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Al Teatro Vascello con Manuela Kustermann: l’eredità viva di “Antigone”

Dicembre 2, 2025
8 mins read

La nuova Antigone firmata da Roberto Latini ha letteralmente squarciato il buio della sala con una magnificenza e vigoria di rara intensità. Sulla scena, una riscrittura dell’opera di Jean Anouilh: una tragedia lucidissima sul conflitto che attraversa ogni epoca, la tensione tra la ragione dell’anima, del cuore, e la legge del potere. L’Antigone del drammaturgo francese, – già riscrittura dell’originale sofocleo – ci parla così da vicino che quasi potremmo abbracciarla. In questa partitura di voci tutte femminili – con la sola eccezione del regista – Manuela Kustermann veste la doppia figura di Nutrice e Coro, che attraversa il dolore e lo racconta, custodendo nello stesso corpo il peso della cura e quello dello sguardo esterno.

Ne esce un’Antigone modernissima, dove la morte della protagonista è definita dal Coro come “inutile” e Creonte non è più il freddo tiranno di Tebe, ma un uomo “più umano, fragile, dubbioso”, che vorrebbe, impotente, salvarla. Intorno, una scena essenziale ed evocativa – una strada che è fuori dal tempo, luogo di passaggio, ferita, sepoltura possibile di Polinice.

Manuela Kustermann – LA NUTRICE inAntigone 16 luglio 2025 8
Manuela Kustermann, la Nutrice

In occasione delle repliche al Teatro Vascello, abbiamo avuto il privilegio di intervistare Manuela Kustermann, direttrice artistica nonché luce feconda del teatro d’avanguardia romano: attrice e regista, con garbo e vigore ha saputo attraversare decenni di sperimentazione, prima al fianco di Giancarlo Nanni, poi proseguendo su quella linea essenziale che va riscritta, con rinnovata passione, anno dopo anno. Con lei abbiamo parlato di Antigone, di maschere, di Avanguardia – avanguardia coraggiosa, ieri come oggi – del senso di comunità, e di un teatro che rivendica il proprio ruolo di “ultimo baluardo” contro l’isolamento digitale dei più giovani.

Antigone oggi: la tragedia tra anima e potere

Nell’Antigone di Anouilh che Latini porta in scena al Vascello, il cuore della tragedia resta integro ma si sposta su un terreno più umano, meno legato agli dei e alle ragioni spirituali della versione sofoclea. È lo scontro fra un potere, intransigente, e una voce interiore che prova comunque a dialogare con il potere stesso, a dubitare, a tentare la mediazione.

Nel nostro tempo, attraversato da nuove forme di dominio e da tensioni che ridefiniscono confini e coscienze, l’Antigone di Jean Anouilh torna a parlare con una chiarezza che attraversa le epoche. Ogni volta che un individuo o una comunità si oppone alla forza chiedendo dignità, il gesto di Antigone riaffiora: un “no” pronunciato quando tutto intorno chiede l’assenso. È un rifiuto silenzioso, privato, ma decisivo, che restituisce al mito la sua attualità più concreta.

Maschera, corpo, libertà

Elemento decisivo di questa Antigone è la maschera, che per Manuela Kustermann ha rappresentato una prima volta assoluta in decenni di scena. Nello spettacolo viene usata integralmente per la Nutrice e poi sollevata a metà nel momento in cui il personaggio si interroga e risponde “come Antigone”, segnando così un varco visibile tra obbedienza e trasformazione.

La maschera, racconta l’attrice, concede una libertà inaspettata: obbliga il corpo a muoversi in modo diverso, attingendo a un retaggio che rimanda alla Commedia dell’Arte, donando un’assoluta libertà di espressione che il viso nudo non si concede.

Dal teatro d’avanguardia al Vascello di oggi

L’intervista si apre poi a una riflessione più ampia sul teatro d’avanguardia. L’avanguardia storica, ricorda Kustermann, era soprattutto distruzione e ricostruzione del linguaggio: attori, luci, musica, costumi avevano lo stesso peso, come in un grande affresco visivo costruito da Giancarlo Nanni, compagno di vita e di scena, pur nel pieno rispetto dei testi.

Oggi, la definizione di “avanguardia” si misura con un uso spesso eccessivo della tecnologia video. Proprio per questo, la scelta di Latini di rinunciare ai video e di lavorare invece sulla presenza, sulla voce amplificata dai microfoni e su un disegno scenico essenziale, restituisce allo spettatore un’idea di contemporaneità che non passa per l’effetto, ma per la densità della presenza.

Al centro di tutto resta il Teatro Vascello, “casa” di artisti e pubblico, spazio che negli anni si è posto come luogo di sperimentazione e accoglienza.

La conversazione integrale con Manuela Kustermann

Roberto Latini l’ha diretta, prima ad Ostia Antica e ad Ancona, poi al Teatro Vascello, in questa nuova “Antigone”, uno spettacolo che ha al suo centro un dilemma universale: Essere uomini o essere umani? Qual è, dunque, la visione che porta questa Antigone tratta dall’opera di Anouilh?

«È proprio questo il centro della tragedia: il conflitto tra la ragione dell’anima e la legge del potere. È ciò che rende questa Antigone così affascinante. Anouilh usa un linguaggio moderno rispetto a Sofocle, ma resta una tragedia a tutti gli effetti. Lo è anche perché, come ricorda il Coro – che interpreto insieme alla Nutrice – la morte di Antigone è una morte “inutile”.

Nella versione sofoclea ci sono gli dei, un orizzonte spirituale. Qui, invece, è una morte combattuta contro un potere che non cambia mai. Anche Creonte è delineato diversamente: è più umano, più fragile. Antigone è irremovibile nel suo proposito di morire, mentre lui vorrebbe salvarla, è pieno di dubbi.

Il Coro è forse il personaggio più enigmatico: privo di un’identità definita, potrebbe essere uomo o donna. È colui che chiarisce, ma senza chiarire davvero. La scrittura di Anouilh è poetica e ambigua, con passaggi quasi criptici. Non tutto è esplicito, ed è proprio questa ambiguità a preannunciare la tragedia con forza. Molto bello anche il modo in cui distingue tra dramma e tragedia.

La Nutrice è un personaggio sorprendente. All’inizio delle prove Roberto (Latini, ndr.) ci ha chiesto un’aderenza assoluta ai ruoli, e per me è stato facilitato dall’uso della maschera. La indosso solo come Nutrice. Già nella seconda scena, quando la Nutrice “diventa” a sua volta Antigone – ponendosi le domande che lei si pone – la maschera resta sollevata a metà. Ho cercato di entrare completamente in questa figura così caratterizzata, e mi diverte molto perché non avevo mai interpretato un personaggio simile, né avevo mai recitato con una maschera

Quale libertà concede la maschera rispetto al volto nudo?

«Ti dà un’enorme libertà e impone una gestualità diversa. Senza maschera non mi sarei mossa allo stesso modo. Avevo qualche timore inizialmente, ma è stata una bellissima esperienza. L’unica vera difficoltà è la scarsa visibilità!»

È dunque la prima volta che calca la scena con una maschera. È anche la prima volta che partecipa a un’Antigone?

«No, Antigone l’ho già interpretata. Molti anni fa ho recitato proprio nel ruolo di Antigone a Ostia Antica. Ero molto giovane. La regia era di Marco Parodi, un’edizione tradizionale, molto bella, che ricordo con affetto.

Anche questa nuova Antigone l’abbiamo già portata a Ostia Antica e ad Ancona. Ora comincia il viaggio nei teatri al chiuso. Per l’estate ci hanno già contattati Segesta e altri teatri siciliani. La scenografia è semplice e proprio per questo molto intelligente: si adatta facilmente a qualsiasi spazio, interno o esterno, senza dover cambiare nulla. È essenziale ma evocativa. Tutto si svolge su una strada che, via via, diventa qualcos’altro: un passaggio, un confine, persino il luogo in cui giace Polinice.»

Oggi in commissione Patrimonio 41 1

Come è oggi interpretare una tragedia classica? Il teatro conserva ancora quella forza d’avanguardia – e quindi anche sovversiva – che l’ha vista protagonista negli anni passati?

«Sì, assolutamente. Sono cambiate però le forme. L’avanguardia, allora, significava soprattutto destrutturare e reinventare linguaggi e forme sceniche. La musica, le luci – penso al lavoro di Giancarlo Nanni – avevano la stessa importanza degli attori. Si costruiva un grande affresco, un quadro visivo in cui ogni elemento aveva un peso equivalente.

Rispetto ai testi, li rispettavamo quasi sempre, salvo rare contaminazioni. Oggi l’avanguardia passa soprattutto dalla tecnologia e, secondo me, se ne abusa un po’, in particolare nei video. Per fortuna nella nostra Antigone non ce ne sono. Ci sono invece i microfoni, ma è un tratto distintivo del lavoro di Latini.»

Com’è stato lavorare con Roberto Latini regista, che lei già ammirava molto come interprete?

«E’ stata una grande gioia lavorare con lui. È un attore e regista straordinario, un performer unico. Proviene da un mondo teatrale che ho amato tanto – dalla scuola di Perla Peragallo – e me lo ricorda. Parla poco, ma indica la strada giusta. Per costruire la Nutrice mi è bastata la sua richiesta di “assoluta aderenza al personaggio”. Riguardandomi mi sono commossa, ma allo stesso tempo mi ha divertito interpretare quei personaggi, anche perché sono passati trent’anni dalla mia precedente “Antigone”.»

In primavera l’avevo già ammirata qui al Vascello nella veste di Marie Curie, all’interno della rassegna “Sei DONNE che hanno segnato la storia / Sei AUTORI che le raccontano”. Il suo ritratto mi aveva davvero molto colpito…

«Marie Curie è una sorta di lettura scenica che rifarò anche a Parigi, all’Istituto Italiano di Cultura. È stata una donna immensa, eppure se ne parla ancora troppo poco. Quando abbiamo proposto il progetto, in cui ogni spettacolo raccontava una figura femminile diversa, molti teatri erano dubbiosi: “Che cos’è?”. Alcuni ne hanno scelto solo uno o due, ma abbiamo avuto una risposta incredibile in Francia, sia con Marie Curie che con Camille Claudel.»

Lei ha firmato anche molte regie. Quanto la affascina questa dimensione del lavoro?

«Sì, ne ho fatte molte, soprattutto dopo la scomparsa di Nanni (Giancarlo, ndr.) nel 2010. Ci siamo ritrovati con diversi spettacoli da portare avanti e la regia è entrata nella mia vita con più forza. È un lavoro affascinante ma molto impegnativo, perché ogni responsabilità ricade su di te.

Sono rigorosa, su alcune cose non transigo, ma lo sono anche con me stessa. È l’unico modo per lavorare davvero bene. Il teatro richiede dedizione, disciplina, impegno.»

Su quali basi sceglie oggi i progetti a cui partecipare? Quali personaggi le fanno ancora dire “sì”?

«Questa è una domanda difficile… dipende molto dal momento della vita. All’inizio della carriera ho interpretato personaggi “in bilico”: per la mia struttura androgina ho interpretato anche ruoli maschili – Amleto, Giglio Fava nella Principessa Brambilla di Hoffmann, Francisca di Wedekind. Erano personaggi ambigui, sospesi tra adolescenza e indefinibile, e mi affascinavano.

Poi sono arrivati molti ruoli drammatici, tragici. Lavorando con Egum Teatro ho scoperto il grottesco; con Adriana Asti, allo Stabile di Torino, in un testo di Copi, ho scoperto una vena brillante. Non comica – il tempo comico è difficilissimo – ma vicina.

Oggi non cerco ruoli da protagonista. Ho fatto tanto, non è più questo che mi interessa. Conta il valore del progetto. Anche un ruolo piccolo va bene, se inserito in qualcosa che ha senso, come questa Antigone. Non amo molto i monologhi: preferisco lavorare con gli altri, perché il teatro è scambio.

Le prove sono il momento creativo più bello. Amo la comunità teatrale, credo di essere rimasta con un’anima entusiasta, quasi infantile. È ciò che ti tiene viva.

E poi c’è il lavoro quotidiano al Vascello: con Giancarlo mi occupavo anche dei costumi, inventavo, costruivo mondi. Il teatro è un universo potente e necessario. Forse oggi più che mai: è l’ultimo baluardo contro una follia che investe soprattutto i giovani.»

A proposito di giovani, questo teatro pullula di vita! Come riesce con la sua direzione artistica a portare così tanti giovani a teatro?

Sono felice che al Vascello vengano tanti ragazzi. Bisognerebbe allontanarli un po’ dai social – che per me sono il diavolo – perché se conoscono solo quella realtà è un problema. Diventa più difficile leggere, incontrarsi, parlare, condividere universi. Da noi al Vascello, invece, ci vengono. In trent’anni abbiamo costruito un rapporto di fiducia. Ogni volta che qualcuno mi dice “Grazie Manuela, grazie per questa stagione!”, è una conferma che ripaga di tutto.

E poi c’è la familiarità: per gli artisti il Vascello è una casa. Chi viene vuole tornare, perché l’atmosfera che c’è qui non la trova altrove. Di questo sono molto orgogliosa.»


In questa Antigone, e nelle parole di Manuela Kustermann, il teatro si rivela per ciò che ancora è: un luogo di coscienza, di creatività ma anche di leggerezza, di maschere che liberano anziché nascondere, di strade che diventano metafore, di giovani spettatori accolti da una fisicità piena che non conoscevano. Un teatro che non deve imitare il linguaggio dei giovani, ma continuare a parlare il proprio: l’unico capace di una vera rinascita, nello scambio vivo e irripetibile tra chi guarda e chi si lascia guardare, nel fragile confine tra scena e vita.

Virginia Rifilato

Giornalista del Quotidiano La Voce e Direttrice de Il Circolo del Golf, è collaboratrice di InsideMagazine dal 2020

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Laureata in Lettere con la specializzazione in Editoria e Giornalismo presso l'Università degli Studi Roma Tre, e diplomata anche presso la Scuola di Scrittura Omero, Virginia Rifilato è una giornalista di grande talento e esperienza, con una solida carriera nel campo del giornalismo e delle collaborazioni con importanti media nazionali come La Repubblica, come editor nell'industria cinematografica e televisiva per importanti canali satellitari e terrestri come Sky e Tim Vision, e collaboratrice di alcune emittenti radiofoniche di spicco, tra cui Radio 3 e Dimensione Suono Roma.

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All'interno del magazine InsideMagazine, Virginia ha il compito di curare le interviste di punta, offrendo ai lettori un'esperienza avvincente e coinvolgente. La sua passione per la scrittura e la sua capacità di raccontare storie affascinanti, oltre alla sua abilità nel creare domande incisive e nel catturare l'essenza delle personalità intervistate, la rende una risorsa di grande valore per la redazione.

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