quando eravamo felici

La geografia del cuore e del tempo: “Quando eravamo felici” di Antonio Padellaro

Luglio 6, 2026
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C’è un momento preciso nella vita in cui il futuro smette di essere una distesa indefinita e il passato si trasforma in un rifugio necessario. Per Antonio Padellaro, storico giornalista e fondatore de Il Fatto Quotidiano, questo momento ha coinciso con il traguardo degli ottant’anni e, soprattutto, con la dolorosa certezza di una separazione imminente. Il suo ultimo libro, Quando eravamo felici (Edizioni Piemme), nasce proprio da qui: un intimo resoconto umano, l’ultimo atto di un legame d’amore durato sei decenni.

La genesi dell’opera è strettamente legata a Paola, la compagna di una vita intera, scomparsa recentemente a causa di una malattia implacabile. È stata lei, nei mesi più duri, a spingere il marito a mettere nero su bianco il flusso dei suoi ricordi.

In un parallelismo suggestivo, l’autore paragona questo processo al mito di Sherazade nelle Mille e una notte: narrare storie non era solo un esercizio di memoria, ma un modo per trattenere la vita e per far rimanere accanto a sé le persone amate.

Il libro si muove su un doppio binario: da un lato la sfera strettamente privata, dall’altro la storia collettiva di un Paese radicalmente diverso da quello attuale. Muovendosi tra i ricordi della Versilia degli anni Sessanta, tra spiagge che mostravano ancora le nette divisioni di classe e le prime automobili del boom economico, Padellaro dipinge un’Italia vivace, colta e pervasa da un senso di destino comune.

Erano gli anni in cui la politica, pur tra mille contrasti, manteneva una statura morale e una capacità riformatrice concreta. Un’epoca in cui grandi personalità internazionali del calibro di Kennedy, de Gaulle o Brandt riuscivano a tessere una “cintura di sicurezza” globale, persino durante eventi drammatici come la crisi dei missili a Cuba. Il confronto con la fragilità e l’inconsistenza della classe politica contemporanea emerge così in modo spontaneo, generando un inevitabile contrasto tra la “bruttezza” dei nostri giorni e la vitalità di quel passato.

Nonostante le premesse, Quando eravamo felici evita accuratamente le trappole della retorica e del patetismo, alternando momenti di commozione a passaggi caratterizzati da una spiccata e ironica leggerezza.

Uno dei nodi centrali del libro risiede nella gestione del lutto e della sofferenza. Padellaro racconta di aver cercato risposte persino in gruppi di supporto psicologico, dove l’illusione proposta era quella di rimuovere o accantonare la memoria dolorosa per non soffrire. Una scorciatoia che l’autore rifiuta: il dolore va affrontato, specialmente quello provocato dai ricordi felici legati a chi non c’è più.

Il conforto definitivo arriva invece da un legame ideale che attraversa il tempo. Da bambino, dopo aver perso prematuramente la madre, Padellaro trovò casualmente in un vecchio cesto in Versilia un testo di Sant’Agostino contenente la celebre riflessione: “La morte non è niente… sono solo nella stanza accanto”. Settant’anni dopo, riemerge la stessa identica idea di vicinanza spirituale e di continuità dell’esistenza.

Quando eravamo felici si configura così come un’autobiografia disordinata e bellissima, un mosaico in cui i frammenti di una nazione si intrecciano indissolubilmente con la geografia dei sentimenti privati. Un invito, giunti a un certo punto del cammino, a poter dire con orgoglio e gratitudine, citando Pablo Neruda: “Confesso che ho vissuto”.

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