A 25 anni, tra le esperienze internazionali di Parigi, Los Angeles, Roma e un libro che sta ridefinendo la tecnica del bartending.
C’è chi vede nel flair bartending solo uno spettacolo acrobatico e chi, come Francesco D’Angelo, ne scorge un’identità artistica profonda. A soli 25 anni, Francesco ha già collezionato timbri sul passaporto e shakerate nei banconi più prestigiosi da Parigi a Los Angeles. Oggi, con la pubblicazione del suo “Diccionario del Flair” in Spagna, si pone come un punto di riferimento per la nuova generazione di bartender. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il suo viaggio.
L’esperienza internazionale: un filo rosso chiamato curiosità
Francesco, a soli 25 anni hai già lavorato in piazze diversissime come Parigi, Valencia, Roma e Los Angeles. Qual è il filo rosso che unisce queste esperienze e come hanno influenzato il tuo modo di intendere il bar?
«La mia è stata una scelta consapevole: lasciare il mio Paese per mettermi in gioco. Sentivo il bisogno di uscire dalla mia comfort zone per crescere davvero. Lavorare in città così diverse mi ha permesso di studiare nuovi prodotti alla fonte e osservare approcci differenti all’ospitalità. Il filo rosso è la curiosità: la volontà di “toccare con mano” prima di giudicare. Per me il bar non è semplicemente un lavoro, ma uno stile di vita fatto di confronto, disciplina e contaminazione culturale.»
Il “Diccionario”: Dare un nome al movimento
Il tuo libro (acquistabile su Amazon) non è solo un manuale, ma un “Diccionario”. Perché hai scelto lo spagnolo per la prima versione e qual è stata la sfida più grande nel tradurre dei movimenti fisici in parole scritte?

«Il Diccionario del Flair nasce come una guida strutturata per chi vuole avvicinarsi a questa disciplina in modo professionale. Dare un linguaggio comune significa rafforzare la professionalità dell’intero settore. La scelta dello spagnolo è stata naturale: ho pubblicato a Valencia perché è una città in cui mi riconosco profondamente. La sfida più grande? Spiegare movimenti fisici fluidi e tridimensionali in modo semplice sulla carta. Ho voluto creare un ponte tra teoria e pratica integrando dei QR code che guidano il lettore a sessioni di allenamento video, permettendo di capire il movimento ancora prima di provarlo dal vivo.»
Quando la tecnica diventa Arte
Scrivi che il flair serve a “trasformare il proprio stile in un’identità artistica”. Quando un movimento smette di essere un esercizio tecnico e diventa “arte”?
«La parola “flair” richiama l’istinto naturale, il percepire. Un movimento diventa arte nel momento in cui riesce a trasmettere un’emozione, una personalità. Quando il pubblico non vede soltanto un cocktail preparato bene, ma percepisce uno stile unico capace di creare un ricordo. Un bartender diventa “arte” quando il suo modo di lavorare lascia un segno: il cliente torna non solo per bere, ma per vivere di nuovo quell’energia e quell’atmosfera.»
Mentalità e gestione dell’errore
Parli spesso di disciplina. Come gestisci la pressione di una competizione o di uno show dove non è ammesso far cadere la bottiglia?
«Disciplina e determinazione sono le fondamenta. Bisogna accettare che l’errore è una possibilità concreta: usiamo oggetti che non sono nati per volare. La differenza la fa la capacità di reazione. Se una bottiglia cade, mantenere il sorriso e continuare con sicurezza trasforma l’imprevisto in parte dello spettacolo. La vera forza di un performer si vede proprio nella gestione dell’imprevisto.»
Un messaggio per la Gen Z
A 25 anni sei già un autore pubblicato. Senti il peso di questa responsabilità verso i tuoi coetanei?
«Più che un traguardo da esibire, lo vedo come un messaggio positivo: non fermarsi al primo ostacolo. L’età conta fino a un certo punto; ciò che fa la differenza è il momento in cui scegli di metterti in gioco seriamente. Se la mia esperienza può spingere anche solo una persona a credere di più nelle proprie capacità, allora il mio percorso ha un valore che va oltre il risultato personale.»










