La prova più concreta della solidità di un lavoro teatrale arriva quando la pagina smette di essere pagina e deve trovare una propria voce davanti al pubblico. È quanto è accaduto il 20 settembre alla Sala dei Teatini di Piacenza con la prima esecuzione di “Oltre i Girasoli di cui non t’ho detto – Tragedia in due Stagioni”, il lavoro che Claudio Saltarelli, poeta, librettista e drammaturgo, ha dedicato a Grazia Deledda.
Lo spettacolo, impeccabilmente organizzato dal Gruppo Strumentale Ciampi in collaborazione con Comune di Piacenza e Fondazione Teatri di Piacenza, la cui direzione artistica è sempre attenta a produrre e sostenere attività contemporanea di qualità, ha restituito al pubblico un lavoro costruito attraverso la contaminazione di parola, musica e ricerca, sostenuto dalla Compagnia Teatrale Zelda e dall’Orchestra Filarmonica Italiana, diretta da Camillo Mozzoni che ha ottimamente concertato le avvincenti e carismatiche composizioni di Giuseppe Zanaboni e Joaquin Rodrigo.
La scena come spazio di incontro tra parola e musica
La buona riuscita dell’esecuzione ha dato concretezza a un’opera complessa, nella quale Saltarelli torna su una delle figure più importanti della letteratura italiana senza limitarsi alla ricostruzione biografica. Deledda diventa il centro di una narrazione che attraversa epoche, relazioni e conflitti personali, portando in superficie anche temi che appartengono al presente.
Il risultato è stato particolarmente apprezzato per la qualità dell’esecuzione e per l’equilibrio tra le diverse componenti dello spettacolo. La regia e la recitazione della Compagnia Zelda hanno dato corpo a una scrittura che chiede agli interpreti attenzione alle sfumature, mentre l’Orchestra Filarmonica Italiana ha accompagnato la narrazione con una presenza musicale capace di dialogare con la parola senza sovrastarla.
È una caratteristica che appartiene alla stessa concezione teatrale di Saltarelli, per il quale la scrittura non procede per compartimenti separati. Per l’autore, la dimensione poetica, quella narrativa, la ricerca documentaria e la musica vengono fatte convivere all’interno di una costruzione drammaturgica nella quale ogni elemento contribuisce alla lettura complessiva dell’opera.
Una Deledda oltre il ritratto ufficiale
Il punto di partenza è Grazia Deledda (qui raccontato da Claudio Saltarelli su TPI.IT) , ma l’obiettivo non sembra essere quello di costruire l’ennesimo ritratto della scrittrice premio Nobel. Saltarelli sceglie piuttosto di cercare ciò che si trova dietro l’immagine consegnata dalla biografia ufficiale. Nel testo emerge così una donna alle prese con il proprio tempo, con le convenzioni sociali, con il desiderio di affermare la propria identità e con le contraddizioni di una società nella quale l’emancipazione femminile rappresentava ancora un terreno difficile.
La Sardegna non viene utilizzata come semplice scenario folkloristico. È memoria, radice, appartenenza. Il mare diventa una presenza ricorrente e il rapporto con i luoghi assume un valore quasi interiore. Anche il ricorso al dialetto sardo è misurato, inserito in alcuni passaggi senza compromettere la comprensione del testo.
Attorno alla protagonista si muove inoltre un universo umano nel quale trovano spazio questioni che appartengono al passato ma che conservano una sorprendente attualità, come il diritto all’istruzione, la condizione delle donne, il conformismo, l’esclusione culturale e il tema dell’identità negata.
È soprattutto attraverso i personaggi che Saltarelli porta queste questioni sulla scena. La dimensione privata diventa così un modo per raccontare quella pubblica, mentre le vicende individuali finiscono per assumere un valore più ampio.
La prosa poetica di Claudio Saltarelli
È probabilmente nella scrittura che si trova uno degli elementi più riconoscibili della produzione di Saltarelli. La definizione di “prosa poetica” non è soltanto un’etichetta stilistica, ma descrive un modo di costruire il racconto nel quale la parola conserva una forte autonomia espressiva pur rimanendo funzionale alla scena.
In “Oltre i Girasoli di cui non t’ho detto” questa caratteristica emerge nella cura riservata ai dettagli e nella capacità di scavare nella dimensione intima dei personaggi. Non sono soltanto le grandi svolte narrative a costruire il dramma, ma anche ciò che rimane ai margini: un gesto, un ricordo, una relazione, una parola non pronunciata.
È un teatro che cerca dunque la profondità senza rinunciare all’accessibilità. Un equilibrio non semplice, soprattutto quando il punto di partenza è una materia storica e letteraria così ricca.
Saltarelli lascia inoltre al teatro la possibilità di interpretare la storia. La ricostruzione non pretende di essere una trascrizione documentaria degli avvenimenti. Per questo alcuni passaggi vengono ricomposti e adattati alle esigenze della drammaturgia, conservando però il nucleo storico e umano della vicenda. La libertà creativa diventa così uno strumento per avvicinare il pubblico ai personaggi.
Tra memoria e responsabilità: la storia secondo Saltarelli
Il lavoro su Grazia Deledda si inserisce in un percorso artistico nel quale Claudio Saltarelli ha fatto della memoria e della ricerca storica una materia viva per il teatro. Lo dimostra “Predestinati”, pièce teatrale per musica dedicata a Carlo Angela e alla vicenda che intrecciò la sua storia a quella della famiglia Segre durante gli anni della persecuzione razziale.

Presentato nel 2025 nell’ambito della 28ª Rassegna Contemporanea “G. Zanaboni” e successivamente approdato al Salone Internazionale del Libro di Londra, il progetto nasceva per riportare l’attenzione sulla figura di Carlo Angela, medico, politico e antifascista, riconosciuto come Giusto fra le Nazioni per aver contribuito a salvare numerosi ebrei durante la persecuzione nazifascista.
La narrazione attraversava gli anni compresi tra il 1942-43 e il 1945, mettendo al centro anche Renzo Segre e una vicenda familiare segnata dalla fuga, dalla persecuzione e dalla ricerca di salvezza. Saltarelli non ha però scelto la strada della semplice ricostruzione documentaria. Attraverso i personaggi e le loro relazioni ha cercato di restituire alla Storia una dimensione umana, fatta di paure, legami, scelte e responsabilità individuali. Accanto alla versione teatrale per musica, l’autore ha inoltre elaborato una versione destinata al teatro di prosa, con l’obiettivo di rendere la vicenda più diretta e accessibile al pubblico.
Un teatro che non rinuncia alla sua funzione civile
È proprio questo modo di lavorare sulla memoria che ritroviamo in “Oltre i Girasoli di cui non t’ho detto”, dedicato a Grazia Deledda. Le due opere raccontano vicende molto diverse, ma condividono una stessa idea di teatro che parte dalla ricerca e dalla documentazione per arrivare alla dimensione più intima dei protagonisti. In entrambi i casi, Saltarelli evita di trattare il passato come qualcosa di concluso. La storia diventa piuttosto uno strumento per interrogare il presente. Cifra che emerge anche nella costruzione dei personaggi.
Il teatro diventa così una lente attraverso cui osservare le persone oltre i fatti che le hanno rese protagoniste della Storia. Dopo aver portato all’attenzione internazionale la vicenda di “Predestinati”, Saltarelli prosegue quindi una ricerca coerente riportando sulla scena figure del passato per restituire loro voce, complessità e contemporaneità.
La Deledda di Saltarelli non è dunque soltanto una figura letteraria da celebrare nel centenario del Nobel. È un pretesto per interrogarsi ancora una volta sul rapporto tra individuo e società, libertà e convenzione, identità e appartenenza.È qui che il teatro ritrova una delle sue funzioni più antiche. Non dare necessariamente risposte, ma creare uno spazio nel quale le domande possano tornare a essere ascoltate.
Raccontare il passato per interrogare il presente
Il percorso di Saltarelli si muove proprio lungo questa linea. La sua produzione comprende opere liriche, pièce teatrali, oratori e testi nei quali letteratura, musica e ricerca storica diventano strumenti per restituire al pubblico vicende e protagonisti che appartengono alla memoria collettiva.
“Oltre i Girasoli di cui non t’ho detto” rappresenta, in questo senso, un passaggio particolarmente significativo. Non soltanto per la materia affrontata, ma perché dimostra come il teatro contemporaneo possa essere impegnato senza diventare didascalico, colto senza risultare distante, innovativo senza perdere il rapporto con il pubblico.
E forse è proprio questa la caratura del lavoro di Saltarelli. Prendere una storia già conosciuta e cercare, attraverso la parola e la scena, ciò che ancora non abbiamo imparato ad ascoltare.










