Intervista a un architetto italiano a New York: tra consulenze e malintesi

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di Tony Fasciano –

Tony – Tornando all’aver lavorato in una piccola comunità di architetti e firme così chiusa come quella di Westchester, pensi che il tuo lavoro o la tua abilità fossero riconosciuti? Vi sono esempi della tua abilità nel risolvere sfide che altri invidiavano?

Michael – Ho fatto parte del team di un ufficio di architettura che prendeva oneri ed onori dal lavoro di chi vi operava. Certo vi era una proprietà intellettuale in edifici disegnati da me; ma solo in senso morale e non legale. Queste sono le regole del gioco e se si vuole giocare bisogna rispettarle.

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Inoltre la parte più complicata ed impegnativa del lavoro di un architetto è quella di acquisire committenti attraverso contatti di affari o appoggi politici; esercizio per me alieno non fosse altro per il mio impegno totale nel disegno.

Per certo la qualità del mio lavoro e la mia abilità erano conosciuti nell’ambito dell’ufficio di architettura per cui lavoravo; non fosse altro per il fatto che ad un certo punto sono diventato un associato. 

In quanto a fare cose, sono stato un punto di riferimento importante per tutti fino all’avvento del computer; dopo, man mano, ero io che dovevo rivolgermi magari ad un interno appena uscito da scuola per avere ragguagli su come meglio disegnare o rendere un’idea. E questo ancora con il 2D; col 3D mi sono sentito completamente obsoleto. E quanto a risolvere sfide, ripeto quanto già detto: non si è mai trattato di una competizione, ma sempre di una collaborazione in vista di un risultato comune.

Tony – Se uno studente di architettura, appena aperto un libro per la prima volta, ti domandasse di definire gli ambiti progettuali di un edificio per uffici, cosa gli/le diresti riguardo a come lo deve pensare?

Michael – Gli/le direi di rileggere le mie risposte precedenti, dove mi sembra che l’argomento lo abbia sviluppato fin troppo. Ed allora rispondo alla tua domanda uscendo fuori tema. Come sai  Westchester è collinare ed approfittando dei dislivelli avevamo delineato un tipo di edificio per uffici ibrido. A monte aveva un solo piano che conteneva uffici, a valle vi erano 3 piani ed i primi due ospitavano piccola industria e/o depositi, con terminali per il carico/scarico dei tir. Era molto efficiente in quanto riusciva a collegare l’attività industriale e quella amministrativa in un solo edificio. E usando una pannellatura orizzontale in alluminio e strisce vetrate oscurate, il risultato estetico era abbastanza soddisfacente. Non che si volesse camuffare la funzione industriale, ma la si voleva in qualche modo cambiare in qualcosa di meno degradato e più vivibile.

E da questo può venire una definizione pratica di un office building. Cioè quella di un edificio che deve essere fruibile al meglio da qualsiasi tipo di utenza, persino una industriale. Con qualche pretesa estetica, una modularità nelle facciate che permetta il più variato utilizzo degli spazi interni e una volumetria semplice, ben proporzionata, integrata con l’andamento del terreno. 

Infine gli/le direi di dare un’occhiata al Palazzo dell’ONU a New York.

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Palazzo dell’ONU a New York

Tony – Vi erano differenze veramente rilevanti tra quello che ci si aspettava dai tuoi disegni a Caracas rispetto a Westchester?

Michael – Vediamo se riesco a centrare cosa intendi. In entrambi i casi ci si aspettava il meglio e sempre ho cercato di dare il meglio. A Caracas si costruiva in cemento armato, mentre a Westchester per edifici di un certo volume, la struttura è quasi sempre l’acciaio. In Venezuela ho disegnato prevalentemente edifici residenziali dell’ordine di grandezza o di torri o di ville unifamiliari. Ho anche disegnato un grande centro commerciale e, tipo pro bono, con la speranza che il ministerio de fomento ce lo approvasse, anche unità ambulatoriali flessibili in zone periferiche agricole. Ci dissero che sarebbe stato difficile trovare giovani dottori pronti a sacrificarsi in luoghi isolati, ma a giudicare da organizzazioni come Medici senza Frontiere, non so se avessero ragione. Comunque le comunità hanno bisogno di servizi, soprattutto sanitari, per essere più vivibili ed armoniose.   

Ma la differenza sostanziale era dimensionale. A Caracas lo studio era composto da 2 architetti ed io portavo avanti tutto il lavoro grafico; mentre nell’ufficio di Westchester vi lavoravano, al mio arrivo negli anni ‘80, 40 persone che poi, attraverso le varie crisi finanziarie, si erano ridotte  più o meno a 15. Inoltre a Caracas l’elaborazione del progetto era solo preliminare ed integrata dagli elaborati dei vari consulenti. In particolare, il progetto strutturale era dettagliato sino al tondino più insignificante e comprendeva il calcolo delle imbracature antisismiche; mentre avevamo un consulente che progettava i sistemi di sicurezza, in cui era compreso il calcolo per la pressurizzazione dei tubi degli ascensori e di un ambiente rifugio al loro ingresso (se un aereo avesse colpito una delle nostre torri, non vi sarebbe stato un collasso strutturale e probabilmente tutti gli occupanti si sarebbero salvati dall’incendio).

A proposito di questo mi preme dire una cosa: in Italia consulenti ed architetti lavorano quasi in contemporanea in un progetto e più l’architetto si addentra in dettagli e specifiche, più vi è la possibilità di discrepanze col lavoro dei consulenti. Negli US i documenti contrattuali dei consulenti sono elaborati dopo gli elaborati esecutivi architettonici che così diventano la traccia da seguire eliminando possibili discordanze e malintesi.         

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