici, gli studi, le fabbriche, le botteghe e le redazioni d’Italia e i tam tam sui social media tra post che lo esaltano e altri decisamente meno. Mario Draghi è stato considerato da una parte fin da subito “l’unico in grado di sciogliere la matassa del confronto che sembra aver imbrigliato la politica, l’ultima carta prima delle elezioni per affrontare le difficoltà sanitarie, sociali, economiche provocate dal Covid. E vincere la sfida che il Paese deve gestire con i fondi europei“, così si esprime Il Sole 24 Ore. Dall’altra è diffusa l’idea che non sia che il solito amico dei soliti colossi privati e poco attento alla gente normale: “Draghi ha varato il Quantitative Easing, ma era una scelta obbligata. Al contrario, quando ha potuto scegliere liberamente ha scelto sempre di preservare il grande capitale, il sistema finanziario ed i colossi privati.” Le parole del Senatore del Movimento 5 Stelle, Nicola Morra: “Noi siamo a favore del rafforzamento dello stato sociale, siamo in difesa dei più deboli, se invece si fa macelleria sociale in nome del mercato non siamo affatto disponibili.”

Mario Draghi, dunque. E’ il suo turno. Ci si chiede già quanto durerà visti gli umori mutevoli delle nostre piazze. Basti considerare che negli ultimi venti anni il Governo del nostro Paese è cambiato ben dieci volte. Una media di due anni tra uno e l’altro:

XIV Legislatura

XV Legislatura

  • Prodi-II (17 maggio 2006 – 6 maggio 2008)

XVI Legislatura

XVII Legislatura

XVIII Legislatura

  • Conte-I (1 giugno 2018 – 4 settembre 2019)
  • Conte-II (dal 5 settembre 2019)

Riflettiamo anche su un dato: tra un Governo e l’altro, ogni volta per sistemare le nuove poltrone ci vogliono circa cinque mesi. Periodo nel quale tutto si ferma e non si concede nessuna continuità con i percorsi avviati dal Governo precedente. Il conto è facile facile: cinquanta mesi in 10 anni, significa quattro anni di immobilità. Il nostro Paese procede con una stampella praticamente da sempre proprio a causa della nostra irrequietezza. In questa occasione è stato Matteo Renzi l’irrequieto a mettere in discussione il Governo e a creare il casus belli, la prossima volta sarà il turno di qualcun altro, ma l’equazione rimane la stessa. Per i giochi di potere delle chiuse stanze, il Paese è costantemente sotto assedio.

Invocando Draghi come l’unica soluzione credibile per il Paese oggi, siamo convinti che il suo ruolo potrà essere saldo. E per quanto? La domanda è lecita visto come le statistiche remino contro. E va bene, andiamo per gradi. Intanto la prossima sfida sarà comunque averlo in Parlamento.
All’inizio, come dice Renzi, “chi avrà il coraggio di dire di no?”. Pena fare la figura di quelli che “allora non va bene niente”. Il principio di coerenza vuole che se fino ad ora si è sostenuto un punto, per rimanere credibili si debba accogliere con benevolenza chi quel punto lo risolve.

A proposito di Renzi: nessuna difficoltà a riconoscerne l’abilità tattica, ma resta il fortissimo dubbio sull’opportunità. Essere scaltri a tutti i costi, anche a discapito di un Paese già in ginocchio, è davvero sempre così necessario? Sembra che dalle nostre parti prevalga sempre e solo il principio secondo il quale “La politica è l’arte d’impedire agli avversari di fare la loro.” (Roberto Gervaso). Mentre dovrebbe essere “un servizio. Ma nel senso di servire, non di servirsi” (Marco Travaglio).
Non abbiamo bisogno di kingmaker (nella Teoria dei giochi, un kingmaker è un giocatore che manca di sufficienti risorse o della posizione necessari a vincere un certo gioco, ma che tuttavia ha sufficienti risorse per decidere con le proprie azioni quale degli avversari potrà vincere), non più. Ma di una politica alta. Il caravanserraglio delle ultime settimane, degli ultimi anni, delle ultime decadi, ha segnato il fallimento apparentemente irrecuperabile di questa politica di comparse alla Grande Fratello, di caroselli senza competenza, spirito di servizio e, peggio tra tutte, senza visione.

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