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Fa più male un tweet o un proiettile? Chef Rubio su Palestina e Israele

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Aggiornamento del 14 maggio 2021: vista l’odierna situazione critica nella striscia di Gaza, riproponiamo e rilanciamo a gran voce questa atipica intervista fatta nel mese di ottobre 2020 a Gabriele Rubini aka Chef Rubio.

Hamas pagherà un prezzo alto per gli i lanci di missili contro la popolazione israeliane e l’operazione continuerà per tutto il tempo necessario […] Appoggiamo al cento per cento la polizia ed il resto delle forze di sicurezza per riportare la legge e l’ordine nelle città di Israele. Non tollereremo l’anarchia”. Queste le ultime dichiarazioni del ministro Benjamin Netanyahu, affermazioni che non penso porteranno a niente di buono, almeno nell’immediato futuro…

Nella speranza che tutto torni alla “normalità” e che le parole di Chef non siano troppo indigeste, vi auguriamo una buona lettura.

Di cosa parliamo in questo articolo

Disclaimer

Nel presente articolo i termini ‘ebreo’ ed ‘ebraico’ sono utilizzati perché imprescindibilmente legati agli argomenti trattati, impossibili da discutere altrimenti. Non è intenzione né dell’autore né dell’intervistato gettare discredito sull’ebraismo né su qualsivoglia pensiero religioso. Si riconosce che il movimento sionista è un movimento laico legato esclusivamente ad alcune frange dell’ebraismo (come anche di altre religioni) e che molti ebrei vi si oppongono strenuamente.

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Un po’ di storia

“Cavalieri! Si affrontavano come i leoni per niente, si battevano in estenuanti tornei. Ma perché lo facevano? Chi li spingeva a farlo? Che c’era qualcuno che li spingeva? Spingitori di cavalieri!…”

Così Vulvia, interpretata da Corrado Guzzanti nel celebre programma L’Ottavo Nano, ci faceva sganasciare vent’anni fa, quando tutto ancora sembrava andare per il meglio. Il magna magna generale non era ancora così evidente, le Torri Gemelle dovevano ancora cadere, la crisi del 2008 era lontana. Era il periodo della seconda Intifada, la rivolta palestinese esplosa a Gerusalemme il 28 settembre del 2000, in seguito estesa a tutta la Palestina. Un ragazzo di vent’anni, Gabriele Rubini di Frascati, il futuro Chef Rubio, respirando quell’atmosfera di odio, omertà e repressione, si schierava istintivamente dalla parte dei deboli, quella che più tardi e dopo ricerche più approfondite egli dichiarò essere «la parte giusta della storia».

Passata una decina d’anni, in concomitanza con l’inizio di una sfolgorante carriera che lo ha visto protagonista di alcuni dei format di cucina più seguiti del palinsesto televisivo, nella sua vita la questione palestinese riemerge più forte che mai. In questo arco di tempo, con una comunicazione strategica, l’ormai già noto Chef mantiene una finestra silenziosamente aperta su quel mondo dimenticato che nelle cartine viene chiamato semplicemente “Striscia di Gaza”, ma che in realtà cela qualcosa di molto più subdolo e intrigante: il piano del movimento sionista. Questo progetto, rifiutato dai palestinesi, inizia apparentemente con l’occupazione della Palestina da parte di forze paramilitari che scacciano le popolazioni locali dalle loro terre, fino a quando nel 1948 su questi territori viene proclamato lo Stato d’Israele. La realtà, purtroppo gelosamente celata dai media, è che tale progetto è solo il recente sviluppo di una manovra che ha radici molto più antiche e profonde, che nulla hanno a che vedere con la politica o l’economia.

Col graduale intensificarsi della sua provocatoria ma determinata attività di propaganda pro-Palestina, per Rubio iniziano ad arrivare i primi attacchi e le prime censure dai social, destinati poi a moltiplicarsi a dismisura negli anni seguenti. Abbandonati Facebook e Instagram, Gabriele si batte su Twitter pubblicando i suoi tipici post al vetriolo, stimolanti letture, video e immagini che cercano di aprire una breccia sul muro di omertà mediatica che separa noi persone comuni dalle origini di una questione ancora irrisolta, piena di contraddizioni e della quale purtroppo non si può parlare senza essere tacciati di antisemitismo. Neanche a farlo apposta proprio l’altro giorno il sito israeliano israellycool.com pubblica un fazioso ma allo stesso tempo ingenuo articolo contro quello che provocatoriamente chiama “Chef”. L’autore, citando ad arte un piccolo segmento del sito di Gabriele, a metà articolo chiude la discussione come farebbe un bambino che non ha più voglia di giocare:

“Great Zionist lobby” is treading into antisemite territory, Chef.

Which would explain why you defend someone responsible for the murders of Jews.

Traduco:

“Grande lobby Sionista” è oltrepassare il confine ed entrare in territorio antisemita, Chef.

Questo spiega perché tu difenda qualcuno responsabile del massacro degli Ebrei.

Questo lo schema indistruttibile dietro al quale ogni sopruso, ogni crimine diventa invisibile. Esiste solo un ginepraio più spinoso della cosiddetta “questione ebraica” ed è quello che indaga su chi si nasconda dietro l’ebraismo moderno, utilizzandolo come scudo per giustificare ogni azione.

Martin Luther King, John Kennedy e negli ultimi decenni giornalisti e scrittori scomodi come Serge Monast, Georgi Makov, Eustace Mullins. Tra esili, sparatorie, avvelenamenti, strani infarti improvvisi e altre nefaste amenità, sappiamo bene come siano tornati al creatore molti di questi personaggi. Tutti complottisti ante litteram? Chi lo sa, comunque questo sembra essere ciò succede a chi tocca la coda del drago.

Il loro messaggio purtroppo era ed è ancora troppo semplice per delle menti ormai troppo sofisticate e artificiose come le nostre: «la verità è sempre stata sotto i vostri occhi gente!». Prima di tutti loro infatti questa storia ce l’ha raccontata la Bibbia Ebraica stessa, il libro più diffuso al mondo che però nessuno legge. Paradossale no? Ce l’hanno detto in tutti i modi possibili che ci sono dei lupi travestiti da pastori, falsi profeti che si nascondono dietro il nome del popolo più antico e rispettato del pianeta, non facendone però parte.

“Ma chi erano questi? Quanto li pagavano? Ma che cosa li spingeva a fare questa cosa dei cavalieri? C’era qualcuno che spingeva pure a loro? Spingitori di spingitori di cavalieri…”

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Photo Credit: Andrea Boccalini

L’intervista

Il 31 maggio 2019, al termine delle riprese di ‘Alla ricerca del gusto perduto’ decidi di prenderti una pausa dalla televisione per dedicarti totalmente all’attivismo per i diritti umani e al sostegno della causa palestinese. Quali sono state le reazioni del tuo pubblico a questo cambiamento?

Il mio interesse per la causa era già una costante da anni. Nel 2019 ho deciso di dire «grazie» alle persone con cui avevo lavorato fino a quel momento, ma anche «basta» a tutte quelle interferenze censorie che fioccavano ogni volta che esprimevo un’opinione legata a Israele o alla Palestina. Non si contavano più le mail inviate direttamente a me o al mio management per invitarmi a piantarla in quanto non erano argomenti adatti ad essere trattati da un talent. Di conseguenza decisi che quello sarebbe stato l’ultimo programma che avrei fatto non solo con Discovery ma con la TV in generale.

Pensa che nel 2019 sono stato censurato anche da Rai2 in un programma dove ero solo ospite e avrei dovuto parlare di bullismo, perché come ha voluto sottolineare il deputato del Pd Emanuele Fiano, i miei giudizi negativi sul sionismo e Israele non sono accettabili. Dunque il mio non è stato un semplice cambio di registro ma una scelta di dedizione totale alla causa palestinese che già dal 2012/2013 mi aveva visto sempre più attivo fino al fatidico tweet del 25 aprile 2017 al quale la comunità ebraica romana rispose prontamente con un comunicato a me indirizzato.

Qual è stata quindi la goccia che ha fatto traboccare il vaso?

Già nel 2013, con la seconda stagione di Unti e Bisunti volevamo fare delle cose all’estero. Un giorno, durante le riprese, sono stato raggiunto sul set da una donna del Ministero degli Esteri di Israele. Mi chiese se potevo fare delle puntate in Israele. Le dissi di no. Quando i vertici del canale lo vennero a sapere mi individuarono come ‘antisionista’ per poi più tardi passare ad ‘antisemita’. Quando nel 2017 ho detto in maniera abbastanza brutale quello che pensavo sulla questione palestinese, è stato inevitabile il muro contro muro con Discovery, i cui vertici sono ebraico-sionisti. Fino alla scadenza del contratto, ho convissuto scomodamente all’interno di quell’ambiente, sgradito ai vertici ma premiato dagli ascolti e dal pubblico. Una situazione paradossale che però ha creato programmi di successo dei quali il network beneficia ancora oggi grazie alle repliche. 

Prendo spunto dalla scritta in arabo sulla tua maglietta che credo che sia anche lo sfondo del tuo profilo Twitter. Un amico musulmano me l’ha tradotta approssimativamente così: ‘ti ho scelto mia patria’. 

È una frase del poeta palestinese Mahmoud Darwish. Chi ha a cuore quella zona del mondo scopre che il pensiero e la filosofia palestinese e di quelle terre sono di grande tolleranza. Puoi essere palestinese pur non nascendo col sangue di quell’etnia o di quel ceppo ma semplicemente comportandoti come tale. Come puoi essere rom o sinti semplicemente perché un loro nucleo ti riconosce come appartenente alla comunità, non hai bisogno di dover giustificare la tua provenienza, così anche per la Palestina. Se ti comporti in maniera rispettosa col popolo allora sei palestinese, sono loro che decidono se ne sei meritevole. Ovviamente qui si parla di un pensiero perché purtroppo la carta d’identità manco ce l’hanno. Il diritto ad esistere non è ancora riconosciuto da ambo le parti.

Photo credit: LUCAT

So che sei stato tante volte in quella terra.

Ci sono stato quando non ero ancora noto al pubblico, come semplice visitatore, sono anche stato nella Palestina occupata, meglio nota come Israele, per comprenderne da vicino la situazione. Già nel periodo del liceo con la seconda Intifada del 2000 e negli anni seguenti mi ero schierato dalla parte dei palestinesi, ma non avevo ancora presente come fosse realmente la vita a Tel Aviv e nelle città e nei villaggi che Israele ha raso al suolo. Quindi mi sono fatto qualche settimana di vacanza per conoscere quello che poi semplificando si è rivelato essere il mio nemico di principio. Ritengo la popolazione adulta residente in Israele moralmente responsabile di ciò che sta accadendo in quelle zone tanto quanto i diretti carnefici materiali. Prendendo anche solo un minimo le distanze dalle politiche interne ed estere del loro governo sicuramente potrebbero, e potremmo anche noi tutti, fare molto di più per la causa. Tornando ai miei viaggi, nel 2012 ho visitato la Palestina occupata e posso dirti che la situazione dei campi profughi in quell’area era all’epoca la stessa che ho ritrovato durante la mia ultima visita nel gennaio 2020. Nulla è cambiato, anzi l’apartheid è sempre più tangibile.

Photo credit: LUCAT

Per trattare di questo tema molto delicato e diffondere quotidianamente questo tipo di informazione serve studio, disciplina. Da ex atleta professionista, questo tuo essere concentrato e al tempo stesso predisposto, allenato, ti aiuta?

Si, sono tutti elementi necessari per difendermi dagli attacchi dei sionisti che possono essere ebrei, cattolici, protestanti, evangelici o altro. Perché il sionismo si serve delle religioni, ma nasce e rimane un movimento laico. Sulle ingiustizie reagisco più di pancia e vado di sfondamento in prima linea. In difesa invece utilizzo più la tecnica e quindi le conoscenze per poter controbattere alle menzogne e alle accuse.

Affermi che «La causa palestinese è la madre di tutte le ingiustizie. Se si dovesse risolvere la situazione di occupazione della Palestina, si risolverebbe il mondo». Credi che il polso dello scenario mondiale lo si possa prendere da Israele?

Non è semplice comprendere e smontare bugie secolari, negazionismi, complottismi, propaganda che da decenni fa sistematicamente whitewashing razziale, greenwashing per l’ambiente, pinkwashing per quanto riguarda l’LGBT. Eppure sono queste le menzogne che quotidianamente nutrono il mondo occidentale la cui vittima principale non è solo il popolo palestinese ma anche quello siriano, libanese, iracheno, afgano, arabo e il mondo islamico in generale, quest’ultimo sempre strumentalizzato e colpevolizzato ad arte (qui). Gli artefici massimi di questa corruzione di costumi in quell’area sono stati la colonizzazione imperialista occidentale e la distorsione del pensiero giudaico-cristiano. Pensa che anche gli indù stanno facendo una carneficina in Kashmir, essendo i maggiori partners in crime di Israele e USA. Mi pare evidente che si sta cercando di tacciare l’ennesima religione scomoda come tante lo sono state in passato, la storia è ciclica, si sa.

Stiamo affrontando un ciclo in cui i musulmani subiscono una stortura mediatica e una faziosa condanna del loro messaggio. Se solo si studiasse il Corano o almeno si conoscessero persone che professano l’Islam in maniera equilibrata e sana, si comprenderebbero i sacrosanti principi di una tradizione che paradossalmente deriva in tutto e per tutto proprio dall’antica tradizione ebraica e ancor più da quella cristiana. Se però si finisce nelle griglie di pensiero del potere economico allora tutto diventa il contrario di tutto e non si comprende come Al Qaeda, Daesh e altre organizzazioni estremiste vengano strumentalizzate dagli stessi lupi in doppio petto (qui), che prima forniscono armi e poi puntano il dito attraverso i media, uscendone da salvatori. Creo il problema e poi do la soluzione. Sempre la stessa dinamica.

Pensi che ‘qualcuno’ stia provando a mettere cristiani contro musulmani?

È una questione di lunga data. Istituzioni religiose ormai invecchiate e stereotipate non di rado alimentano subdolamente conflitti di potere, distorcendo e mascherando ad arte leggi e precetti che da secoli altre persone hanno saggiamente codificato per evitare carneficine, conflitti interni, incesti, pandemie. Esempio lampante è il taglio del prepuzio nel mondo islamico ed ebraico ortodosso. Le condizioni sono cambiate ma stiamo basando ancora tutto sull’interpretazione alla lettera di libri scritti più di mille anni fa, attraverso la cui manipolazione è molto facile plasmare le menti delle persone che non si sono mai interessate a queste tematiche, atterrendole e inquadrandole con il regime della sottomissione e della paura. Il pensiero fuorviato dell’uomo comune è la cifra del problema.  

Prima hai affermato che il movimento sionista è un movimento non religioso, bensì laico.

Il sionismo c’entra con la religione ma solo perché le è strumentale, la utilizza come suo scudo. Il dominio sionista ebraico si contrappone alle altre regioni come in un grande Risiko. Pensa al recente attentato di Vienna, è bastato un attacco nel centro della città nei pressi di una sinagoga per gridare «attacco terroristico alla sinagoga», «strage alla sinagoga». In realtà non c’entrava un cazzo, ma per le prime due ore ha prevalso quel messaggio. 

Qualcosa di simile è successo anche per gli attentati di Nizza e Avignone.

Certo, ma la prima notizia è quella che conta, non importa la rettifica successiva. Nel caso di Vienna il lettore distratto rimane con l’imprinting che i terroristi islamici abbiano attaccato la sinagoga. Il Media mainstream, principalmente diretto da sionisti, aveva deciso così. In ebraico si chiama Hasbara, una propaganda subdola e costante che s’insinua nei media, nel cinema, nel linguaggio, nelle abitudini. È fatta di negazionismo, occultamento, omertà, stravolgimenti semantici e menzogne. Io non ho paura di pronunciare la parola ‘ebreo’, che per me ha un valore equivalente a musulmano, cristiano, induista ecc. Eppure si è creato una sorta di tabù attorno alle parole ebreo e giudeo tale da renderle quasi impronunciabili, questo perché qualcuno ne ha tutto l’interesse.

In ogni angolo del mondo qualsiasi espressione ritenuta sconveniente o poco chiara viene presa in esame dall’Osservatorio per l’Antisemitismo. In Francia è già passata la legge per cui non potremo più criticare Israele, non potremo più criticare le politiche interne ed estere di Israele, un giorno non potremo più nemmeno nominarlo. Mi pare che questo faccia parte di un piano ben preciso, solido, e lungimirante. Com’è possibile che ai vertici e nei posti di comando ci siano sempre persone di una certa appartenenza (qui)? Per fare un esempio lampante, ad Hollywood il 90% di attori, registi, produttori sono ebrei. Adam Sandler, Natalie Portman, Winona Ryder, Spielberg, Polanski, J.J. Abrams

Potremmo continuare a lungo (qui).

Infatti, ma io non sto facendo liste, né sto criticando i fratelli ebrei. Sto notando e faccio notare che c’è uno schema, una costanza in questo fenomeno. Se metti queste persone ai vertici automaticamente il pubblico empatizza con loro e ci si riconosce, si affeziona. In questo modo non andrà mai a pensare male di Israele, la patria acquisita di tante star planetarie. Figuriamoci poi fare una ricerca tale da scoprire che questo Paese è colpevole di numerosi ed efferati crimini. Diciamo le cose come stanno! Quando si va in Israele e si gira per le strade in realtà si sta camminando su villaggi distrutti in cui vivevano civili che son stati bombardati, rastrellati e deportati. Però guai a dire la parola deportato perché nell’immaginario collettivo i deportati sono solo gli ebrei, come se non fossero stati deportati rom, sinti, pure gli handicappati, russi, ceceni, armeni, musulmani,

italiani, cristiani...

Certo. Sono tanti i motivi per cui io mi danno l’anima per questa causa e non sono minimamente finalizzati a portare discredito ad antiche tradizioni religiose. Però se dici la verità ti prendi del razzista, se dici qualunque cosa di negativo sugli ebrei sei antisemita. Cos’è, una razza speciale? Perché dobbiamo fare la giornata della memoria solo per loro e non farla per i sinti, i rom ecc.? Perché non possiamo camminare tutti insieme dicendo «è stato un periodo schifoso per tutti e non accadrà più?».

Cosa pensi dei media nostrani?

Condanno coloro che promuovono messaggi di unione tra popoli ma che poi se indaghi bene trovi sistematicamente essere invischiati e manovrati perché tutelino attraverso la loro presenza mediatica le persone di una certa appartenenza. Liliana Segre, per esempio. Sopravvissuta all’orrore dell’Olocausto e massima autorità italiana del messaggio contro l’odio e contro il razzismo, ogni volta che è stata interpellata in materia di Palestina ha sempre glissato, dicendo: «io non parlo di politica».

Ma perché se tu dici che dobbiamo combattere l’odio e il razzismo poi non riesci neanche a dire che da 72 anni in Israele c’è un regime militare di apartheid in cui quotidianamente vengono distrutte case (50.000 abitazioni dal ‘48) e al popolo palestinese viene negato qualsiasi tipo di diritto? Chi sei veramente? Perché il legittimo dubbio è che molte di queste persone non siano quello che dicono di essere. Io non capisco perché un Saviano non abbia mai risposto a Vittorio Arrigoni, come non abbia mai parlato in difesa del popolo palestinese e della causa del diritto al ritorno. Sembra quasi che gli sia impedito pronunciare la parola ‘Palestina’.

Qui evidentemente non si parla più degli ebrei dell’Antico Testamento, uomini dal grande animo, umili e tenaci. Nel 2020, dietro la parola ‘ebreo’ secondo te cosa si nasconde?

Gli ebrei sono un panorama complesso, ci sono ortodossi, ultraortodossi Chabad, gli ebrei Bet Israel etiopici, gli Ashkenaziti europei, i Sefarditi spagnolo/portoghesi e tanti altri. Il problema è che si è data una valenza continuativa oltremodo importante alla parola ‘antisemitismo’, termine chiave associato con sapienza al peggior ricordo del secolo passato e forse di sempre: l’Olocausto. Davanti a questo termine tutto viene relativizzato, sembra che i popoli che non lo hanno subito debbano parlarne con grande cautela. Quindi chiedo: è più grave dire qualcosa contro Israele o che Israele bombardi i civili? È più grave dire qualcosa contro la comunità ebraica di qualche città che ti taccia di antisemitismo appena apri bocca o che in Israele sparino alle ginocchia dei bambini perché crescano zoppi? Qual è la cosa più grave, una parola o una bomba? Un tweet o un proiettile? La risposta la sappiamo ma non la si vuole accettare.

Photo credit: LUCAT

Sionismo, Brit-Israel, Fake-Israel, la mela marcia che si nasconde dietro la facciata pulita dell’ebraismo ha tanti nomi. Niente contro i veri ebrei, i padri della civiltà cristiana. Gesù era un ebreo. Eppure appena oggi si pronuncia tale parola le orecchie si rizzano tanto che anche nel nostro Paese, la culla del cristianesimo, devo stare attento a ciò che dico.

Pensa che alcune persone si incazzano se gli dici ‘ebreo’.

Ma quelli che si incazzano, lo sono veramente secondo te? 

Probabilmente non sanno neanche cosa vuol dire veramente essere ebreo.

Ti cito un passo importante:

«…quelli che dicono di essere giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana».

 (Apocalisse 2,9)

Scagliarsi contro i fratelli ebrei non ha senso, dire ‘ebreo’ è come dire ‘cristiano’, ‘musulmano’, ‘protestante’ ecc. Ma se si vuole vederci più chiaro e ritrovare un minimo di libertà di opinione bisognerebbe forse diventare capaci di separare la zizzania dal buon grano, anzitutto a parole. Cambiare il termine Israele in Fake-Israel per esempio, o come diceva il consigliere americano Hon J. Torkelson negli anni ‘40, Brit-Israel, o altro ancora. Così si preserverebbe e non si offenderebbe almeno a parole il vero ebraismo, colpendo invece chi gli si nasconde dietro, e che di giudaico non ha proprio nulla. Qual è il tuo parere a riguardo?

Quelli che hanno costituito Israele non sono giudei, e non sono neanche semiti, perché non appartengono al ceppo di provenienza fonetico/linguistico che contraddistingue tale radice. Sono “diventati” ebrei perché hanno portato avanti un certo tipo di cultura, di progetto sociale. Per quello credo sia sbagliato da parte della destra, della sinistra, del centro, pure di quelli che non votano, continuare ad avere paura nel pronunciare la parola ‘ebreo’ contro cui io non ho nulla, ripeto, ma che per colpa di questi stessi signori ormai ha assunto un significato sempre più etereo e indefinito.

L’abuso di questo termine è proprio il motivo che rende questo tipo di informazione così delicata e borderline.

Questa parola se serve va pronunciata senza paura. Citando un bellissimo articolo di Gilad Atzmon si può dividere il popolo ebraico tra «coloro che si identificano come Ebrei in tre categorie non autoescludenti. 1) Quelli che seguono la Torah e il Mitzvah. 2) Quelli che si identificano con i loro antenati ebrei. 3) Quelli che si identificano politicamente come Ebrei». Alcuni di quest’ultima categoria sono colpevoli e si nascondono dietro l’immunità acquisita dalla parola ‘ebreo’ per fare nefandezze. Il problema di fondo rimane sempre lo stesso. Perché non posso rivolgermi in maniera sincera ad un ebreo, anche utilizzando dei toni forti, per paura di essere tacciato di antisemitismo? Perché non posso parlare di Israele? È come se un giorno uno si sveglia e gli dicono: «da oggi non puoi più parlare della Francia». Ma perché?!

Perché hanno creato uno storytelling, una favola lunga secoli per cui tu non ne puoi parlare male?

Si, ma è una storia falsa. In Francia c’è la più grossa comunità ebraica d’Europa, e i media continuano a dichiarare che la Francia è laica. Quello che noto invece è che sia in mano a falsi-ebrei i quali fanno sì che i musulmani vengano odiati, confinati nelle banlieue così che appena parte una scheggia impazzita subito «ci vogliono ammazzare! Levatevi la kippah, nascondetevi!». Sono proprio queste menzogne secolari, favole appunto, con le quali si martella la gente da secoli, a non fare in primis il bene della comunità e della religione ebraica. Da qui si capisce che chi fa lo storytelling alle masse di ebraico probabilmente ha gran poco, ma sfrutta tale falsa appartenenza come scudo, mentre come spada impugna l’antisemitismo. I primi danneggiati da questo meccanismo perverso sono proprio i civili ebrei, ignari dei giochi di potere.

In paesi come Francia, Belgio, Lussemburgo, Austria, Svizzera i quali hanno sviluppato una politica di ghettizzazione degli arabi, è facile che nascano e crescano i futuri mostri del domani, lo stragista, il terrorista… semplicemente per la legge dei grandi numeri! Quando si va a casa di qualcuno e gli si cambiano i confini, gli si prende petrolio, aria, acqua, terra, gli si prende tutto, ma cosa volete che succeda? Infatti poi queste popolazioni si ritrovano ad emigrare e vivere, seppur ghettizzate ed emarginate, nello stato del predone che le ha derubate, come vittime di una colossale Sindrome di Stoccolma. I francesi hanno provato a colonizzare l’Africa e si sono trovati gli africani in casa. Gli Inglesi l’India e hanno gli indiani in casa. È tutta conseguenza di una scellerata gestione globale causata dai giochi di potere nascosti dietro al pensiero religioso.

Hai notato altre coincidenze strane?

Per il momento tra gli attivisti che si battono per i diritti della Palestina è raro trovare persone di fede ebraica, o presunta tale, che si impegnino per qualcosa che non riguardi la loro stretta cerchia. Trovo molto egoista e anche razzista questo tipo di comportamento. È molto classista il modus operandi con cui indottrinano persone che non conoscono bene la loro religione.

Non possono prendersi tutto nascosti sotto l’egida di Israele!

Sennò ci mettiamo d’accordo e decidiamo insieme: tutti ebrei. Siamo tutti ebrei così nessuno litiga, forse questa è la soluzione: dobbiamo diventare tutti ebrei.

I potenti del mondo quando comunicano utilizzano un linguaggio di matrice biblica, soprattutto veterotestamentaria. Sanno quale ne sia l’immensa potenza simbolica e sanno manipolarla per riplasmare le nostre convinzioni, anche le più intime.

Ne è sicuramente la chiave.

Secondo la prospettiva biblica, chi comanda la società secolare agisce sub partes, dirigendo il gioco con una precisione e lungimiranza tali da essere inconcepibili per una persona comune. Non pensi allora che tutto questo accanirsi contro un’ala o contro l’altra, esaurendo tempo ed energie e creando ulteriore conflitto e confusione, sia proprio ciò che i principini di questo mondo si aspettano da tutti gli attivisti come te? Tu che dici di aver scelto di stare «dalla parte giusta della storia».

Hai ragione, ma non si può fare altrimenti. Il fatto che non riescano ad ammettere un solo singolo crimine è assurdo. Sembra di parlare di fantasmi, ma Israele non è fatto di fanta-persone, c’è gente che lo finanzia, che ci va in vacanza, che ci vive, ci lavora, tutte queste persone sono complici, e siamo complici anche noi qualora supportiamo questo Stato pirata facendo girare la sua economia.

A livello internazionale come vedi la questione?

L’ONU è un organo che fin dalla nascita ha fatto melina con Israele. Ma Israele non è solo Israele, è USA, Russia, India, Italia, Inghilterra etc etc. Israele è ovunque abbia attecchito il sionismo. Tutti vogliono giocare col più forte, tutti vogliono avere una fetta di torta.

In un tweet di qualche giorno fa riporti il messaggio di Netanyahu alla nuova presidenza americana: «Congratulazioni @JoeBiden e @KamalaHarris. Joe, abbiamo avuto una relazione personale lunga e calorosa per quasi 40 anni e ti conosco come un grande amico di Israele. Non vedo l’ora di lavorare con entrambi per rafforzare ulteriormente la speciale alleanza». Il presidente di Israele parla con i due neoeletti con gli stessi toni che utilizzava con Trump fino a qualche settimana fa. Cosa pensi a riguardo?

Il fu John Kennedy, che era contro le lobby ebraiche e contro il nucleare israeliano, si fece gli affari suoi sotto campagna elettorale e finse di essere più mite di quello che era nei confronti del neostato di Israele così da potere arrivare ai vertici e avere accesso a tutte le informazioni necessarie. Ovviamente, vista la fine che ha fatto, c’è chi ipotizza sia stato fatto fuori proprio per questo suo comportamento (cita il libro di Diego Siragusa, ‘Il Terrorismo Impunito’, ndr). Sono i sionisti che finanziano le campagne elettorali. Kamala Harris, la cui candidatura nel 2016 fu ufficialmente sostenuta da due senatrici ebree della California, Barbara Boxer e Dianne Feinstein, si è espressa favorevolmente ad Israele. Sin dalla sua elezione a senatrice, la Harris ha partecipato per due volte alla conferenza annuale dell’AIPAC, la principale lobby filoisraeliana in America. Ha detto di essere a favore della soluzione dei due stati, aggiungendo però che «una soluzione al conflitto non può essere imposta. Le due parti devono accordarsi da sole». Ma quali due parti? Di parte ce n’è una sola.

Mentre non si riconosce il diritto ad esistere dei palestinesi milioni di dollari versati dai contribuenti americani vanno a finanziare l’esistenza altrimenti impossibile dello stato di Israele, armandolo fino ai denti. Al potere non ci andrà mai uno pro-Palestina, un arabo musulmano per dire, mai. Pensa che anche il Partito Laburista britannico ha sospeso il suo ex leader Jeremy Corbyn per delle sue dichiarazioni successive alla pubblicazione dei risultati di un’inchiesta della Equality and Human Rights Commission britannica sulla questione dell’antisemitismo all’interno del partito. Vige l’omertà più totale, anzi il divieto categorico di nominare l’argomento, un provvedimento disciplinare e si viene licenziati dal partito. Hanno deciso che la sua politica pro-Palestina contro Israele fa di lui un antisemita. È per questo che la parola ‘antisemita’ per me ha perso valore, proprio come per certi versi la parola ‘ebreo’.

Un giorno questi potenti decideranno che saremo tutti antisemiti e che quindi non potremo dire nulla contro lo stato di Israele.

Non è per niente sorprendente che ai vertici del potere ci siano sionisti, ebrei o meno, anzi è l’elemento più logico e naturale perché si possa spiegare l’esistenza di uno Stato satellite al centro della zona di maggior interesse mondiale, ossia il Medio Oriente. Zona dove questo Stato parassita beneficia incontrastato di gasdotti, oleodotti, pozzi petroliferi, miniere, porti e via dicendo.

Israele esiste grazie agli USA e viceversa, non ci sarebbe l’uno senza l’altro. Sono stati entrambi fondati sulla violenza e il genocidio, dallo stesso gruppo di persone. Dovremmo smetterla di essere i cagnolini da passeggio di questa gente, forse allora il mondo sarebbe un posto migliore dove vivere. Ma finché i dettami fondamentali saranno denaro, potere, oppressione e occupazione, non cambierà nulla. Se manca il coraggio nei singoli giornalisti nel far luce su determinate faccende o da parte degli Stati nel cessare l’import-export di beni di prima necessità o bellici con Israele la vedo dura che si possa combattere la bestia nascosta dietro la facciata ebraico-sionista. Nascosta dietro colonialismo, imperialismo, sionismo, globalismo, neoliberismo, comunismo, capitalismo, fascismo, razzismo, e via dicendo, tutto con “ismo”.

Mi dicono che sta andando molto anche ‘turbo capitalismo’.

(risate)

Photo credit: LUCAT

Ti senti preparato al fatto che se continui su questa linea potrebbe capitarti qualcosa?

Oltre agli insulti e alle menzogne fatte circolare su di me, ho ricevuto e ricevo molte intimidazioni, per dirla con un eufemismo. Posso dire che avendo un’indole fatalista non vorrei gravare in nessun modo sulle spese dei miei connazionali con una mia eventuale scorta. La verità non ha paura. Non pretendo che altre persone facciano lo stesso tipo di contro-informazione brutale che faccio io… Però manco che te devi fa’ sempre i cazzi tua!

(risate)

Ho fior fior di giornalisti che mi seguono su Twitter, mai una volta che dicessero la verità su Israele, non so se più per paura o non conoscenza della materia. Eppure ogni giorno, insieme a chi mi segue e a coloro che seguo, pubblichiamo dati, fonti, notizie primarie. Non so se quella di questi giornalisti è vigliaccheria o se hanno proprio sbagliato mestiere.

Ho rinunciato a centinaia di migliaia di euro, ho rifiutato qualsiasi tipo di lavoro che potesse favorire i broadcaster sionisti rimanendo volutamente senza lavoro, sono tornato a casa da mia madre, giro con un catorcio eppure sono qui che continuo a informare dimostrando che è possibile resistere alle menzogne.

Se fai il giornalista devi avere le palle ed essere preparato. Se taci o menti su Israele allora non sei credibile e per me, menti su tutto. Se ignori anche l’evidenza storica e le fonti autorevoli pensando che tutto ciò rientri nel calderone dell’antisemitismo, allora non ci siamo. Dovrebbero tenere sempre a mente che Israele è uno Stato fondato sul genocidio, la pulizia etnica e le menzogne

Gabriele è un nome importante, un nome che nella Bibbia Ebraica significa ‘Dio è la mia forza’. Ti senti forte?

Sì, ma la forza non è né nell’aspetto fisico e nemmeno nella tigna. È semplicemente nella voglia di andare oltre l’apparenza e quindi mettermi in gioco. Sicuramente ho un atteggiamento caparbio, e se mettersi sempre in discussione significa essere forti, allora si nella forza mi riconosco. I momenti di debolezza però ci sono per tutti ed è proprio nella gestione di quelle fasi che esce il carattere. Diciamo anche che il rugby mi ha dato una mano, il fatto di aver affrontato avversari anche fisicamente più grandi e più forti di me dovendoli placcare e neutralizzare mi ha sicuramente aiutato a livello caratteriale. Non mi hanno mai fatto paura le persone più pesanti di me, figurati le calunnie o le menzogne degli haters.

Io vado avanti…

Photo credit: LUCAT

Coordinamento giornalistico di Gabriele Nobile

Foto di copertina: Andrea Boccalini

Veneto. Ex curatore di magazine e libri, approfondisce ora il mondo dell’editoria digitale e del web marketing. Ama la montagna e le lunghe camminate. Frase preferita: “chi no ga testa, ga gambe”.

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