Il numero è arrivato questa mattina da Dubai International Airport: 31,5 milioni di passeggeri nei primi sei mesi del 2026, il 31,3% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Una contrazione enorme per un aeroporto che aveva chiuso il 2025 con numeri record e che prima della guerra prevedeva di avvicinarsi ai 100 milioni di passeggeri nell’arco dell’anno. Poi, dentro lo stesso comunicato, compare un’altra sequenza: 3,5 milioni di viaggiatori ad aprile, 4,5 a maggio, 5 milioni a giugno. La crisi ha colpito, la ripresa è cominciata, nessuno sa ancora dove si fermerà. È una buona fotografia del Golfo nell’agosto 2026.
Sono trascorsi quasi sei mesi dall’inizio del conflitto con l’Iran e parlare ancora di una parentesi geopolitica comincia a essere difficile. Lo Stretto di Hormuz rimane attraversato da un numero di navi largamente inferiore alla normalità, il petrolio incorpora un premio di rischio, alcune compagnie aeree internazionali mantengono limitazioni sulle rotte della regione e i governi stanno modificando decisioni che vanno dall’energia alla difesa. Il Golfo che esce da questi mesi avrà probabilmente infrastrutture, relazioni commerciali e priorità diverse da quelle con cui era entrato nel 2026. La domanda interessante, allora, riguarda ciò che accade fuori dal Golfo: come risponde il resto del mondo quando uno dei suoi principali snodi energetici, logistici e finanziari diventa meno prevedibile?
L’Europa ha scoperto che Hormuz è anche un problema europeo
Ad aprile António Costa è andato ad Abu Dhabi, Gedda e Doha. Il presidente del Consiglio europeo aveva davanti Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar nel momento in cui gli attacchi iraniani avevano già mostrato che la crisi non sarebbe rimasta confinata tra Teheran, Washington e Israele. La posizione europea ha preso forma intorno a tre questioni: cessate il fuoco stabile, libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e ritorno della diplomazia, con una condanna esplicita degli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo.
Quella posizione ha una componente politica evidente e un conto economico che arriva direttamente in Europa. Hormuz trasportava prima della guerra circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale; l’interruzione dei flussi ha riportato al centro una vulnerabilità che il Vecchio Continente conosce bene dalla crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Il 26 agosto Reuters ha rilevato un’accelerazione degli investimenti nelle rinnovabili in Europa e in Asia provocata proprio dal nuovo shock energetico, accompagnata però da una conseguenza meno elegante: in alcuni mercati è aumentato temporaneamente anche il ricorso al carbone. Quando l’energia manca o costa troppo, le transizioni ideali incontrano il calendario delle fabbriche e delle bollette.
La risposta europea si sta formando quindi su due tempi. Nel breve periodo Bruxelles cerca di proteggere navigazione, approvvigionamenti e stabilità; sul periodo più lungo, la crisi aggiunge un’altra ragione alla riduzione della dipendenza energetica esterna. Questo secondo movimento può lasciare conseguenze molto più profonde dei missili di agosto: un conflitto nato nel Golfo sta accelerando decisioni su reti elettriche, solare, accumulo ed elettrificazione a migliaia di chilometri di distanza.
L’Italia guarda al Golfo da molto più vicino
Per Roma il problema contiene anche una componente umana che nei numeri dell’energia rischia di sparire. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ricordato nei mesi scorsi che circa 100.000 cittadini italiani vivono nell’area coinvolta dalla crisi, molti dei quali negli Emirati, e ha ringraziato le autorità emiratine per l’assistenza fornita alla comunità italiana durante gli attacchi. L’Italia ha inoltre dichiarato la propria disponibilità a rispondere alle richieste di alcuni Paesi del Golfo, Emirati compresi, per contribuire alla difesa dello spazio aereo, mantenendo contemporaneamente una linea favorevole alla soluzione negoziale del conflitto.
Dietro quei centomila cittadini ci sono dipendenti, famiglie, professionisti, commercianti e aziende che continuano a prendere decisioni mentre il quadro politico cambia. È qui che il discorso sulla geopolitica smette di appartenere soltanto ai ministeri: ogni rinvio di un investimento, ogni viaggio cancellato, ogni impresa che aumenta le scorte o cerca un percorso logistico diverso entra nell’economia della crisi.
Uno degli osservatori italiani collocati esattamente in questo punto è Daniele Pescara, presidente di FenImprese Dubai e fondatore di una società di consulenza che lavora quotidianamente con imprenditori e professionisti interessati agli Emirati. La sua posizione è particolare perché le conseguenze del conflitto gli arrivano sotto forma di domande pratiche: parto, resto, investo, aspetto, apro la società, sposto il capitale, porto la famiglia? FenImprese Dubai nasce proprio come struttura di rappresentanza e supporto per le imprese italiane che operano o intendono operare negli Emirati.
Pescara è intervenuto nuovamente a Coffee Break su La7 dopo l’allarme missilistico del 18 agosto e ha scelto una posizione poco comoda, perché ha rifiutato sia la tranquillizzazione automatica sia l’idea di un sistema prossimo al collasso. «Dire che la situazione è sotto controllo e che non è grave sarebbe mentire», ha detto, spiegando che famiglie e investitori sono diventati più cauti negli ultimi sei mesi; nella frase successiva ha però indicato ciò che osserva ogni giorno nel rapporto con le istituzioni: «La risposta da parte degli Emirati Arabi è stata ancora una volta immediata, veloce».
Il giorno dopo l’attacco, gli Emirati hanno sospeso fino a nuovo avviso gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie con l’Iran. La decisione mostra bene quanto si sia mosso il terreno: uno dei Paesi che per anni aveva costruito la propria forza sulla capacità di mantenere relazioni economiche aperte in molte direzioni ha dovuto introdurre una rottura significativa con un vicino che resta geograficamente a poche decine di chilometri dalle sue coste.
Gli Stati Uniti aumentano la pressione, Oman e Pakistan tengono aperto il tavolo
Washington sta scegliendo un’altra leva. Il 24 agosto gli Stati Uniti hanno ampliato le sanzioni contro l’Iran e hanno avvertito i Paesi che continuano a mantenere rapporti economici con Teheran del rischio di essere esclusi dal sistema finanziario basato sul dollaro. Il messaggio è molto più largo dei confini iraniani: costringe governi e aziende di Paesi terzi a calcolare quanto valga una relazione commerciale con Teheran rispetto all’accesso alla finanza statunitense.
Nelle stesse ore Oman e Pakistan stanno facendo il lavoro meno visibile. Mascate continua il confronto con Teheran sulla gestione dello Stretto di Hormuz, mentre Islamabad ha parlato il 25 agosto di «progressi significativi» nei colloqui con l’Iran. Il 26 agosto fonti iraniane hanno annunciato un’intesa tra Iran e Oman sulla gestione dello Stretto e sui relativi ricavi, senza che questo significhi ancora il ritorno alla normale navigazione: martedì erano transitate soltanto cinque navi merci, contro una media recente di quindici.
Anche qui il nuovo assestamento è visibile nei comportamenti prima ancora che nei trattati. Una nave cambia rotta, un assicuratore alza il premio, un trader aspetta, il prezzo del petrolio si muove. È una diplomazia misurata ogni giorno anche dai mercati.
L’Asia cerca strade che passino altrove
Il Giappone ha annunciato oggi un piano per diversificare le fonti di greggio e sostenere infrastrutture capaci di aggirare Hormuz, una scelta comprensibile per un Paese che prima del conflitto faceva transitare attraverso quello stretto quasi tutto il proprio petrolio importato. L’India sta cercando maggiore diversificazione nelle forniture di GPL, con Indian Oil vicina a un accordo con l’algerina Sonatrach e un aumento delle importazioni dagli Stati Uniti. La Cina, contemporaneamente, ha accelerato produzione interna, rinnovabili e approvvigionamenti attraverso gasdotti, riducendo le previsioni di crescita della propria domanda di GNL.
Questa è forse la trasformazione più difficile da fotografare perché avviene lontano dalle esplosioni. Se una parte dell’Asia costruisce rotte, contratti e fonti energetiche alternative, alcuni cambiamenti sopravvivranno anche alla fine della guerra. La geografia rimane la stessa, la dipendenza economica può diminuire.
Dubai agisce sulla variabile che può controllare
Dubai si trova dentro il Golfo e quindi dentro il problema. I numeri diffusi oggi dall’aeroporto lo rendono impossibile da nascondere. La risposta della città, però, mostra un’altra logica: quando non può controllare la geopolitica, interviene sui costi economici prodotti dalla geopolitica.
A luglio il Department of Economy and Tourism ha lanciato A Dubai Invite, programma attraverso cui residenti e cittadini che invitano familiari e amici dall’estero possono accedere a pacchetti di vantaggi per oltre 3.000 dirham, circa 700 euro, tra hotel, ristoranti, attrazioni e servizi. Non è denaro contante distribuito ai turisti, è una leva commerciale costruita per rendere più conveniente una visita alla città. Il 14 agosto DET ha comunicato circa 20.000 beneficiari e ha triplicato la capacità dell’iniziativa dopo la risposta ricevuta.
InsideMagazine aveva già analizzato il programma a luglio, osservando la distanza tra questa capacità di modificare rapidamente gli incentivi e i tempi con cui molti sistemi europei reagiscono a una contrazione della domanda.
Oggi quel programma acquista un significato ulteriore perché possiamo metterlo accanto ai dati di DXB. Il traffico del primo semestre è crollato del 31,3%, ma tra aprile e giugno è passato da 3,5 a 5 milioni di passeggeri mensili. La città sta quindi intervenendo mentre il problema è ancora aperto, senza aspettare il ritorno di condizioni precedenti che potrebbero richiedere mesi.
Ed è questo il punto che emerge anche dalle parole di Pescara. Quando parla delle agevolazioni, dell’accesso a finanziamenti e delle iniziative «messe in piedi dalla sera alla mattina», racconta il modo in cui un imprenditore percepisce la velocità istituzionale. Le singole misure vanno sempre verificate nei loro requisiti e nelle loro dimensioni; la velocità con cui vengono costruite diventa però una componente della fiducia, perché riduce il tempo durante il quale una famiglia o un’azienda resta sola davanti all’incertezza.
Il nuovo Golfo si sta formando adesso
L’Europa investe sulla diplomazia e cerca più autonomia energetica. Gli Stati Uniti aumentano la pressione economica sull’Iran. Oman e Pakistan tengono aperti canali che possono ancora produrre un compromesso. Il Giappone cerca rotte energetiche meno dipendenti da Hormuz, l’India diversifica i fornitori, la Cina aumenta la propria capacità interna. Dubai tenta di proteggere domanda, turismo e fiducia mentre gli Emirati irrigidiscono i rapporti economici con Teheran.
Nessuna di queste risposte garantisce l’esito. Il 26 agosto il Brent è tornato a scendere sulle speranze di un accordo sullo Stretto, mentre il traffico navale continua a restare molto basso. È la contraddizione con cui convivono aziende e governi: una dichiarazione può spostare un mercato in poche ore, una nuova infrastruttura energetica richiede anni.
Il Golfo del 2026 sta mostrando qualcosa che riguarda molto più del Golfo. Una crisi prolungata obbliga ogni sistema a rivelare ciò che sa fare sotto pressione: chi negozia, chi sanziona, chi diversifica, chi costruisce nuove infrastrutture, chi modifica gli incentivi. È lì che l’innovazione smette per un momento di coincidere con la tecnologia e torna al suo significato più materiale: trovare una risposta quando la soluzione precedente non basta più.










