No justice, no peace!

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Le elezioni americane sono state vinte sul filo di una partecipazione massiccia. Per maturazione demografica, milioni di nuovi votanti si sono affacciati sullo scenario elettorale; ed altri milioni, anch’essi per la prima volta, hanno risposto all’impulso di esserci. E quando i conteggi saranno terminati, Biden supererà gli 80 milioni di voti e Trump 73 (7 milioni di differenza!). Quantità decisamente fuori dall’ordinario, se si pensa che Trump avrà 10 milioni in più del 2016, quando fu superato dalla Clinton per 2 milioni di voti. 

Per votare Trump, alla base ecumenica repubblicana, si sono aggiunti quelli che la Clinton chiamava i “deplorabili”, cioè i fan di Trump e solo di Trump, che tendono a sparire quando il loro messia non è in lista, come è avvenuto nelle elezioni non strettamente presidenziali. Non è che questi si aspettassero da lui chissà quale miglioramento delle loro condizioni di vita, anzi; quello che gli bastava era sapere che condivideva il loro odio razzista, omofobo e xenofobo, e il loro rigetto per norme e regole; insomma si accontentavano di percepire in Trump le briciole dei loro sentimenti deplorabili. 

Sarà difficile per i repubblicani portarli ancora alle urne in assenza di Trump; dovranno trovarne un altro con le stesse qualifiche dequalificanti; e sarà per questo che molti di loro si stanno cimentando in una sorta di “tale e quale show”. Auguri!

Per i democratici il discorso è completamente diverso; qui non si va in retromarcia, ma si guarda al futuro dell’America. Un futuro che apparterrà ai POC (People Of Color), se le minoranze più bistrattate verranno poste in condizione di contare; nel governo locale come in quello federale. L’affluenza al voto dei neri, dei latini e di altre minoranze etniche, inclusi gli indiani d’America, è stata massiccia, superiore a qualsiasi altra elezione. Da un lato ha rappresentato la continuazione delle proteste per gli assassini di George Floyd e Breonna Taylor; dall’altro un sentimento di sofferenza a lungo trattenuto. A fare da catalizzatore sono stati la politica razzista di Trump ed il Covid, il cui tasso di mortalità è stato, ed è, doppio nelle comunità non bianche.

I POC non possono più aspettare un cambio tanto promesso quanto disatteso; e tanto meno gli interessa avere qualcuno da biasimare. A questo punto l’America si porrà dal lato giusto del futuro se li metterà in grado di avere il peso politico troppo a lungo disatteso e negato. Il nuovo team Biden-Harris promette una visione aperta e collaborativa, ma sono soprattutto loro e la loro capacità di non elargire più deleghe in bianco, che legittimizzerà le loro comunità. Il primo passo è stato quello di imporre, con la forza del loro voto, la loro rilevanza politica, il secondo e più importante sarà quello, attraverso la loro rappresentanza legislativa e presenza nella nuova amministrazione, di raddrizzare il sistema verso una maggiore giustizia sociale. 

E’ solo  per questo che si sono precipitati a votare come se la loro vita fosse dipesa da quel semplice atto (parole di Michelle Obama); e che sono rimasti in interminabili code anche per 10 ore. Con i frutti della loro determinazione più che evidenti, quando il voto nero ha consegnato a Biden-Harris la Georgia e quello latino, insieme a quello delle comunità indigene, l’Arizona. Due stati da sempre repubblicani.

Nell’infanzia della repubblica Hamilton sosteneva che, per evitare l’anarchia, i governanti dovevano mantenere i loro privilegi, mentre i governati erano tenuti solo ai loro obblighi; ed infatti allora, solo gli adulti maschi con proprietà certificate potevano votare; più o meno il 10% della popolazione maschile e quindi il 5% di quella totale. Oggi, da una certa età in poi, tutti possono votare e la demografia non mente. Queste elezioni hanno dimostrato con chiarezza che il tempo in cui la maggioranza può essere sottoposta al potere di una minoranza con potere e privilegi, è superato. Questo tipo di società è destinata a fallire sotto il peso della propria ingiustizia e la storia ne è testimone da sempre.

D’altra parte su uno dei cartelli più visti durante le proteste dei BLM (Black Lives Matter) era scritto: no justice, no peace!

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Follotitta vive tra New York e Miami, è architetto e appassionato di storia, architettura e politica. Una visione a 360° sul clima made in USA vista dagli occhi di un professionista "italiano in trasferta".

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