L’idratazione può incidere sulla qualità dell’allenamento, sul recupero e sulla capacità di ripetere lo sforzo. L’acqua ionizzata apre una strada interessante, soprattutto per la presenza di idrogeno molecolare, ma la ricerca impone di distinguere i risultati misurati dalle promesse ancora da dimostrare.
Il percorso che InsideMagazine ha dedicato al dottor Emanuele De Nobili si è chiuso con una conferenza a Torino dedicata alla matrice extracellulare e alle tecnologie di ionizzazione domestica.
Leggi l’articolo: Il potere nascosto dell’acqua spiegato dal Dott. De Nobili
Restava aperta una domanda specifica, quella di chi allena il corpo ogni giorno e vuole capire se questo tipo di acqua porti un vantaggio concreto in allenamento e in gara.
Acqua ionizzata e sport: cosa dice davvero la ricerca a chi si allena? Iniziamo da questo dato, apparentemente non eclatante: dodici nuotatori di livello nazionale, quattro giorni di acqua arricchita di idrogeno, un miglioramento dello 0,6% nella prova sui 400 metri. Nello sport d’élite un margine così piccolo può separare il podio dall’eliminazione. Ma ci arriviamo per gradi.
Per molti che leggono questo articolo, è esperienza comune. Alla fine di una seduta estiva basta salire sulla bilancia per vedere qualcosa che durante l’allenamento sfugge. Un atleta può aver perso uno o due chilogrammi, quasi interamente liquidi, mentre cercava di mantenere potenza, lucidità e precisione tecnica. Il gesto resta lo stesso, ma il cronometro comincia a peggiorare. È un’esperienza comune e non ci si può non domandare il perché.
L’acqua entra nella prestazione proprio lì, quando tutto sembra ancora funzionare.

Il dottor Emanuele De Nobili, medico con oltre 25 anni di esperienza clinica dedicata anche allo studio dell’idratazione, considera il corpo dell’atleta un ambiente biologico da preservare con la stessa attenzione riservata all’allenamento. Nella sua casistica, costruita attraverso oltre 10.000 bioimpedenziometrie, riferisce di aver riscontrato segni di disidratazione o una distribuzione poco efficiente dei liquidi nella grande maggioranza dei pazienti esaminati.
Il dato appartiene alla sua esperienza clinica e non può essere trasferito automaticamente all’intera popolazione sportiva. Mostra però un problema concreto: bere molto non garantisce, da solo, uno stato di idratazione ottimale. Contano il momento, la quantità, gli elettroliti persi con il sudore, la temperatura, la durata dello sforzo e la risposta individuale.
La visione complessiva di De Nobili è stata raccontata nel nostro approfondimento dedicato al potere nascosto dell’acqua. Nello sport, quella visione incontra un terreno particolarmente severo: qui un’ipotesi deve arrivare fino al cronometro.
Cosa accade realmente durante la ionizzazione
Un dispositivo per l’elettrolisi fa passare l’acqua attraverso una cella dotata generalmente di piastre in titanio rivestite di platino. Il processo produce due flussi: uno più acido in prossimità dell’anodo e uno più alcalino in prossimità del catodo, destinato al consumo quando il dispositivo è progettato e regolato per uso alimentare.
L’acqua ottenuta presenta un pH più elevato e può contenere idrogeno molecolare disciolto. È quest’ultimo a concentrare oggi una parte rilevante dell’interesse scientifico. L’idrogeno è una molecola molto piccola, capace di diffondersi rapidamente nei tessuti, studiata per i possibili effetti sulla risposta allo stress ossidativo, sui segnali infiammatori e sul recupero dopo uno sforzo intenso.
Il valore ORP, cioè il potenziale di ossidoriduzione, può diventare negativo per la presenza dell’idrogeno disciolto. Quel numero descrive una proprietà elettrochimica dell’acqua. Da solo, però, non permette di prevedere quanto correrà più veloce un atleta.
Anche i minerali richiedono precisione. Il dispositivo non crea calcio, magnesio o potassio: lavora sui minerali già presenti nell’acqua di partenza e ne modifica la distribuzione fra i due flussi. Composizione dell’acqua, qualità della filtrazione, efficienza delle piastre e concentrazione effettiva di idrogeno sono gli aspetti da considerare.
Ma torniamo alla ricerca. Uno studio randomizzato in doppio cieco, pubblicato nel 2018, ha coinvolto sedici atleti allenati negli sport da combattimento. Dopo tre settimane, il gruppo che aveva bevuto acqua altamente alcalina mostrava miglioramenti in alcuni indicatori di idratazione, equilibrio acido-base e capacità anaerobica. Il risultato suggerisce un effetto possibile e chiede conferme su numeri più ampi. Tuttavia, i risultati disponibili meritano attenzione, nonostante i campioni ancora piccoli e i protocolli molto diversi fra loro.
Nel 2026 un altro trial randomizzato crossover su nuotatori pinnati di livello nazionale ha misurato un miglioramento dello 0,6% nella prova sui 400 metri dopo quattro giorni di acqua ricca di idrogeno. Su dodici atleti, l’effetto è stato statisticamente significativo nella prova di media distanza. Gli sprint ripetuti, il lattato, la percezione dello sforzo e gli indicatori di stress ossidativo non hanno mostrato differenze significative.
Quel piccolo 0,6% racconta bene lo stato della ricerca. Nello sport d’élite può separare due posizioni in classifica.
Una meta-analisi sugli effetti dell’idrogeno molecolare ha trovato evidenze moderate su alcuni indicatori di fatica. Emergono possibili benefici sulla potenza esplosiva, sul danno muscolare e sul recupero.
L’acqua ricca di idrogeno si trova quindi in una fase interessante: ha superato il territorio della pura suggestione commerciale, mentre deve ancora conquistare una validazione abbastanza ampia da diventare uno standard della preparazione atletica.
I quattro livelli sui quali si costruisce l’idratazione sportiva
1. Arrivare all’allenamento già idratati
Una parte della prestazione si perde prima ancora di entrare in campo. Una giornata trascorsa bevendo poco, un viaggio, l’aria condizionata, il caldo o una seduta precedente possono lasciare l’atleta in deficit.
Peso corporeo, colore delle urine, sensazione di sete e andamento della diuresi offrono insieme un quadro più utile di un singolo indicatore. La bioimpedenziometria può aggiungere informazioni, purché sia eseguita in condizioni standardizzate: orario, alimentazione, allenamento recente e condizioni della misurazione possono modificare il risultato.
2. Conoscere quanto si suda davvero
La prescrizione universale di 150 o 200 millilitri ogni venti minuti ignora differenze enormi. Due atleti impegnati nello stesso allenamento possono perdere quantità di sudore molto diverse.
Il calcolo pratico parte dalla bilancia:
Tasso di sudorazione = peso perso durante la seduta + liquidi bevuti − urine prodotte, diviso per le ore di allenamento.
Un chilogrammo perso corrisponde approssimativamente a un litro di liquidi. La misurazione andrebbe ripetuta in condizioni climatiche e intensità differenti. Le raccomandazioni della National Athletic Trainers’ Association insistono proprio su questo punto: il piano di idratazione deve limitare le perdite senza provocare un consumo eccessivo, perché bere oltre il necessario può causare iponatriemia e diventare pericoloso.
3. Reintegrare ciò che il sudore porta via
Nelle sedute brevi e moderate può essere sufficiente l’acqua. Quando aumentano durata, temperatura e sudorazione, entrano in gioco sodio, carboidrati e tollerabilità gastrica.
L’acqua ionizzata può essere inserita in questa strategia, ma il suo contenuto minerale va conosciuto. Un valore di pH elevato non dice quanti elettroliti contiene. Se l’atleta perde molto sodio, un’acqua alcalina povera di sodio non risolve quel deficit.
4. Valutare il recupero sul giorno successivo
Il lattato viene metabolizzato rapidamente e rappresenta anche un combustibile per i tessuti. L’indolenzimento muscolare tardivo compare diverse ore dopo e dipende soprattutto dal danno muscolare e dalla risposta infiammatoria allo sforzo. L’idea che sia il lattato a causare il dolore muscolare dei giorni successivi è stata smentita sperimentalmente.
Il recupero si misura meglio osservando peso, diuresi, qualità del sonno, percezione della fatica, frequenza cardiaca, capacità di ripetere la prestazione e andamento dei carichi. L’acqua ricca di idrogeno potrebbe intervenire su alcuni processi legati allo stress ossidativo e al danno muscolare. La risposta va verificata sul singolo atleta.

Microplastiche: un allarme reale che richiede cautela
Nel 2024 uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha esaminato le placche carotidee rimosse da pazienti sottoposti a endoarteriectomia. Fra i 257 pazienti che hanno completato il follow-up, il polietilene è stato rilevato nelle placche di 150 persone e il PVC in 31.
Nel gruppo con microplastiche o nanoplastiche l’esito composito, infarto, ictus oppure morte per qualsiasi causa, si è verificato nel 20% dei pazienti, contro il 7,5% del gruppo senza particelle rilevate. L’hazard ratio aggiustato è stato 4,53. Il dato è forte, però riguarda persone già affette da una grave patologia carotidea e mostra un’associazione; non dimostra che le particelle abbiano causato gli eventi. Gli stessi autori chiedono ulteriori studi.
Produrre acqua al momento riduce l’uso di bottiglie e tappi, con un vantaggio ambientale immediatamente visibile. La rimozione delle microplastiche dipende però dal sistema di filtrazione installato prima della cella elettrolitica. La sola ionizzazione non autorizza a dichiarare che l’acqua sia priva di microplastiche, PFAS o altri contaminanti. Servono analisi, prestazioni certificate del filtro e una manutenzione puntuale. Insomma, è la qualità della macchina che filtra a fare la differenza. Come anche il filtro dimenticato sotto il lavello, dopo mesi di utilizzo, è una frizione molto più reale di qualsiasi slogan.
Un protocollo sensato per chi vuole sperimentare
L’introduzione dell’acqua alcalina ionizzata dovrebbe avvenire durante una fase ordinaria di allenamento, lasciando invariati alimentazione, integrazione e carichi. Così diventa possibile capire.
Prima dell’allenamento conviene arrivare con peso e diuresi vicini ai propri valori abituali. Durante la seduta, l’assunzione va calibrata sul tasso di sudorazione e sulla tollerabilità gastrica. Negli sforzi lunghi o in ambienti caldi occorre valutare anche il reintegro di sodio e carboidrati.
Dopo l’allenamento si può osservare quanto rapidamente tornano peso, sete e diuresi, insieme alla qualità della seduta successiva. Un diario di due o tre settimane, con condizioni comparabili, vale più di una sensazione raccolta il primo giorno. Per un professionista, il protocollo andrebbe costruito con medico dello sport e nutrizionista, soprattutto in presenza di patologie renali, ipertensione o terapie farmacologiche.
Il corpo dell’atleta è un ambiente, prima di essere una macchina
La metafora dell’acquario utilizzata da De Nobili conserva qui la sua parte più efficace. Le cellule lavorano dentro un ambiente liquido continuamente attraversato da nutrienti, metaboliti, segnali elettrici e ormonali. Quando la disponibilità di acqua ed elettroliti si riduce, l’organismo continua a funzionare, pagando però un costo crescente.
L’acqua alcalina ionizzata offre caratteristiche misurabili: pH, concentrazione di idrogeno molecolare, contenuto minerale, ORP e qualità della filtrazione. La sua efficacia sportiva va cercata dentro questi parametri e nei risultati dell’atleta.
Una tecnologia promettente, pertanto, con alcuni segnali positivi sulla prestazione e sul recupero. Il vero salto di qualità arriva quando l’acqua smette di essere una presenza distratta a bordo campo e diventa una variabile monitorata. Quanta se ne perde, quanta se ne assume, cosa contiene, come reagisce il corpo il giorno dopo.
La vittoria raramente nasce da una sola bottiglia. Qualche volta, però, il margine comincia proprio da lì.
Per approfondire
Il percorso con il dottor De Nobili prosegue su InsideMagazine con una intervista che contiene approfondimenti dedicati. Il primo entra nel dettaglio scientifico dell’elettrolisi, del pH e dell’idrogeno molecolare. Il secondo raccoglie i protocolli pratici di idratazione quotidiana, dal rituale del mattino allo sport, fino alla cura della pelle.
Leggi l’intervista a De Nobili
Vuoi capire subito come migliorare l’acqua che usi ogni giorno? →
Fai una domanda al dottor De Nobili
👉 Invia qui la tua domanda










