Petricca 2

Riccardo Petricca (AI &volutions): “Cybersicurezza, sostenibilità e realtà virtuale sono le nuove leve della competitività aziendale”

Giugno 27, 2026
4 mins read

Tra obblighi normativi, pressione tecnologica e necessità di ridurre inefficienze, la competitività delle imprese si gioca sempre più sulla capacità di integrare sicurezza digitale, sostenibilità economica e tecnologie immersive.

Un equilibrio nuovo che, secondo Riccardo Petricca, ingegnere delle telecomunicazioni e consulente con vent’anni di esperienza in tecnologie emergenti, intelligenza artificiale, realtà virtuale e cybersicurezza, oltre che fondatore della startup AI &volutions, definirà il modo in cui le aziende europee affronteranno il mercato nei prossimi anni.

Nel dibattito sull’innovazione si tende ancora a considerare cybersicurezza, sostenibilità e realtà virtuale come ambiti paralleli. In realtà, osserva Petricca, si tratta di componenti ormai interdipendenti di uno stesso modello competitivo. “Non sono compartimenti stagni – spiega – Il punto di connessione è la sostenibilità intesa in senso ampio: non solo ambientale, ma soprattutto economica e organizzativa. È la capacità di un’impresa di restare efficiente nel tempo, riducendo sprechi e aumentando resilienza”.

Una lettura che si inserisce in un contesto in cui la trasformazione digitale non è più una scelta strategica opzionale, ma una condizione di sopravvivenza industriale.

La cybersicurezza entra nei consigli di amministrazione

Il primo grande cambiamento riguarda la governance della sicurezza informatica. Con il recepimento della direttiva europea NIS2, la cybersicurezza esce definitivamente dal perimetro tecnico dei reparti IT e diventa una responsabilità diretta dei vertici aziendali.

Amministratori delegati, consigli di amministrazione e organi di controllo sono ora chiamati a rispondere in prima persona della gestione del rischio informatico, anche in caso di incidente. La normativa impone inoltre obblighi stringenti di notifica alle autorità competenti, con finestre temporali che variano tra le 24 e le 72 ore.

Il cambiamento è culturale prima ancora che normativo – spiega Petricca, che è anche certificatore accreditato MIMIT – Non è più possibile considerare la sicurezza come una funzione delegabile. Il board deve approvare le politiche, supervisionarne l’attuazione e risponderne direttamente. Non esiste più l’alibi del ‘non lo sapevo’ o del ‘avevo delegato'”.

L’effetto domino degli attacchi informatici

Il punto critico, tuttavia, non è soltanto la compliance. Molte imprese, sottolinea, non dispongono ancora di una reale mappatura dei propri asset digitali, né di una chiara definizione delle responsabilità interne. In altri casi manca una visione strutturata della supply chain, che oggi rappresenta uno dei principali vettori di rischio.

L’effetto domino è uno degli aspetti più sottovalutati. Un attacco informatico non si limita a colpire l’organizzazione bersaglio, ma può interrompere intere catene produttive, con impatti su settori strategici come energia, sanità, telecomunicazioni e industria alimentare.

Per questo, secondo Petricca, la cybersicurezza deve essere affrontata come un tema di continuità operativa. Servono ruoli formalizzati, piani di crisi, figure dedicate al coordinamento degli incidenti, procedure di escalation e simulazioni periodiche. La sicurezza, in altre parole, non è più un progetto, ma un processo continuo.

Sostenibilità come efficienza economica

Se la sicurezza riguarda la continuità del business, la sostenibilità riguarda sempre più la sua efficienza. In questa prospettiva, il concetto si allontana progressivamente dalla sola dimensione ambientale per assumere una valenza economica e organizzativa.

“Innovare non significa soltanto introdurre nuove tecnologie – osserva Petricca – Significa soprattutto eliminare inefficienze, ridurre i costi nascosti e utilizzare meglio tempo e risorse”.

Un cambio di paradigma che si riflette in modo particolare sui modelli di formazione aziendale. Le attività formative tradizionali comportano costi rilevanti, elencabili in trasferte, giornate lavorative sottratte alla produzione, organizzazione logistica e tempi di coordinamento.

In questo contesto, le tecnologie immersive stanno emergendo come una delle leve più efficaci per migliorare il rapporto tra investimento e risultato. La realtà virtuale consente infatti di spostare la formazione in ambienti digitali replicabili, riducendo le inefficienze tipiche dei modelli tradizionali.

Simulazioni immersive per ridurre il rischio umano

Attraverso simulazioni immersive, i dipendenti possono essere addestrati a gestire situazioni critiche, come attacchi informatici, emergenze operative o evacuazioni, senza interrompere le attività aziendali e senza i costi associati alle esercitazioni fisiche.

Il vantaggio non è solo organizzativo. Una parte significativa degli incidenti informatici, ricorda Petricca, è legata a errori umani più che a vulnerabilità tecnologiche. La possibilità di “vivere” scenari di rischio in un ambiente simulato aumenta il livello di consapevolezza e riduce la probabilità di comportamenti errati.

Il collegamento con la cybersicurezza è diretto. La direttiva NIS2 pone grande enfasi sulla componente umana del rischio informatico. Errori di comportamento, distrazione o scarsa consapevolezza restano tra le principali cause di incidenti.

Ma è sul piano economico che il modello mostra il suo impatto più diretto. La formazione immersiva può essere ripetuta, aggiornata e distribuita senza costi logistici aggiuntivi, riducendo drasticamente le inefficienze legate ai modelli tradizionali. I dipendenti possono accedere ai contenuti da remoto, senza spostamenti e senza interrompere in modo significativo la produttività.

In questo senso, la sostenibilità diventa una leva di competitività. Non un vincolo, ma un criterio di progettazione dei processi aziendali.

Un tema che riguarda anche il sistema Paese

Al di là delle singole tecnologie, Petricca inserisce il tema in una riflessione più ampia sulla capacità del sistema industriale italiano di trattenere e valorizzare innovazione e competenze.

Petricca evidenzia come il panorama imprenditoriale italiano sia ancora fortemente diviso tra chi ha già fatto dell’innovazione un vantaggio competitivo e chi, invece, fatica ad avviare un reale percorso di trasformazione. “Da una parte esistono aziende che hanno già abbracciato la trasformazione digitale come un vantaggio competitivo, investendo in modo strutturato e continuativo. Dall’altra – continua – molte realtà sono ancora frenate da resistenze culturali, complessità burocratiche o difficoltà legate al ricambio generazionale”. Secondo Petricca, queste difficoltà sono aggravate dalla frammentazione normativa e dalla carenza di competenze interne, soprattutto nelle piccole e medie imprese.

Per questo motivo, spiega, il vero obiettivo non è proporre semplicemente nuove tecnologie, ma accompagnare le aziende in un percorso di crescita consapevole. “Il nostro compito non è vendere tecnologia, ma aiutare le imprese a capire dove si trovano, dove vogliono arrivare e quali strumenti sono davvero utili per farlo”. Un approccio che diventa essenziale in un contesto in cui rimandare l’innovazione significa perdere competitività sotto diversi aspetti, dalla sicurezza all’efficienza fino alla capacità di attrarre talenti e rispondere alle nuove normative.

La direzione, conclude, è già tracciata. La differenza, nei prossimi anni, non sarà determinata dalla quantità di tecnologia adottata, ma dalla capacità delle imprese di governarla in modo coerente. “Il coraggio di innovare è oggi la competenza più rara e più preziosa che un imprenditore possa avere”, conclude Petricca, sottolineando come una visione di lungo periodo rappresenti la chiave per garantire crescita e solidità alle imprese.

Latest from Blog

TUTTI I TEMI DALLA A ALLA Z
Go toTop