COPERTINA INSIDEMAGAZINE Daniele Pescara ad Agora Rai 3

Daniele Pescara ad Agorà: “Ecco perché oggi aprire a Dubai conviene”

Gennaio 16, 2026
10 mins read

La presenza di Daniele Pescara ad Agorà su Rai 3 ha fatto emergere una questione che molti imprenditori italiani rinviano da anni: guardare all’estero come scelta strategica per superare i limiti del sistema fiscale e normativo italiano. Nel confronto televisivo, aprire società a Dubai è un concetto intorno al quale ruota una strategia più ampia di accesso a vari mercati internazionali, stabilità regolatoria e un rapporto diverso tra impresa e Stato. L’intervento di Pescara offre lo spunto per una riflessione più ampia: oggi l’internazionalizzazione rappresenta una variabile strutturale per chi vuole continuare a crescere. Aprire a Dubai? Vediamo se conviene.

L’INTERVENTO DI DANIELE PESCARA SU RAI 3 – AGORA’


La pressione fiscale ha cambiato natura

Il passaggio di Daniele Pescara ad Agorà ha tolto l’internazionalizzazione dal registro ideologico. L’ha riportata su quello operativo. Niente slogan. Niente promesse. Un dato di realtà. In Italia, oggi, la pressione fiscale è diventata una questione di prevedibilità. Di tempo. Di energia mentale sottratta al lavoro vero.

Chi fa impresa gestisce una frizione continua: tasse che cambiano, interpretazioni che oscillano, adempimenti che si moltiplicano senza logica apparente. Il risultato si manifesta in una progressiva riduzione dello spazio decisionale.

Si lavora per difendersi. Si pianifica sul trimestre perché l’anno sembra già un orizzonte troppo lontano.

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Pescara lo ha detto durante la trasmissione, con la voce di chi questi numeri li vede tutti i giorni: «La pressione fiscale italiana oscilla stabilmente sopra il 42% del PIL. Per molte PMI il carico effettivo supera il 50% tra imposte dirette, indirette, contributi e adempimenti collegati. Una quota rilevante dell’anno viene lavorata per il sistema fiscale.» I margini si comprimono. La capacità di reinvestimento si riduce. La pianificazione diventa scommessa. La questione centrale riguarda l’imprevedibilità del quadro complessivo. I continui interventi correttivi. Le interpretazioni che cambiano da un anno all’altro. La pianificazione fiscale si è trasformata in un esercizio di scommessa.

Durante il confronto televisivo, il punto centrale è emerso con precisione: esistono ecosistemi in cui il rapporto tra impresa e Stato segue logiche diverse. Dove le regole vengono comunicate prima. Con sufficiente anticipo per permettere adattamenti ragionati. Dove il fisco rappresenta una voce di progetto, calcolabile e stabile nel medio periodo. Dubai viene citata come esempio emblematico di una tendenza più ampia. I capitali si muovono verso contesti che riducono l’attrito operativo. Che offrono stabilità normativa di lungo periodo. Che permettono di concentrare le energie sulla crescita del business. Aprire a Dubai sembra quindi una scelta strategica, e lo diventa ogni anno di più.

«Dubai rappresenta un ecosistema in cui il rapporto tra impresa e Stato è impostato su basi diverse», ha spiegato Pescara. «Le regole sono note prima. I tempi sono certi. Il fisco è una variabile gestibile. Questo permette di tornare a pianificare con un orizzonte di tre, cinque, dieci anni.»

Il tema coinvolge una platea ampia. Riguarda chi sta valutando un trasferimento completo. Riguarda chi resta in Italia e inizia a strutturarsi altrove per proteggere il futuro dell’azienda. È una logica che molte PMI stanno già adottando, in silenzio. Costruendo presidi internazionali mentre continuano a operare sul mercato domestico. L’obiettivo: smettere di dipendere esclusivamente da un solo sistema. Diversificare il rischio geografico. Diversificare il rischio normativo. L’Italia resta una potenza esportatrice. Il valore dell’export di beni supera i 600 miliardi di euro annui. Le imprese esportatrici sono oltre 120.000. La maggioranza resta ancora poco strutturata all’estero. Molti rapporti commerciali internazionali rimangono occasionali. Legati a singoli clienti. A partecipazioni a fiere. Senza evolversi in presidi stabili.

Studi di settore stimano che decine di migliaia di aziende italiane avrebbero già oggi le caratteristiche tecniche e dimensionali per internazionalizzarsi in modo più strutturato. Si fermano alla soglia. Per motivi fiscali. Per motivi normativi. Per complessità percepita. L’estero è diventato un’opzione tecnica. Una quota crescente di imprese la sta valutando con approccio freddo. Pragmatico. Confrontando costi, benefici, rischi come si fa con qualsiasi altro investimento strategico. L’intervento ad Agorà ha funzionato come cartina di tornasole. Ha mostrato che il vero discrimine è strategico. La domanda è dove ha senso allocare risorse. Costruire presidi operativi. Sviluppare nuove linee di business senza consumare capitale e tempo in frizioni evitabili.

Questa domanda, sempre più imprenditori italiani se la stanno ponendo. In modo esplicito.


Focus: Cosa dicono i numeri

1. Pressione Fiscale in Italia (Dati 2024-2025)

  • Dato strutturale (2024): La pressione fiscale in Italia è salita al 42,6% del PIL, posizionando il Paese al sesto posto nell’Unione Europea per peso di tasse e contributi, sopra la media UE del 40,4%.
  • Confronto OCSE: Secondo i dati pubblicati a fine 2025, il rapporto tra imposte/contributi e PIL ha raggiunto il 42,8%, collocando l’Italia sul podio dei membri dell’organizzazione (media OCSE circa 34%).

2. Export e Internazionalizzazione (Dati 2025-2026)

  • Valore complessivo: L’export italiano di beni ha mostrato una forte resilienza, con una crescita del 10,5% a settembre 2025 rispetto all’anno precedente.
  • Previsioni 2025-2026: Le stime SACE indicano che l’export di beni raggiungerà i 642-679 miliardi di euro entro la fine del 2025. Per il 2026, si prevede che il valore totale possa superare la soglia dei 700 miliardi di euro.
  • Peso sul PIL: Attualmente l’export rappresenta circa il 40% del PIL nazionale.
  • Imprese esportatrici: Il numero di imprese esportatrici si conferma sopra le 120.000 unità, con un incremento atteso degli investimenti diretti esteri (IDE) netti. 

3. Rapporti con gli Emirati Arabi Uniti (EAU)

  • Ruolo commerciale: Gli EAU si confermano il 14° mercato di destinazione per l’export italiano e l’11° fornitore globale.
  • Volume export: Le previsioni SACE confermano che l’export italiano verso gli Emirati Arabi Uniti vale circa 9 miliardi di euro a fine 2025.
  • Settori chiave: Le principali voci di export italiano nel Paese sono la gioielleria e bigiotteria (oltre 1 miliardo di euro) e la meccanica strumentale.
  • Investimenti: Gli IDE netti italiani negli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto uno stock complessivo di circa 12,7 miliardi di euro

Per approfondire i dati regionali o settoriali specifici, è possibile consultare l’Annuario ISTAT-ICE 2025 o i report di SACE Simest.


Dubai come piattaforma, o come scorciatoia?

Dubai funziona per chi costruisce, afferma Pescara che, durante il suo intervento ad Agorà, ha insistito su un punto che torna con frequenza nelle conversazioni con gli imprenditori italiani che guardano all’estero. Dubai funziona per chi costruisce progetti strutturati. La distinzione separa l’illusione dalla strategia operativa: «Dubai è un sistema che premia chi arriva preparato. Con un progetto chiaro. Con una struttura coerente. Senza sostanza, senza attività reale, senza presenza fisica, si resta invisibili.»

Il riferimento di Pescara va oltre la questione fiscale, riguarda l’insieme di condizioni che rendono sostenibile un presidio internazionale di lungo periodo: regole leggibili, tempi certi, accesso ai mercati regionali, burocrazia che segue procedure definite e pubbliche, sistema bancario integrato con gli standard internazionali, infrastrutture logistiche che collegano tre continenti. La fiscalità rimane una leva importante. L’assenza di imposte sul reddito personale e societario all’interno delle free zone è un dato oggettivo. Rappresenta uno degli elementi dell’equazione.

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Ogni anno a Dubai aprono decine di aziende italiane

Uno degli elementi centrali di questo ecosistema è il Dubai International Financial Centre. Il DIFC. Oggi tra i principali hub finanziari del Medio Oriente. Uno dei poli in più rapida crescita a livello globale. All’interno del DIFC operano migliaia di società: banche internazionali, fondi di investimento, hedge fund, studi legali, società di consulenza, piattaforme fintech. Il quadro regolatorio si ispira ai sistemi anglosassoni. Framework basato sul common law britannico. Supervisione affidata alla Dubai Financial Services Authority.

Per molte imprese italiane, soprattutto quelle che operano su filiere internazionali o che cercano accesso a capitali per espansione, il DIFC rappresenta una soglia di accesso a partner., a competenze a risorse finanziarie.

«Il DIFC è un’infrastruttura regolatoria e operativa. Mette insieme operatori finanziari globali, capitali in movimento e una velocità di esecuzione che pochi centri al mondo riescono a garantire.»

I numeri raccontano una traiettoria chiara. Negli ultimi anni, il DIFC ha registrato una crescita costante del numero di aziende registrate. Degli asset sotto gestione. Con un aumento significativo di operatori europei. Al termine del 2023, il centro finanziario ospitava oltre 5.100 società attive. Incremento del 13% rispetto all’anno precedente. Gestiva asset per un valore complessivo superiore ai 600 miliardi di dollari. Il settore degli investimenti alternativi ha registrato un aumento del 18% nelle licenze rilasciate a gestori di fondi alternativi. Testimoniando la crescente attrattività per hedge fund, private equity, family office.


Dati e Statistiche Aggiornati sul DIFC (2024-2025)

  • Numero di aziende registrate: Il numero totale di società attive registrate nel DIFC ha raggiunto le 7.700 unità a metà 2025 (H1 2025), con un aumento del 25% su base annua rispetto al 2024. A ottobre 2025, il numero ha superato le 8.000 aziende.
  • Asset in gestione (AUM): Gli asset in gestione (AUM) sono saliti a 700 miliardi di dollari nel 2024, un aumento del 58% rispetto all’anno precedente.
  • Settore investimenti alternativi: Il centro ospita 440 aziende nel settore della gestione patrimoniale e degli asset (gennaio-giugno 2025), con una crescita del 19% anno su anno. Il numero di hedge fund registrati è aumentato del 72% in 12 mesi, arrivando a 85 entità, inclusi 69 fondi miliardari.
  • Aziende FinTech e Innovazione: Le aziende del settore FinTech e Innovazione hanno raggiunto quota 1.388 a metà 2025, con un incremento del 28% rispetto a metà 2024.
  • Aziende europee: L’interesse europeo rimane alto, con aziende provenienti da Europa e Regno Unito che costituiscono una parte significativa delle oltre 370 società di gestione patrimoniale e asset presenti nel centro.
  • Occupazione: Il numero di professionisti impiegati nel DIFC è salito a 47.901 a metà 2025, un aumento del 9% rispetto all’anno precedente. 
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Dubai ha dunque rafforzato il suo ruolo logistico e commerciale in questi ultimi anni, addirittura negli ultimi mesi, diventando il vero ponte tra Europa, Asia e Africa. La sua posizione geografica consente operatività su tre fusi orari principali: interazione con i mercati europei al mattino, seguito dell’Asia nel pomeriggio, operatività continua con il Medio Oriente durante tutta la giornata. Questa configurazione riduce i tempi di esecuzione. Facilita le relazioni con controparti distribuite su tre continenti.

Fatto sta che gli Emirati Arabi Uniti sono diventati il principale partner commerciale dell’Italia nel Golfo. Il valore complessivo degli scambi Italia-EAU viaggia nell’ordine di diversi miliardi di euro l’anno. Saldo strutturalmente favorevole all’Italia. A Dubai e Abu Dhabi operano ormai centinaia di società italiane. Dai grandi brand del lusso e della manifattura alle PMI specializzate. Con una presenza che va dalla semplice rappresentanza commerciale fino a strutture produttive, logistiche, di servizio completamente operative.

«Dubai è uno degli hub dove l’internazionalizzazione italiana sta già accadendo. Spesso in silenzio. Lontano dai riflettori mediatici. Chi arriva qui trova un ecosistema maturo. Servizi professionali di livello internazionale. Accesso a mercati emergenti in rapida crescita. Stabilità politica di lungo periodo.»

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Pescara, nel suo lavoro quotidiano, vede anche l’altro lato della medaglia. L’internazionalizzazione “di facciata”. Quella che produce costi senza generare valore. «Senza presenza reale, senza attività concreta, senza relazioni locali costruite nel tempo, si resta invisibili. Dubai è selettiva: chi non lavora, semplicemente, non dura. Il mercato qui è competitivo. Il livello degli operatori è alto. Le autorità applicano controlli rigorosi.» Per questo l’approccio suggerito è progressivo. Strutturato.

«L’estero va trattato come un progetto industriale», ha ribadito Pescara ad Agorà. «Serve pianificazione. Serve presenza fisica. Serve costruire relazioni locali solide. Serve investire in personale qualificato. In consulenza adeguata. In una strategia di sviluppo coerente con gli obiettivi di medio-lungo periodo dell’azienda.» Un trasferimento improvvisato, senza preparazione adeguata, rischia di trasformarsi in un costo secco. La costruzione di un assetto internazionale che tenga insieme fiscalità, governance, operatività e visione strategica permette di sfruttare le opportunità: accesso a capitali internazionali, posizionamento su mercati emergenti ad alta crescita, diversificazione del rischio geografico e normativo, maggiore flessibilità operativa.

Dubai emerge come piattaforma operativa. Una base da cui operare. Sperimentare. Crescere. Da cui eventualmente riorganizzare anche il rapporto con il mercato italiano.

«Si tratta di un riequilibrio. Molte imprese italiane che si strutturano a Dubai continuano a mantenere presenza operativa in Italia. Servendo il mercato domestico mentre espandono il raggio d’azione verso Asia, Africa, Medio Oriente. L’obiettivo: costruire un assetto multi-geografico che permetta di cogliere opportunità su più fronti.»

Muoversi oggi o inseguire domani?

Il punto che l’intervento di Daniele Pescara ad Agorà ha messo sul tavolo riguarda il rapporto che molte imprese italiane hanno ormai con il proprio contesto di origine. La consapevolezza crescente che questo contesto impone vincoli sempre più stretti. Alla capacità di pensare a lungo termine. Quando un imprenditore inizia a chiedersi se abbia senso costruire altrove, sta ammettendo qualcosa. Il sistema in cui opera limita la sua capacità di pianificare con un orizzonte temporale decente. È una presa d’atto pragmatica. Basata su dati concreti: pressione fiscale che supera il 50% del fatturato per molte PMI, normative che cambiano con frequenza imprevedibile, burocrazia che assorbe tempo e risorse senza produrre valore.

Il fatto che questo tema entri in prima serata su una rete pubblica racconta qualcosa. Di profondo. Il problema è diventato sistemico. Dubai, in questo scenario, funziona come uno specchio. Amplifica le differenze. Le regole lì seguono una logica più leggibile. I tempi sono definiti. Il rapporto tra impresa e istituzioni è impostato su una logica di progetto condiviso: l’impresa cresce, il sistema cresce con essa.

In Italia la sensazione è diversa. Crescere significa esporsi a più rischio, più burocrazia, più incertezza. Ogni incremento dimensionale porta con sé una moltiplicazione degli adempimenti. Dei controlli. Questo non si traduce in servizi migliori. In maggiore efficienza del sistema pubblico. La domanda vera riguarda quanto ancora convenga restare immobili. Aspettando che il contesto cambi da solo. Per alcune aziende, il mercato italiano continuerà a essere centrale. Sufficiente. Chi opera su segmenti molto localizzati. Chi serve clienti esclusivamente domestici. Chi ha margini ancora sostenibili può continuare a prosperare restando concentrato sul mercato domestico. Per altre imprese la situazione è diversa. Quelle che operano su filiere internazionali. Che esportano già parte significativa del fatturato. Che cercano accesso a capitali per crescere. Che vogliono posizionarsi su mercati emergenti ad alta crescita. L’estero è diventato una condizione di sopravvivenza strategica.

Il punto che merita attenzione è questo: chi sceglie di guardare fuori oggi lo fa con strumenti diversi. Competenze diverse. Consapevolezza diversa rispetto al passato. Cerca stabilità normativa di lungo periodo. Cerca visibilità sui mercati giusti. Cerca di tornare a decidere con un orizzonte temporale che vada oltre il trimestre. Con la possibilità di pianificare investimenti, assunzioni, espansioni senza temere che il quadro normativo cambi da un giorno all’altro.

«L’internazionalizzazione oggi è una scelta tecnica. Strategica. Che sempre più imprenditori stanno valutando con approccio razionale. Chi ignora il tema, in realtà, sta già facendo una scelta. Spesso la più rischiosa. Perché significa accettare di subire i vincoli del proprio sistema senza costruire alternative.»

Ogni impresa ha una storia diversa. Un margine diverso. Un orizzonte diverso. Le soluzioni non possono essere standardizzate. Chi promette ricette universali sta vendendo illusioni. Quello che appare sempre più chiaro: rimandare il confronto con il tema dell’internazionalizzazione ha un costo crescente nel tempo. I mercati si muovono. I capitali si spostano. Le competenze migrano verso contesti che offrono maggiore stabilità. Maggiore spazio decisionale.

Dubai rappresenta una delle destinazioni possibili. Certamente tra le più dinamiche in questo momento storico. Il ragionamento vale in modo più ampio. Singapore. Londra. Alcuni mercati emergenti dell’Asia e dell’Africa orientale stanno attraendo flussi crescenti di capitali. Di competenze. Dall’Europa. Il fenomeno coinvolge molte economie mature che faticano a competere sul piano della flessibilità operativa. Della velocità decisionale.

InsideMagazine continuerà a raccontare questi passaggi. Senza retorica. Senza promesse facili. Osservando dove si stanno spostando davvero capitali, competenze, visione. Perché capire prima dove va il mondo, a volte, è l’unico modo per evitare di inseguirlo dopo. La partita è aperta. Chi muove oggi costruisce opzioni per domani. Chi aspetta rischia di trovarsi a gestire emergenze. Invece che opportunità.


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