ZUCKERBERG & CO.

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di Nicola Venturini –

“Nel 2018 Zuckerberg era stato ampiamente criticato per aver affermato in un’intervista che, benché in quanto ebreo trovasse profondamente offensiva la negazione dell’Olocausto, i post che mettevano in dubbio la sofferenza di 6 milioni di ebrei durante la Seconda guerra mondiale non sarebbero stati necessariamente cancellati dal social network. All’epoca si era giustificato dicendo che pensava che il modo migliore di combattere i discorsi d’odio fosse con dei discorsi positivi

Oggi il fondatore di Facebook ha cambiato idea”.

Se per i non ebrei è sempre stato difficile parlare di Ebraismo, oggi lo è ancor di più. Il motivo? Lo stesso che ha spinto il leader dell’azienda di Menlo Park a conformarsi alle linee dell’ortodossia semita sulla Shoah. Aggiungiamoci poi che siamo agli sgoccioli delle presidenziali americane e si sa, arrivati ai livelli di presenza mediatica di Zuckerberg, si deve quasi sempre rendere conto a qualcuno che occupa poltrone più alte.

Se i “padri” europei hanno facilitato per secoli il lavorìo dei vertici ebraico ortodossi, va da sè che gli americani, per la maggior parte loro discendenti, tra White Supremacists, QAnon, Ku Klux Klan e compagnia bella, abbiano ripetuto l’errore. Il frutto non casca mai troppo distante dall’albero. 

Sul fatto che questa ossessione che paradossalmente potrei definire pro-shoah (e qui nessuno nega, badate bene!) sia stata portata all’estremo e strumentalizzata da molti fratelli ebrei, non credo ci siano dubbi.

Senza entrare troppo nel merito delle ormai note e spinose questioni del periodo bellico come Piano Marshall, Dichiarazione Balfour, Paneuropa e altre, posso dire a mio favore di aver avuto in tempi non sospetti il privilegio di usufruire di una lettura chiave in questo ambito. Nel periodo in cui mi stavo infatti occupando della pubblicazione del controverso volume Kalergi di Matteo Simonetti, che diversi noti politici hanno poi manipolato a loro volta non avendo la minima idea del vero sfondo sul quale questo scritto si muovesse, mi finì tra le mani una traduzione “di contrabbando” del tanto vituperato Praktischer Idealismus, del conte di Kalergi per l’appunto. Scritto nel 1917 ma mai pubblicato in Italia e quindi già solo per questo meritevole di attenzione, quel piccolo pamphlet mi aprì nel 2017 una finestra sul futuro che stiamo vivendo ora, descrivendolo con gelida lucidità. Leggendolo e informandomi a fondo, negli anni seguenti arrivai alla conclusione che all’attuazione del noto progetto Paneuropa mancò veramente poco, o per meglio dire, manca ancora poco. Solo che a differenza di cent’anni fa, dopo Pan bisognerebbe metterci qualcos’altro, il terreno di gioco si è decisamente allargato…

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse, certo, ma il Conte Kalergi a mio parere (e qua rischio i fischi dei complottisti) non era così traviato come lo si vuol far passare. Era un burattino di altissimo rango, ma pur sempre un burattino. I veri criminali furono coloro che ne abusarono per porre in atto le ben note manovre dell’epoca, scaricando tutto su di lui e su altri personaggi i cui soli nomi valevano da garanzia alla legittimità del loro operato. Traendo frasi qua e là e mettendole ad arte in un fascicolo più grande, questi uomini ombra segnarono l’inizio della vera e propria globalizzazione della questione ebraica a fini di potere.

Cinquant’anni dopo, avvenuto il “grande rigurgito digitale”, tutto ciò che era stato seppellito e archiviato sulla questione è riemerso in superficie, e superficiali nella lettura della questione sono stati in molti, tra cui Salvini, Fusaro, Magdi Allam, e tanti altri. D’altra parte, quando qualcosa del genere arriva al grande pubblico o a poter esser manipolata da personaggi come quelli che ho appena nominato, è perché chi tira le fila ha deciso che va bene così.

Il complesso del criminale però lo conosciamo tutti: prima o poi quello che è nascosto vuole mostrarsi, questo è il vizietto che condanna sempre chi opera nella clandestinità. É solo una questione di tempo, quel tempo che stanno dilatando e appesantendo, trascinandoci all’ultimo round. Da ex tennista mi viene in mente la figura del “pallettaro”, l’incubo di ogni buon giocatore. Tecnicamente colui che porta allo sfinimento e trascina al quinto set un avversario molto più forte di lui.

Il lavorìo dei vertici ebraico ortodossi, che noi occidentali facilitiamo con tutte le nostre follie cattolico-romano-illuministe, a ben vedere è proprio un mestiere da pallettari. Un agire certosino, lungo e di pazienza. Lo sanno che siamo noi ad essere quelli forti, per questo non dobbiamo perdere la pazienza, perché è proprio su questo che contano per tenerci in scacco.

Ma quali sono quindi i pezzi del puzzle di questo fantomatico lavorìo dietro le quinte? Il muro simbolico costruito su un fatto reale come può essere la Shoah, ha lo scopo di difendere da qualcosa? O magari di escludere qualcuno?

Sarò ripetitivo ma allo stesso tempo più sintetico utilizzando come risposta una citazione cinematografica presente un mio precedente articolo. La pellicola in questione è World War X, film profetico in tutti i sensi che, come la maggior parte della produzione hollywoodiana, svela chiaramente origini e orientamento degli screenwriters. In questa scena l’agente Lane (Brad Pitt), in fuga dai contagiati, parla con l’agente della CIA Haffner (David Morse):

Lane:  Com’è che Israele sta vincendo?

Haffner:  Hanno sigillato l’intero stato giorni prima dell’attacco. Primi a sapere, primi ad agire.

Lane: Lì le persone hanno costruito mura per due millenni.

Haffner: Si, ma finire tutti questi duemila anni di lavoro proprio una settimana fa? Tempismo impeccabile.

Capito?

Il mostro bicefalo del potere religioso globale, scisso principalmente tra Ebraismo ortodosso e Cattolicesimo romano, si nasconde proprio dietro quel muro. Da lì tira le fila di tutto, perchè conosce i tempi per operare.

Vi chiederete giustamente cosa c’entrano i cattolici con tutta questa storia. C’entrano eccome. A ben vedere infatti il vero vertice della piramide potrebbe non essere ebraico come tutte le cospirazioni fintamente ostacolate dal potere sostengono, confondendoci.

Un giorno deprecano Zuckerberg e altri noti “ebreucci”, poi il giorno dopo li portano in palmo di mano. Ve li fanno letteralmente adorare.

La facciata è cattolico-romana, la parte nascosta è ebraico-ortodossa. Ma il vero Mangiafoco, il katechon che trattiene il secolo dilatando i tempi di questa società rigida e malata, è molto probabilmente ancora della prima schiera. Questo il gioco di specchi che abbaglia il mondo. C’è un livello profondo che non è accessibile ai più, e non è fatto di politica, alta finanza o massonerie varie. Troppo facile dare la colpa ai grembiulini, ai magnati, agli ebrei e fatemelo dire, pure a questo Papa universalista e scandaloso. Le “volpi che guastano le vigne”, sono sopra a tutto, super partes. Anzi, sono sotto a tutto, sub partes.

Il paradosso globalista delle volpi è il mantenimento del caos nell’ordine apparente. Per questo servono sempre nuovi capri da sacrificare: le divinità mediatiche di turno vengono coccolate e soddisfatte in ogni loro brama per poi essere immolate al raggiungimento di obiettivi stabiliti con cura e da lunga data.

Le pedine si mettono in campo solo per creare confusione, si usano, si elogiano e poi magari si distruggono per sostituire i pesi di una bilancia truccata fin dall’inizio. I veri mercanti, ben nascosti dietro i magnati della finanza (vezzeggiativo della parola usura), sono artisti nel non far capire chi sta in cima.

Nelle news dei telegiornali si passa da ebrei minacciati da movimenti estremisti filo-cattolici, all’Islam aizzato come fosse il cane da caccia dell’Occidente, al Vaticano smutandato per gli scandali sulla pedofilia e impoverito dalle infiltrazioni di potere. Aggiungiamoci la politica che butta fuoco da una parte e acqua dall’altra a seconda di come vanno le elezioni, il popolo di pecoroni che prende tutto come oro colato e… la torta è pronta.

Ce ne sarebbe già per confondere tutto il circondario, ma manca un fondamentale: la ciliegina…

Israele.  

Il luogo da dove tutto parte e dove tutto ha il suo compimento, l’archetipo dello stato perfetto, lo stato che li descrive tutti.

“Un Anello per domarli, un Anello per trovarli,

Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli…”

Questo è il programma cari amici. Nihil sub sole novum.

Anche il vecchio Tolkien, molto più addentro a queste questioni di quanto lasciasse intendere, a modo suo ce lo stava dicendo: senza comprendere la questione Israele infatti non si può avere il polso della situazione mondiale. Senza Israele non si possono capire i movimenti della struttura di potere della quale Netanyahu, Putin, Merkel, Macron, Trump e soprattutto il suo genero Jared Kushner, sono gli ultimi “visibili”.  

In questa lista chiaramente incompleta potrebbero sembrare presenti degli intrusi, ma non è così. Sotto a tutti questi personaggi , trait d’union umbratile e serpentino, il movimento ebraico ortodosso Chabad.

Lo stesso movimento il cui ultimo e defunto leader, il Lubavitcher Rebbe, è venerato ossequiosamente ancor oggi come il Messia da milioni di chassidim in tutto il mondo.

Per darvi un’idea, riporto un veloce passaggio che sentì narrare da un chassidim italiano, che conobbe personalmente il rebbe. A fine anni ’80, nella sede newyorkese, una donna sterile disperata per la sua condizione venne a richiedere aiuto al grande tzaddik (“giusto” in ebraico). L’anziano saggio le disse di stare tranquilla perchè aveva già concepito da qualche settimana. La donna, che viveva sola ed era l’unica a sapere le sue questioni private non poteva crederci, così il rebbe prima di congedarla le disse: “tutte le anime del mondo passano da questo ufficio”. Il bambino nacque 9 mesi dopo.

Teniamo sempre a mente questo per non finire negli esoterismi che oggi vanno tanto di moda: ciò che è chiamato magia non è altro che psicologia portata a ai massimi livelli. La Kabbalah, scienza millenaria edotta dalla interpretazione simbolica e alfabetica della Torah, è infatti il pane quotidiano per i rebbes di Chabad. Non sono nati ieri questi signori, portano avanti, seppur a modo loro, la tradizione sapienziale più antica al mondo… se ve lo state chiedendo, era proprio dai loro magheggi che molto tempo fa qualcuno ci mise in guardia, altro che il CICAP.

Nella storia della vita del Rebbe sono riportati centinaia di episodi del genere, di tutte le tipologie immaginabili. A noi occidentali possono sembrare favole, certo è che le prove sono facilmente reperibili e condivise apertamente. Questa condivisione continua è il marchio di fabbrica della tradizione chassidica, fortemente basata sulla testimonianza scritta. Per la sterminata comunità di ebrei ortodossi appartenenti a questa setta, rappresentante di un qualcosa di altro dall’ortodossia classica, tali episodi sono certezze. Per loro il Rebbe è vivo, qui e adesso.

Spero di non avervi perso con questa parentesi esotica, ma era necessaria a riportare il tutto al contesto molto concreto in cui ci stavamo orientando. Il punto che voglio sottolineare è che molti dei presidenti delle più grandi nazioni al mondo fanno parte, a diversi gradi e livelli, di questo sterminato movimento ultra-ebraico. Chabad, nella sua parte conosciuta e di proselitismo, funge da facciata sociale, religiosa e politica, per qualcosa di ancora più profondo e nidificato: la setta nella setta, uno strumento da sempre di moda tra i poteri forti.

La politica e l’economia, lo dico davvero dal cuore, è ora che vengano leggermente scostate da parte di un certo tipo di giornalismo. Sono chiavi giocattolo usate per l’intrattenimento popolare che non aprono la porta su certe questioni, quelle veramente decisive. In questo modo, mentre il popolo viene distratto da mascherine, elezioni, smartworking e altre questioni di mera sopravvivenza, in alto, c’è chi gioca con il bene più prezioso: il nostro tempo.

È un’altra la chiave giusta, l’unico passepartout, Zuckerberg & Co. lo sanno bene.

To be continued…

Veneto, ma italiano nel cuore. Dopo l’esperienza come curatore di magazine e libri, approfondisce il mondo dell’editoria digitale e del marketing. Appassionato musicista e avido lettore, ama la montagna e le lunghe camminate. Frase preferita: “chi no ga testa, ga gambe”.

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