A proposito di Smartworking. Il nuovo appuntamento con Simone Terreni

11 mins read

Durante il lockdown della scorsa primavera ho scritto moltissimi articoli sullo smartworking, con l’intento di trasmetterne la cultura. Ora che è tornata la seconda ondata ho rivisto sui social e in TV una certa tendenza a male informare la gente con annunci del tipo “ora il paesino diventa il regno dello smartworking”. Ecco, quello che loro chiamano smart in realtà è il remote working, in cui le persone sono lontane e non vanno mai in ufficio. Sono due questioni differenti. Lo smartworking prevede anche una presenza e un contatto con l’ufficio e, soprattutto, un approccio più libero capace di migliorare trasversalmente il mondo del lavoro.

Continua la chiacchierata con Simone Terreni (iniziata QUI), owner di VoipVoice, esperto di smartworking e nuove tecnologie che permettono alle aziende di oggi di dotarsi degli strumenti indispensabili al lavoro “fluido“, quel tipo di lavoro smart nel vero senso della parola, ovvero: “intelligente”. Le aziende di domani, i manager, i CEO, sono chiamati a creare nuove modalità di comunicazione e gestione delle dinamiche lavorative sia endogene che esogene, verso tutti gli stakeholders: dipendenti, fornitori, utenti e clienti. In questo articolo parliamo proprio della sfida, anche tecnologica, a cui sono chiamati i nuovi leader.

In ogni caso la tecnologia è l’elemento al centro di questa rivoluzione culturale intorno al lavoro. Parlavamo nel precedente articolo di Netflix e di come abbia cambiato il paradigma della fruizione dei contenuti televisivi. “Se c’è la tecnologia c’è il cambiamento culturale“, commenta Simone, “La staffa crea la cavalleria, il motore a vapore crea la società industriale, la digitalizzazione crea l’era informatica. La banda ultra-larga, una rivoluzione in arrivo anche in Italia, come il 5G o la fibra a 1 Giga, ci permetterà di connetterci sempre di più e a un livello diverso, migliorando performance e dinamiche aziendali.Simone Terreni introduceva la rivoluzione in atto in tempi non sospetti nel suo libro Dai segnali di fumo ai social.

Nel nostro Paese abbiamo una maggiore copertura rispetto a solo qualche mese fa, e strumenti cloud che ci permettono di accedere ai dati aziendali da remoto oltre a permetterci riunioni da remoto. Zoom è un esempio, il più noto, che negli ultimi mesi ha vissuto un incremento di utenza impressionante. Ma esistono anche molti altri servizi più professionali in grado di offrire servizi di comunicazione e gestione del lavoro come ad esempio Meet di Google, 3CX. Teams di Microsoft.”

Infrastrutture e autostrade digitali finalmente aprono uno scenario nuovo di cui ancora non abbiamo capito probabilmente la portata. La società ci mette sempre un po’ per interpretare i segni di un epoca in arrivo, a trasformare una tendenza in cultura. Ma sempre di più, e questa pandemia sta accelerando moltissimo il percorso, vivremo in un’era smart.

Non abbiamo inventato qualcosa di nuovo, la tecnologia era già pronta per l’uso, la rivoluzione era già in corso. Una rivoluzione molto lenta, però. L’Osservatorio di Milano aveva calcolato che gli smartworkers prima del lockdown erano 500.000, e certo non era prevista l’impennata a cui abbiamo assistito. Si pensi che a marzo si era arrivati a 6 milioni e mezzo di lavoratori smart, a settembre assestati a circa 5 milioni e poco più, anche se continuano a crescere giornalmente. La nuova previsione aumenta questo dato di 300.000 unità, anche se in futuro ci si attende un nuovo incremento: 8 milioni di persone potranno lavorare da remoto grazie proprio alle nuove tecnologie. Dopo anni di ritardo è arrivata anche in Italia una maggiore copertura della connettività che permette strumenti di conference e gestione da remoto dei dati aziendali con un’affidabilità prima mai sperimentata.”

L’azienda di Simone Terreni, la VoipVoice, si inserisce proprio in questo ambiente tecnologico dando la connettività adatta per questo tipo di fruizione altamente professionale, evitando, per capirci, quelle situazioni imbarazzanti che ci vedono costretti in videoconferenze e meeting improvvisati a chiederci a turno “mi sentite? Mi vedete?“. Video che saltano, audio che gracchiano saranno il passato per chi saprà dotarsi dei giusti strumenti quelli, appunto, smart che devono permettere di lavorare “come in ufficio”, o anche meglio, anche stando dall’altra parte del mondo. E questo passa per la connettività. “Banda garantita, indirizzo IP statico, router che imposta la quality top service sono standard minimi con cui dotare la propria organizzazione” mi racconta Simone, “Se la tua azienda è strutturata e metti un lavoratore in smart, devi anche fornirgli gli strumenti se vuoi ottenere risultati efficaci e dimostrarti professionale anche all’esterno. In questo modo il lavoro smart può davvero diventare un valore aggiunto.”

Consideriamo anche un altro aspetto: questo tipo di tecnologia ci permette in qualche modo di recuperare quegli angoli del nostro Paese così ricchi di storia, cultura, umanità, paesi e frazioni, oggi praticamente abbandonati dalle nuove generazioni. Paesi che diventano dormitori delle grandi città adiacenti, dove il lavoro “non c’è“. Lo smartworking è in grado di restituire vita a queste realtà, dove si è perso il tessuto sociale. Sono contesti in cui un giovane che vuole lavorare non trova opportunità. Immaginiamo un futuro molto vicino in cui il potenziale del nostro Paese, che è fatto di tradizioni locali, possa essere ripreso e rivissuto, ricontestualizzato in un tessuto sociale, diciamo così, di nuova generazione. Il sogno di Adriano Olivetti. “Proprio Olivetti è uno dei protagonisti del mio libro“, ammette Simone Terreni. La sua visione dell’azienda era legata al territorio: una visione in cui una era in grado di nutrire l’altro. Le porte aperte delle organizzazioni che dialogano con l’ambiente circostante attraverso i propri dipendenti, diventando parte di un flusso di servizi in grado di migliorare il livello di vita dei lavoratori e delle persone ad esso connessi, familiari, congiunti, negozianti, conoscenti, ecc. In una parola: welfare. C’è un bel libro che ne parla in modo compiuto: “Welfare 4.0. Competere responsabilmente” di Stefania Fornasier, Giulia Lucchini, Fabio Streliotto, Gianpietro Vecchiato che parte proprio da questo presupposto: le aziende che puntano all’eccellenza sono quelle in grado di coniugare la massimizzazione dei prodotti e l’innovazione continua, con il reale miglioramento della vita delle persone, nel rispetto della comunità-territorio nella quale l’impresa opera. “Il luogo comune, sottolineato da sindaci come Beppe Sala, è che lo smartworking creerà un problema economico alle grandi città. La questione va riconsiderata da un altro punto di vista: lo smartworking, quello “vero”, potrà permettere di ridistribuire le economie, slegandole dal “paninaro che vende i panini a 15 euro sotto l’ufficio nel centro di Milano” e portandole in ambienti oggi considerati periferici.”

Quindi il percorso è segnato: dalla tecnologia, all’azienda, passando per il territorio attraverso uno scambio, anch’esso fluido, in grado di cambiare la qualità del lavoro e della vita degli individui. Dal lavoro fluido, al tempo fluido. Dal paradigma delle 8 ore lavorative chiusi in ufficio, 5 giorni a settimana, a quello della libertà di fruizione degli strumenti in grado di restituirci nuovi modelli di business e, cioè, di farci lavorare su progetti, su contenuti, su obiettivi da sviluppare insieme a team anch’essi dinamici, più che su strutture fisse, sulla presenza ad ore nonostante tutto. QUI InsideMagazine ha approfondito il concetto.

Lo sappiamo, oramai i cicli economici si sono ristretti a 5 anni e, insieme a loro, i cambiamenti che ne permettono la fase espansiva. Per questo, nei prossimi mesi assisteremo a un veloce cambiamento che subirà un’impennata appena il freno COVID-19 verrà lasciato alle spalle. Il paradosso certo ha voluto che proprio i lockdown legati alla pandemia facessero da acceleratore verso il cambiamento tecnologico e paradigmatico, ma oggi che stiamo imparando la lezione, sentiamo la necessità di metterci in pratica, di sviluppare queste tecnologie potendo anche viverlo e sperimentarlo sulla pelle quel welfare che spinge dietro alla porta ancora socchiusa della rivoluzione industriale 4.0.

Insieme a Simone Terreni approfondiremo nel nostro prossimo incontro gli aspetti tecnologici necessari, se non imprescindibili, per il cambiamento espansivo che stiamo già cavalcando. Parleremo pertanto di autostrade digitali, di programmi cloud e di strumenti tecnologici. Se da una parte, cioè, ci sono le connettività ottimali, accostate ai programmi cloud che permettono di gestire i dati in sicurezza, dall’altra ci sono strumenti hardware, come il pc, lo smartphone, le cuffie wireless, ecc. Dotandosi di questi tools l’azienda si predispone a integrarsi e a posizionarsi in prima linea nella corsa alla sfida del futuro lavorativo a cui il nostro Paese è chiamato nei prossimi mesi.

Paul k. Fasciano, co-owner di InsideMagazine, formatore, autore e business coach, mette competenza, etica ed empatia al servizio di professionisti e aziende, orientandoli alle migliori strategie di comunicazione.

Articolo Precedente

Italia-Polonia 2-0, gli azzurri riconquistano la vetta del girone

Articolo Successivo

Start Up: gli investitori Europei sono avversi al rischio

Ultime News

Donald contro tutti!

Trump a Fox News, intervistato da Maria Bartiromo:  “Questa cosa che è successa è terribile. I