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Pianificazione fiscale e grandi patrimoni: la domanda che Daniele Pescara riceve più spesso

Ottobre 8, 2026
11 mins read

All’inizio di aprile circa 30.000 residenti britannici, tra il 10 e il 15% della popolazione di lungo periodo, si trovavano fuori dagli Emirati Arabi Uniti, secondo dati citati dal Financial Times e riportati da The New Arab. Molti, secondo un consulente per la sicurezza di Dubai, erano partiti solo temporaneamente. Da numeri come questi comincia un ragionamento di pianificazione fiscale che riguarda chiunque abbia un patrimonio da proteggere.

Daniele Pescara arriva con il telefono in mano e l’agenda piena. Lo riconosco dal passo, quello di chi ha già la testa al prossimo appuntamento. Consulente fiscale con studi tra Italia e Dubai, vive tra fusi orari e scadenze e una conversazione per lui è un tempo da dividere in porzioni misurate. Ci sediamo. Il caffè arriva e resta lì, intatto, mentre il telefono sul tavolo si illumina due volte e lui lo gira a faccia in giù. Ha pochi minuti e sceglie di spenderli bene. Il telefono vibra ancora contro il legno. Gli dico di rispondere pure. Scuote la testa, manda un messaggio e io resto a guardare. Da lì passa un pezzo di mondo, imprenditori, famiglie, patrimoni in cerca di un posto dove stare, e gli viene naturale spiegarmi che ha questo cliente importante, un imprenditore con un’azienda che cresce e un carico fiscale che comincia a pesare sui margini, e che vuole capire dove e come riorganizzarsi restando nella piena legalità. Sorride mentre mi confida: «Sai qual è la domanda che ricevo più spesso? Proprio questa: Daniele, in quale Paese posso pagare meno tasse?» A me sembra la richiesta di chi, davanti a un medico, vuole la pillola per dimagrire senza cambiare nulla di quello che mangia.

Nella sua lettura è il punto in cui l’imprenditore medio sbaglia l’ordine delle cose. Cerca la scorciatoia, apre una società e parla di tasse quando il commercialista deve chiudere il bilancio, cioè quando la porta è già stata scelta e la casa non è ancora stata disegnata. Gli HNWI, mi spiega, fanno il contrario. Partono dal progetto e scelgono il Paese in un secondo momento. Costruiscono una struttura e un ecosistema di relazioni e iniziano a pianificare il primo gennaio, quando il periodo d’imposta è una pagina bianca. Poi appoggia la mano sul tavolo e scandisce la formula che usa da anni: «Prima si pianifica. Poi si apre»

Lo ascolto e intanto faccio ciò che ho imparato a fare quando una frase suona troppo bene: mi chiedo, e gli chiedo, quanto davvero regga. Quella tesi sulla pianificazione fiscale va messa alla prova con i numeri, con le norme e con quello che è accaduto a Dubai.



I numeri dietro la domanda: chi sono gli HNWI

Il termine HNWI (high-net-worth individuals, chi ha almeno un milione di dollari di patrimonio investibile) cambia peso con la definizione. Capgemini conta le persone con almeno un milione di dollari di patrimonio investibile, escluse abitazione principale e beni da collezione e ne stima 25,3 milioni nel mondo nel 2025. Henley usa una soglia simile, un milione di dollari in attività liquide. L’UBS Global Wealth Report 2026 misura invece il patrimonio netto, casa compresa. Il totale arriva a circa 57,5 milioni di milionari.

In Italia UBS ne conta 1,235 milioni, il 2,5% degli adulti, a conti fatti, è titolare di circa il 30% della ricchezza nazionale. La ricchezza media per adulto è di circa 130.000 euro. Secondo UBS la voce principale del patrimonio è in genere l’abitazione di proprietà. Il bacino a cui si rivolge Daniele risulta quindi più stretto del dato UBS, senza che le fonti pubbliche permettano di quantificarlo per l’Italia.

I flussi dei patrimoni mobili si misurano con stime. Per il 2025 Henley & Partners stimava 142.000 milionari in movimento nel mondo, con un saldo netto di +9.800 per gli Emirati, +7.500 per gli Stati Uniti, +2.400 per l’Arabia Saudita e +2.200 per l’Italia, contro -16.500 per il Regno Unito. I dati vengono da New World Wealth. Henley & Partners offre consulenza su residenza e cittadinanza, quindi le sue stime sui flussi vanno lette tenendo conto di questo interesse commerciale.

Per il lettore che si chiede cosa c’è qui per lui, il primo risultato è una mappa. La domanda sui Paesi a bassa tassazione interessa una platea ampia. La pianificazione per strutture di cui parla Daniele interessa chi ha un patrimonio investibile da organizzare.

Il discorso sulla crisi di Dubai

Il telefono vibra ancora. Stavolta Daniele lo ignora e guarda fuori, come se cercasse la scena giusta. Poi porta il discorso su un esempio concreto, Dubai nei giorni della crisi geopolitica. Il racconto che circola è quello di uffici vuoti, di un fuggi fuggi generale, di licenziamenti di massa e di consulenti spariti da un giorno all’altro, un’immagine da città svuotata con le luci accese in palazzi senza nessuno. La sua versione è decisamente meno drammatica. In città si respirava inquietudine, certo, ma anche fiducia. I residenti avevano strumenti migliori per leggere il contesto e restavano composti, seguendo le indicazioni puntuali dell’amministrazione, che dettava tempi e ritmi. Lui ha continuato a lavorare senza pause, rispondendo alle domande e alle esigenze di clienti e interlocutori. I suoi studi in Italia e a Dubai hanno lavorato come sempre e hanno investito ancora di più. Le ragioni sono quattro e le conta sulle dita: una struttura solida, un patrimonio protetto, liquidità disponibile e una pianificazione costruita molti anni prima. Poi traccia una distinzione che mi resta in mente. Da una parte c’è chi rincorre il prossimo paradiso fiscale, dall’altra chi costruisce il proprio futuro.

Ho verificato. Dal 28 febbraio la guerra con l’Iran ha investito il Golfo. L’11 marzo due droni iraniani sono caduti nei pressi dell’aeroporto internazionale di Dubai: quattro persone sono rimaste ferite e il traffico aereo è proseguito. Citi ha evacuato gli uffici di Dubai, Deloitte ha chiesto al personale di lasciare quelli del Dubai International Financial Centre e PwC ha chiuso per il resto della settimana le sedi nel Golfo.

Il mercato immobiliare ha reagito per primo. Un rapporto di Goldman Sachs, riportato da Sky TG24, indica per la prima metà di marzo transazioni complessive in calo del 31% su base annua, compravendite di immobili pronti in calo del 59% rispetto ai dodici mesi precedenti e ville di lusso in calo dell’89%.

Sulle persone i dati sono due. Il primo è l’istantanea dei britannici che apre questo articolo: la fonte non distingue chi ha lasciato il Paese in modo definitivo da chi era partito solo per un periodo. Il secondo viene da un sondaggio ManpowerGroup su 546 datori di lavoro emiratini, riportato da Outlook India, in cui il 25% prevedeva tagli nel terzo trimestre del 2026, con turismo, aviazione, ospitalità e commercio al dettaglio tra i settori più esposti. Lo stesso sondaggio registrava però un saldo occupazionale atteso positivo al 17% e un 42% di imprese pronte ad assumere, segno di un mercato diventato molto più selettivo. Nessuna fonte che ho trovato quantifica licenziamenti di massa o consulenti spariti. Per la finanza esiste un riscontro parziale: il DIFC ha disposto il lavoro da remoto solo dal 2 al 4 marzo, seguendo le istruzioni del governo e nel primo semestre ha aggiunto 2.318 società attive contro 1.081 dell’anno prima. Il dato misura l’espansione del centro finanziario e lascia fuori la continuità operativa e i ricavi dei singoli studi.

Il governo di Dubai ha risposto con due pacchetti di incentivi, il secondo da 1,5 miliardi di dirham approvato il 21 maggio, per un totale di 2,5 miliardi di dirham (681 milioni di dollari) per turismo e commercio al dettaglio e, il 17 marzo, con una misura della banca centrale sostenuta da oltre 270 miliardi di dollari di riserve valutarie. Poi è arrivata la risalita: secondo GuidaViaggi l’occupazione alberghiera è passata dal 36% di marzo al 66% di agosto, pari all’89% del livello di agosto 2025 e Emirates ha riattivato il 97% della rete globale.

Il dato che interessa a chi gestisce un patrimonio è il tempo, precisa Pescara. Nei mercati i prezzi si muovono in giorni, dice, mentre una residenza o una società si costruiscono in mesi. Chi ha già una struttura operativa può scegliere se restare. Chi deve crearla in piena crisi sceglie sotto pressione. La tesi regge.

Norme, tasse e banche: la pianificazione fiscale vista dal fisco

Quando il caffè è ormai stato sostituito da un bicchiera di acqua frizzante, Daniele mi rivolge un invito, più che una proposta: guardare le cose attraverso il suo obiettivo, quattro lenti da cambiare di continuo, fiscalità, economia internazionale, aziende, possibilità. Accetto e parto dalle regole. In Italia una persona fisica è residente se per la maggior parte del periodo d’imposta, cioè per almeno 183 giorni (184 negli anni bisestili, con le frazioni di giorno incluse nel conteggio), ha residenza, domicilio o presenza sul territorio. Dal 1° gennaio 2024, dopo il D.Lgs. 209/2023, il domicilio fa perno sul luogo in cui si sviluppano le relazioni personali e familiari, mentre l’iscrizione all’anagrafe è una presunzione superabile con la prova contraria, secondo fiscoetasse. L’iscrizione all’AIRE non basta a uscire dal fisco italiano: una pronuncia della Corte di giustizia tributaria di Varese (n. 256/2025) ha ribadito che non esclude la residenza italiana quando il contribuente mantiene in Italia il centro dei propri interessi.

Per chi si trasferisce negli Emirati la norma è più severa. L’art. 2, comma 2-bis del TUIR presume residenti in Italia, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dall’anagrafe e trasferiti in Stati a fiscalità privilegiata. Gli Emirati figurano ancora nell’elenco del decreto ministeriale del 4 maggio 1999. Spetta quindi al contribuente dimostrare il trasferimento reale. Nell’attività di accertamento e nella giurisprudenza ricorrono elementi come la dimora effettiva, i rapporti familiari, la scuola frequentata dai figli, l’operatività bancaria e il luogo in cui vengono prese le decisioni economiche. Per l’omessa dichiarazione la legge prevede la reclusione da due a cinque anni quando l’imposta evasa supera 50.000 euro.

Qui la tesi di Daniele trova il suo argomento più solido. Se la residenza si valuta sull’intero periodo d’imposta e si prova con giorni, case, scuole e conti correnti, queste prove si accumulano durante tutto l’anno. Cominciare a gennaio lascia più tempo per costruire e documentare una situazione coerente. Resta una scelta prudenziale, che la legge lascia libera. La valutazione del singolo caso spetta a un professionista abilitato.

Negli Emirati non esiste imposta sul reddito delle persone fisiche su stipendi e investimenti personali. Chi svolge un’attività commerciale in proprio rientra nella corporate tax del 9% quando il fatturato supera un milione di dirham. La corporate tax è in vigore dal 1° giugno 2023, con aliquota 0% fino a 375.000 dirham di reddito imponibile e 9% oltre. Le società di zona franca qualificate mantengono lo 0% sul reddito qualificato a condizioni precise: sostanza economica adeguata, reddito qualificante, rispetto delle regole sui prezzi di trasferimento e revisione obbligatoria. Per i gruppi multinazionali con ricavi consolidati di almeno 750 milioni di euro vale, dagli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2025, un’imposta minima integrativa del 15%.

Sul fronte bancario gli Emirati sono usciti dalla lista grigia del FATF nel febbraio 2024. Il 9 luglio 2025 il Parlamento europeo ha deciso di non opporsi alla decisione della Commissione di rimuovere gli Emirati dall’elenco dei Paesi terzi ad alto rischio. La rimozione ha fatto venir meno la due diligence rafforzata automatica collegata alla presenza degli Emirati nell’elenco europeo. Gli intermediari continuano ad applicarla quando il profilo concreto del rapporto presenta un rischio elevato. A giugno 2026 il FATF ha avviato la quinta valutazione reciproca del Paese.

Le quattro variabili che Daniele elenca (leggi, governi, regole bancarie e convenzioni internazionali) trovano riscontro soprattutto negli ultimi tre anni: una corporate tax introdotta nel 2023, un’imposta minima dal 2025, un elenco bancario rivisto nel 2025 e una valutazione internazionale in corso. Per imprese e società l’offerta emiratina è passata da una fiscalità quasi priva di imposizione federale a un regime che lega alcuni vantaggi a reddito qualificato, adempimenti e sostanza economica. Per le società con pochi dipendenti il requisito di sostanza economica può diventare un costo rilevante del regime.

Geometrie della new economy: scenari e domande aperte

Da editore di InsideMagazine osservo la trasformazione della società con una lente semplice: dove si crea valore e chi decide di spostarlo. Gli scenari che seguono sono ipotesi di lavoro costruite negli anni e su dati recenti.

  • Il rischio geografico oggi entra nel piano industriale. Henley indica la diversificazione, la protezione dai rischi e l’efficienza fiscale come i tre motori della mobilità e parla di portafogli di sovranità, cioè diritti di residenza in più giurisdizioni. Per i fondatori di imprese digitali con ricavi indipendenti dal luogo (software, contenuti, servizi basati su AI) potrebbe diventare normale mantenere una seconda base operativa.
  • La sostanza economica diventa il prodotto da acquistare. Con i requisiti delle zone franche e l’imposta minima del 15% per i grandi gruppi il beneficio fiscale dipende da sostanza economica (la prova che una società esiste davvero e fa davvero qualcosa nel Paese dove è registrata), reddito qualificante e revisione. Potrebbero crescere i servizi che aiutano le imprese a costruire e documentare una presenza operativa coerente con l’attività svolta e ridursi i margini per le strutture leggere.
  • Gli Stati competono sempre di più con regimi su misura. L’Italia ha portato la flat tax a 300.000 euro, Dubai ha varato due pacchetti di incentivi per 2,5 miliardi di dirham complessivi a favore dei settori colpiti dalla guerra e il Regno Unito è in testa alle uscite stimate da Henley (-16.500 milionari nel 2025), che le collega all’abolizione del regime non-dom.

Da questi scenari nascono le domande che mi pongo e che pongo alla tesi di Daniele.

  • Quanti dei 2.200 milionari che Henley stimava in arrivo in Italia nel 2025 hanno scelto la flat tax? I dati pubblici contano 1.495 beneficiari nel 2023 e non consentono il confronto.
  • Una struttura che regge a leggi, governi e regole bancarie regge anche a un conflitto con droni vicino a un aeroporto? I suoi studi indicano di sì e un solo caso resta un campione di uno.
  • Il metodo del prima si pianifica e poi si apre funziona per un fondatore di software o di contenuti con pochi dipendenti, quando le zone franche chiedono persone e uffici? Mi riprometto di chiederlo a Pescara al nostro prossimo incontro.
  • Chi misura la tenuta di una struttura? Le quattro condizioni di Daniele si verificano dall’interno. Il lettore avrebbe bisogno di indicatori esterni, come costi, tempi ed esiti degli accertamenti.

Cosa ne ricava da tutto questo un imprenditore italiano?

Chi si chiede che cosa ci sia qui per lui trova la risposta in un metodo, senza dover scegliere prima un Paese. Dai dati di questo articolo, dalle norme italiane e dalla crisi di Dubai emergono a mio parere quattro indicazioni di pianificazione fiscale. Non dicono tanto dove andare: indicano in quale ordine ragionare. Sono criteri di lettura, da verificare sempre caso per caso con un professionista abilitato.

  • Partire dal progetto. Quale attività si vuole costruire, con quali clienti, persone e ricavi. Solo dopo si sceglie la giurisdizione che la sostiene.
  • Contare sul calendario. La residenza si valuta sul periodo d’imposta, quindi un trasferimento a metà anno si legge sull’anno intero.
  • Documentare i fatti. Giorni di presenza, abitazione, famiglia, scuole dei figli, conti bancari e luogo delle decisioni sono elementi che ricorrono nell’accertamento e nella giurisprudenza italiana.
  • Prevedere sostanza e liquidità. Una società che punta all’aliquota 0% in zona franca deve dimostrare sostanza economica adeguata, reddito qualificante, revisione e prezzi di trasferimento. Una struttura già operativa, inoltre, lascia più tempo per decidere in una crisi.

Ci salutiamo in piedi, lui con il telefono che scompare nell’immancabile giacca a doppio petto e un sorriso sincero e affettuoso. Incontrare Daniele è sempre una fonte di ispirazione. Mi ripete la frase che usa da anni, prima si pianifica e poi si apre e per lui il guaio comincia quando ci si pensa troppo tardi. Il periodo d’imposta ricomincia ogni primo gennaio e con lui ricomincia il conto dei giorni, delle case, delle scuole e dei conti correnti che qualcuno potrebbe chiedere di dimostrare.

Domani Daniele sarà ospite di una nuova trasmissione televisiva e avrà, immagino, pochi minuti davanti a un pubblico molto più ampio di un tavolino con due caffè, meno del tempo che oggi ha scelto di spendere con me. Io la guarderò con interesse, curioso di scoprire se dall’altra parte dello schermo qualcuno si e gli farà la domanda che di solito arriva per ultima, quella sul progetto da cui tutto dovrebbe davvero partire.


Fonti utilizzate


Paul K. Fasciano

Paul Fasciano, Direttore di InsideMagazine e del Gruppo Editoriale Inside, è un mental coach prestato al mondo della comunicazione digitale. Con un background accademico in sociologia e una formazione in PNL, mindfulness e neuroscienze, ha dedicato oltre tre decenni allo studio delle dinamiche sociali odierne. E' autore di varie pubblicazioni incentrate sulla crescita personale nel complesso contesto contemporaneo. La sua missione è fornire ai professionisti le informazioni più aggiornate e rilevanti, migliorando la loro comunicazione e potenziando il loro mindset con strategie efficaci e mirate.

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