Volto noto della tv e dell’editoria, giornalista, conduttore e instancabile saggista e narratore, Guido Barlozzetti ci racconta del suo ultimo libro in un bellissimo locale di Borgo Pio, a due passi dal Vaticano, proprio dove è ambientato L’Intervallo. Pubblicato da Bertoni Editore, il volume nasce da un’idea semplice e, oggi, quasi controintuitiva: descrivere in tempo reale il vuoto di potere più osservato al mondo. In questa intervista esclusiva, abbiamo dialogato con lui della passione per il cinema, di saggistica e narrativa, comunicazione e società, tutti temi che hanno costruito la base di questo “diario”: 332 pagine, che raccontano quei giorni sospesi tra la morte di papa Francesco e l’elezione di Leone XIV, avvenuta l’8 maggio 2025.
Quello della sede vacante. è stato un tempo scandito dalla liturgia, ma anche dalla macchina mediatica che vive di cronaca continua, di immagini, di attese, di previsioni e di vita quotidiana al di fuori di quelle mura invalicabili. In quelle settimane, a Roma, i dati diffusi dalla Sala Stampa vaticana contavano circa 250.000 persone entrate nella Basilica di San Pietro per rendere omaggio a Francesco in pochi giorni, oltre ai 2.000 giornalisti accreditati.
Barlozzetti, giornalista e autore con un lungo percorso che attraversa televisione, comunicazione e scrittura, porta nero su bianco quel divertente cortocircuito: il sacro che pretende lentezza, l’informazione che impone velocità, con uno stile appassionato e vibrante, patrimonio esclusivo di coloro che guardano alla vita con assennata e lucida curiosità.

“L’intervallo”, un racconto tra eterno e quotidiano
Una vita trascorsa nel rione contiguo alla Città del Vaticano, lo storico e pullulante Borgo. E’ da qui che Guido Barlozzetti osserva da vicino l’alternanza tra solennità e quotidiano. Il Rione Borgo, con la sua vita di quartiere, è quasi un controcampo naturale rispetto alla monumentalità di San Pietro e dello Stato della Chiesa: una soglia urbana in cui ogni evento di rilevanza globale passa rasente ai tavolini dei bar, delle trattorie, e alle conversazioni degli abitanti e dei viaggiatori.
L’intervista a Guido Barlozzetti
Recentemente avete organizzato insieme a Bertoni, il tuo editore, varie presentazioni del libro: a Narni, Orvieto e a Roma. E’ il primo libro che pubblichi con lui?
Con Bertoni ho pubblicato già altri due libri, uno su Mario Draghi e sul suo modello di comunicazione, e poi un libro piuttosto strano che si chiama Vite ricordevoli: biografie molto sintetiche di personaggi strampalati, fuori dell’ordinario, che vivono la vita in un modo paradossale. Per esempio, c’è un signore che cerca un modo di catturare i sogni e quindi inventa un retino molto particolare attraverso cui li cattura e li custodisce! E’ una raccolta molto divertente. L’intervallo, invece, nasce innanzitutto da una esperienza di vita e di contiguità fisica, nel senso che io abito a Roma a Borgo Pio, il rione immediatamente vicino a via della Conciliazione e a Piazza San Pietro. Abbiamo già in programma altre due presentazioni del libro: una a Perugia, l’altra nuovamente a Roma, e si svolgeranno probabilmente tra febbraio e marzo.»
In questo nuovo volume, L’intervallo, scegli il tempo presente e la forma del diario. Cosa ti interessava raccontare con questo stile così particolare?
«L’idea è nata dalla necessità di restituire la materia viva di quei giorni: l’attesa, i dettagli, i gesti ripetuti, la densità simbolica che cambia l’aria di Roma quando la Chiesa entra in sede vacante. Il diario come forma letteraria consente di non “sapere già” come finisce una vicenda, e di far sentire la transizione mentre accade.»

L’intervallo è anche l’emblema di un dispositivo mediatico: le riprese delle telecamere, commenti, speciali continui. Che rapporto hai con quella narrazione?
«La comunicazione è un secondo rito: codificato, ripetitivo, pieno di formule. La differenza, potremmo dire, è che il rito ecclesiastico tende al mistero, quello mediatico tende alla spiegazione e alla previsione. Questo libro prova a stare in mezzo, senza ridurre tutto a spettacolo.»
Nel libro c’è un contrasto forte: la sacralità delle cerimonie e la vita del quartiere. Perché Borgo Pio è così centrale?
«Perché è il suo punto d’osservazione. Borgo Pio rappresenta la continuità del vivere: persone che vanno al lavoro, botteghe, famiglie, routine. In parallelo, a pochi metri, si mette in scena il massimo della ritualità cattolica. L’effetto finale è una sorta di “doppia esposizione” della realtà.»
Cosa ti ha colpito di più del rito funebre e del conclave, visto da vicino?
«La precisione dei tempi, dei gesti, dei ruoli. E’ molto interessante il linguaggio non verbale della Chiesa: una grammatica riconoscibile anche quando intorno si addensa la folla globale e l’industria dell’informazione. Guardando con un’ottica più generale, invece, c’è da dire che la morte ci ricorda che è un appuntamento inderogabile per tutti, e porta con sé domande fondamentali che ognuno di noi si pone. »
In che modo il cattolicesimo entra nel libro?
«Entra come memoria culturale prima ancora che come appartenenza. E’ un insieme di linguaggi, di simboli, educazione sentimentale di un Paese. Il diario registra come quelle radici si riattivino davanti a un evento che mette in discussione identità, potere e continuità. Il mio approccio è quello della persona che si pone interrogativi, ai quali la religione cerca di dare una risposta.»
Che idea ti sei fatto della Chiesa guidata da Leone XIV dopo Francesco?
«Ho delle aspettative prudenti, vedo sfide globali evidenti e la necessità di riforme importanti. Grande è l’eredità di Francesco e la domanda su quanto di quella traiettoria verrà tradotto in scelte concrete.»
Nei tuoi recenti progetti editoriali ho visto un saggio dedicato a Stanley Kubrick e originali testi di narrativa. Dopo un libro così legato all’attualità, dove ti porterà la scrittura?
«Amo il cinema e mi sono dedicato alla saggistica cinematografica con questo grande lavoro dedicato a Stanley Kubrick di oltre 400 pagine! Nella narrativa seguo un progetto che si muove verso il giallo. Più volte ho intrecciato televisione, immaginario e racconto. Sto realizzando un libro sulle nuvole!»
Se dovessi dire al lettore perché leggere L’intervallo oggi, quale sarebbe la promessa del libro?
«Che L’intervallo non è solo una parentesi tra due pontificati: è uno specchio. Mostra come il potere si sospenda, come la folla si organizzi, come la fede e la curiosità convivano, come i media trasformino l’attesa in narrazione. E, soprattutto, come la ritualità continui a funzionare anche quando il mondo la guarda in diretta.»
Nota per i lettori:
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