Ci sono donne che non smettono mai di abitarci. Che restano anche quando tutto ciò che le contorna, passa. Marilyn Monroe è una di quelle, non per il vestito bianco sollevato dal vento del tombino nel film “Quando la moglie è in vacanza”, non per le labbra socchiuse di “Happy Birthday, Mr. President”, ma per qualcosa di più scomodo e vero: la sensazione, guardandola, di riconoscere una solitudine che conosciamo.
È da questo punto esatto che inizia Norma Jeane Baker Mortenson ovvero Marilyn Monroe, il toccante spettacolo scritto, diretto e interpretato da Francesca Stajano Briganti, andato in scena all’Ar.Ma Teatro di Roma che ha conquistato gli spettatori con una forza silenziosa e bruciante.
Un progetto totale, interamente pensato dall’artista — dalla regia ai costumi, dalla scenografia alla drammaturgia — che sceglie letteralmente di spogliare Marilyn Monroe degli orpelli hollywoodiani e patinati per restituircela vera e fragilissima, a tratti anche ironica e divertente.
Stajano Briganti le toglie così il costume di scena per riconsegnarla a se stessa: Norma Jeane, donna in crisi, reclusa nella sua stanza, in bilico tra sogno e realtà.

Norma Jeane Baker Mortenson, la diva Marilyn
Marilyn Monroe è stata, e continua ad essere, la più desiderabile delle dive impossibili: bionda, sorridente, irraggiungibile. Una perfezione costruita su una fragilità che nessuno voleva vedere. Stajano Briganti la vede, e la porta in scena senza trucco, senza nostalgia, senza ammiccamenti al mito.
La stanza di Norma Jeane restituisce uno spazio mentale — un giaciglio bianco intimo e avvolgente, l’ufficio, la sala prove, l’oscuro teatro dei suoi peggiori incubi – dove la realtà si dissolve nell’allucinazione e i ricordi della madre e del padre prendono corpo come presenze concrete.
La scenografia è deliberatamente essenziale: una parrucca, una tazza, un materasso disfatto e un paio di occhiali da sole che la trasformano nel suo alter ego Zelda Zonk.

Le interpreti: Stajano Briganti e Bobbi
Francesca Stajano Briganti incarna Norma Jeane con un’intensità rara, costruita delicatamente senza ostentazione né ipocrisia. Una voce che si incrina al momento giusto, un sorriso interrotto, un gesto che non arriva mai a compimento.
C’è qualcosa di tremendamente reale in ogni sua parola o respiro — un’energia che muta continuamente e che lascia il pubblico in uno stato di allerta emotiva costante, tra intermezzi leggeri di canto soave e disperazione.
Al suo fianco, Roberta Bobbi offre una prova di grande finezza. Nel ruolo della razionale e lucida coach della diva, ma anche della giornalista in cerca dello scoop, del dettaglio vendibile, della “storia”, costruisce un personaggio apparentemente freddo che cela, invece, una profonda umanità in conflitto.
Il suo rifiuto dell’amicizia con Norma Jeane, apparentemente crudele e superficiale, è paura. Paura di avvicinarsi troppo a una donna bellissima e instabile, capace di trascinarti nel suo abisso luccicante con un solo sguardo.
Il mimo Nino Mallia completa un trio che lavora in perfetta simbiosi nonostante qualche piccola incertezza registica, contribuendo a creare quella dimensione sospesa tra il reale e l’onirico che è il cuore pulsante dello spettacolo.

Un atto critico nel centenario della sua nascita
La serata del 23 gennaio ha visto lo spettacolo accompagnato dal vernissage delle opere dell’artista Giorgio Federico Zela, le cui tele astratte — segni nervosi, stratificazioni di colore, materia viva — hanno dialogato con l’universo simbolico di Marilyn ampliando il racconto in una dimensione visiva ed evocativa.
Nel centenario della nascita della diva di Hollywood, questo spettacolo si pone come un atto necessario. Commovente in più passaggi, lucido e poetico insieme, capace di porre al pubblico una domanda che brucia ancora: quanto diventa pericoloso barattare il proprio corpo e la propria anima — per un lavoro, per un briciolo di affetto — quando si scopre, troppo tardi, che nessuno dei due prezzi sarà mai abbastanza?










