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USA: la risposta mediatica alla colpevolezza di Derek Chauvin

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di Follotitta – from USA –

Martedì 20 aprile, dopo aver deliberato per 10 ore, la giuria popolare, composta da 6 bianchi, 4 afro-americani e 2 autodefinitisi multirazziali, ha ritenuto l’ex poliziotto Derek Chauvin** colpevole di tutte e 3 le imputazioni di omicidio. Queste comportano un massimo di 40 anni di carcere per l’omicidio di secondo grado, 25 per l’omicidio di terzo grado e 10 per il “manslaughter” (omicidio preterintenzionale) di secondo grado; cioé un massimo di 75 anni. La pena sarà stabilita dal giudice nei prossimi giorni.

Le cause del processo

L'agente Derek Chauvin colpevole per la morte di George Floyd: il verdetto  della giuria dopo il processo

Ricapitolando, il 25 maggio 2020 il cassiere dello spaccio Cup Foods in Minneapolis ha chiamato il 911 perché un avventore, il 46enne George Floyd, aveva comprato un pacchetto di sigarette con un biglietto da 20 dollari falso.

Ricapitolando, il 25 maggio 2020 il cassiere dello spaccio Cup Foods in Minneapolis ha chiamato il 911 perché un avventore, il 46enne George Floyd, aveva comprato un pacchetto di sigarette con un biglietto da 20 dollari falso. Non vi è evidenza che Floyd sapesse che il biglietto fosse falso, eppure i poliziotti intervenuti sul posto lo hanno immediatamente accusato di essere un falsario. E da lì è nato l’alterco fra una forza di polizia abusiva ed un povero diavolo in balia della maledizione del colore della propria pelle. Un alterco che inevitabilmente ha portato all’omicidio di George Floyd. Ed alla crescita esponenziale del movimento BLM (Black Lives Matter) negli Stati Uniti.

Perché? Perché in America vi sono poliziotti bianchi con inclinazioni suprematiste e razziste che non aspettano altro se non la resistenza di un afro-americano per ucciderlo. Per infrazioni e giustificazioni di una stupidità assoluta che raramente raggiungono le aule di giustizia a causa dell’omertà dei ranghi e della forza politica dei sindacati polizieschi. 

Si tratta di razzismo sistemico, insito da sempre nelle pieghe della vita sociale americana ed i neri sanno che l’unico modo per sopravvivere ad un fermo di polizia è mostrarsi remissivi ed ubbidire a testa bassa. Ma un poliziotto che sta avendo una brutta giornata, e con inclinazioni apertamente ostili nei confronti della gente di colore, sa come essere offensivo ed elevare la tensione sino ai fatali colpi di pistola; ma anche allo strangolamento per costrizione del collo, come abbiamo visto nel caso Floyd; “tecnica” in cui la morte può essere sempre attribuita alla resistenza della vittima. E questo, in mancanza di telecamere e testimoni, è il “protocollo” preferito da poliziotti che in questo modo possono declinare ogni responsabilità e andare avanti impuniti nella carriera. Così l’uso eccessivo ed ingiustificato di forza letale è divenuto l’unico modo che alcuni ranghi deviati della polizia americana conoscono per servire la comunità (dei bianchi suprematisti, naturalmente).

Razzismo sistematico

Ogni giorno in America vi sono madri afro-americane e di altre minoranze etniche, che piangono la brutale morte dei figli per mano della polizia o le innumerevoli morti negli omicidi di massa, anch’essi spesso di stampo razzista, per mano di pazzi esaltati. 

Omicidio George Floyd, il poliziotto Derek Chauvin è colpevole - LifeGate

Su queste premesse, una nazione fondata su una idea di “freedom and justice for all”, non può essere più considerata “the land of the free and home of the brave”.

E’ vero che nel corso degli anni molti hanno dimostrato grande coraggio (bravery) lottando per raggiungere un minimo di libertà e di giustizia per tutti (freedom and justice for all), ma è altrettanto vero che contro hanno avuto sempre la codardia, l’egoismo, la crudeltà o la pura ignoranza di chi ha sempre combattuto per sopprimere gli stessi ideali fondanti della nazione.

Non vi è liberta’ senza giustizia. Ma per molti è proprio quello che si vuole, specie se quando l’assassinio di un Adam Toledo, si può giustificare colpevolizzando la vittima e chiedendosi cosa stesse facendo un ragazzino di 13 anni in giro alle 3 di notte (nel classico “se l’è cercata”).   

Però, nel caso di George Floyd la testimonianza di chi si è trovato a passare da quelle parti ed ha capito l’orrore a cui stava assistendo, aggiunta a quella dei video dei loro cellulari, c’è stata. Così come quella di autorevoli dottori che hanno testimoniato nel processo che Floyd è morto per il soffocamento che ha impedito l’ossigenazione del sangue; e non, come avrebbe cercato di far credere la difesa di Chauvin, per collasso cardiaco a causa di una preesistente condizione coronarica e all’uso eccessivo di antidolorifici. Un dottore pneumologo, testimone per l’accusa, ha affermato che qualsiasi individuo, anche il più sano e giovane, sottoposto alla stessa costrizione del collo e del corpo (2 altri poliziotti hanno immobilizzato il resto del corpo di Floyd, con l’ulteriore costrizione delle mani ammanettate dietro la schiena), dopo 9 minuti e 29 secondi, di cui più di 4 senza battito cardiaco, sarebbe morto nella stessa maniera.  

Soprattutto c’è stata, nel caso Floyd, la ribellione di una intera nazione tramortita dall’orrore, che ha protestato per settimane e mesi in ogni angolo degli Stati Uniti.

E che ha continuato a protestare anche durante il processo, dando così modo ai commentatori di destra di trovare il capro espiatorio su cui riversare il veleno del loro punto di vista; per il quale la giuria è arrivata ad un verdetto di colpevolezza, non perché vi sono stati innumerevoli testimoni, video e la deposizione incontrovertibile di numerosi esperti. No. La giuria era semplicemente intimidita dalla marmaglia pronta alla caccia all’uomo nel caso di un verdetto avverso.

La condanna di Derek Chauvin: gli sportivi di Black Lives Matter esultano

Per la destra non vi è evidenza che tenga (vedi il risultato elettorale). Tutto è politica. E politica per loro significa che la cultura progressista è in guerra per distruggere e rimpiazzare gli americani bianchi.        

Concludendo, la famiglia di George Floyd ha ottenuto 27 milioni di dollari di “risarcimento” dalla municipalità di Minneapolis, e con questa somma è stata costituita una fondazione che si occuperà di diritti civili; Derek Chauvin è stato dichiarato colpevole per tutte e 3 le accuse di omicidio formulate nei suoi confronti. Giustizia è fatta. Almeno così sembrerebbe, se non fosse per un immenso particolare: George Floyd è morto e la vita di un uomo, di un padre di famiglia, non vale qualsiasi somma di denaro o qualsiasi quantità di anni che il suo assassino trascorerà in carcere.

Sarebbe semplicemente più giusto che George Floyd fosse ancora vivo.

A questo proposito, Alexandria Ocasio-Cortez, una delle leader dell’ala sinistra del Partito Democratico, ha commentato su Twitter che “non può definirsi come una forma di giustizia” il fatto che “una famiglia abbia dovuto perdere un figlio, un fratello e un padre, che una ragazza abbia dovuto girare e diffondere il video di un omicidio, che milioni di persone abbiano dovuto scendere in piazza solo perché ci si accorgesse di George Floyd. E questo verdetto non può sostituire un intervento legislativo”.

**Derek Chauvin, per completare l’informazione, prima di uccidere George Floyd, era stato coinvolto in almeno 17 altri episodi in cui aveva espletato un uso eccessivo e ingiustificato della forza, incluso l’aver sparato a un sospetto ed il coinvolgimento nella sparatoria fatale di un altro; questo durante 20 anni di servizio nel MPD (Minneapolis Police Department). Solo una volta è stato sanzionato e, nonostante tutto, era arrivato a diventare uno degli ufficiali istruttori addetto alla formazione ed alla valutazione dei poliziotti usciti dall’accademia.   

Conseguenze… mediatiche

Anzitutto c’è da tenere a mente che il processo a Chauvin è stato così importante proprio per l’esposizione mediatica che ha ricevuto. Nei mesi successivi al fatto, milioni di persone hanno partecipato a manifestazioni contro la morte di Floyd, sviluppando nell’opinione pubblica una nuova e più forte consapevolezza che si è contrapposta alle nuove ventate di razzismo che negli ultimi anni, vuoi per gli effetti della globalizzazione, vuoi per quelli delle correnti migratorie, si sono moltiplicate nel mondo.

Gli effetti di questo si sono visti in un altro elemento che ha distinto il caso di Floyd da casi simili precedenti e, cioé, la reazione delle istituzioni americane, molte delle quali si sono esplicitamente messe dalla parte di Floyd.

Due Estranei: il cortometraggio che vi farà incazzare | Cinewriting

Nel frattempo, l’opinione pubblica e l’urgenza sociale si fa tendenza e si traduce in opere di ingegno umano. Anche artistiche. E quindi ecco comparire su Netflix un film cortometraggio dal titolo “Two Distant Strangers” che ricorda “Il giorno della marmotta del film commedia del 1993 Ricomincio da capo (Groundhog Day) con un impareggiabile Bill Murray, in cui il protagonista ripete lo stesso giorno all’infinito, fino a trovare la soluzione esistenziale per sbloccare l’incantesimo che lo teneva prigioniero del loop. In questo caso non si tratta di una commedia, visto che il protagonista, un afroamericano, si trova a rivivere la propria morte per mano di un poliziotto bianco che, qualsiasi scelta farà, sarà determinato a farlo fuori. Il film, candidato agli Oscar, ovviamente è già un caso.

Black Lives Matter: Le Donazioni Milionarie A Sostegno Delle Proteste. -  Pipool

Ed ecco mobilitarsi anche il mondo del marketing a sostegno della causa. “Don’t do it” è la campagna di Nike contro il razzismo promossa dopo la morte di George Floyd, e non è la prima volta di Nike.

Nel 2018, ad esempio, si era già molto parlato dell’impegno del brand contro le discriminazioni razziali, con una campagna pensata per il trentennale del payoff “Just do it” che aveva, tra i testimonial , l’atleta Colin Kaepernick. “Don’t pretend there’s not a problem in America. Don’t turn your back on racism. Don’t accept innocent lives being taken from us. Don’t make any more excuses. Don’t think this doesn’t affect you. Don’t sit back and be silent. Don’t think you can’t be a part of change. Let’s all be a part of change“, recita Nike. Quel “don’t” che si trasforma in “let’s” nell’ultima frase comunica ulteriormente il significato già espresso dalle diverse parole, ovvero la possibilità di fare qualcosa per mettere in atto un cambiamento e fermare le discriminazioni razziali.

Si aggiunge a Black Lives Matter il sostegno di molte grandi imprese Usa, indicatore concreto di un cambio di passo dell’America sulla questione razziale.
Apprezzamenti e prese di posizione a favore della protesta sono arrivati da giganti come Netflix (come detto), Google e Amazon che, nella figura del suo capo Jeff Bezos, ha donato 10 milioni agli organismi per la difesa dei diritti civili. Come ci si poteva aspettare, la cosa è costata al gigante di Seattle la perdita di molti clienti di destra. Più controversa è la posizione di Facebook che, nonostante il dichiarato impegno contro il razzismo vantato da Mark Zuckerberg, è stato da più parti criticato, ad esempio, per non aver obiettato (a differenza di Twitter) alla pubblicazione di post violenti e tendenziosi del presidente Trump.

Prendendo posizione questi gruppi influenzano volenti o nolenti la società, agevolando una o l’altra posizione. Gli esperti di marketing parlano di “decisioni calcolate“: si è già visto in passato che, quando c’è una disputa, un’impresa raccoglie risultati migliori se prende posizione sui valori, dandosi un’identità pubblica, anche a costo di scontentare alcuni clienti. In questo senso, il politically correct, soprattutto in America, alla lunga sembra ripagare.

Follotitta vive tra New York e Miami, è architetto e appassionato di storia, architettura e politica. Una visione a 360° sul clima made in USA vista dagli occhi di un professionista "italiano in trasferta".

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